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Overcooking | 14 aprile 2019, 12:43

Bella e d’annata (terza parte)

“Il 31 Luglio 1985 la Coca Cola fu la prima bevanda analcolica consumata nello spazio. Fu progettata un’apposita lattina in grado di reggere al di fuori dell’atmosfera terrestre.”

Bella e d’annata (terza parte)

 

Mentre i tavoli de “L’Osteria del Matto” si spogliano e olimpionici cerchi di Sagrantino maculano le tovaglie osservare l’oste servirci ignoranti porzioni di cinghiale al ginepro accompagnate da un vassoio  di patate arrosto e da un tegame di verdura ripassata in padella con un aroma d’aglio che disinfesterebbe la Transilvania; nel frattempo la notte confeziona la città come un meticoloso sarto e le stelle vi si accovacciano come gatti colpiti dalle riluttanti gambe d’un’addormentata a morte.

“Il 31 Luglio 1985 la Coca Cola fu la prima bevanda analcolica consumata nello spazio. Fu progettata un’apposita lattina in grado di reggere al di fuori dell’atmosfera terrestre.”

Ringalluzzito dal vino il nostro oratore veneto scioglie l’eloquio come un mazzo di shangai mentre la moglie gli si appisola addosso e il figlio già dorme su due sedie appaiate.

“Quando si sveglierà avrà la faccia impagliata”, ammonire indicando il pargolo.

“Ha fatto di peggio. Non mangia la verdura?”

“Rischierei lo shock anafilattico. Sono intollerante all’aglio. Ma non era la Pepsi la bibita ufficiale degli astronauti americani?”

“Fino alla caduta del muro di Berlino si. Poi lo scettro è tornato alla Coca Cola.”

“Latta Continua più che Lotta Continua”, sentir blaterare alle nostre spalle.

“Si sorprenderebbe dei fitti legami fra la Compagnia di Atalanta e le stanze del Pentagono. Eisenhower, strenuo difensore della libertà d’impresa, era non solo un grande consumatore di Coca Cola ma anche l’azionista di una delle sue maggiori società d’imbottigliamento. Johnson, Carter, Clinton, tutti presidenti favorevoli alla figlioccia di Pemberton, al punto di aprirle il mercato cinese e mediorientale mentre Reagan e Nixon la odiavano preferendole l’antagonista di sempre: la Pepsi.”

“Quindi Pepsi repubblicana e Coke democratica?”

“In linea di massima si (il vecchio Ike Eisenhower era repubblicano). Pensi che quando Ronald Reagan s’insediò alla Casa Bianca il suo primo provvedimento fu quello di far rimuovere i distributori automatici di Coca Cola. Ma l’aneddoto più divertente, tornando alla questione spaziale, si riferisce a Kennedy che era un bevitore compulsivo di Cola. La leggenda narra che nel 1962, l’anno prima di essere assassinato, JFK partecipasse a una riunione dello Stato Maggiore e quando uno dei consiglieri si alzò per dire che gli Stati Uniti dovevano arrivare sulla luna prima dei russi che altrimenti l’avrebbero ridipinta di rosso lui rispose: “Semmai accadesse ci disegneremo nel mezzo il logo della Coca Cola”.

“Questa mi sa tanto di propaganda. Piuttosto su “No Logo” della Klein, la bibbia dei no-global, avevo letto che la Pepsi voleva proiettare il proprio simbolo sulla luna. È vero?”

“Si. Nella guerra fra brand non esiste territorio inaccessibile. Non a caso il motto preferito in casa Pepsi è stato per anni: “Pick the hole in the cheese”, trovare il buco caseario nell’immenso marketing della Compagnia.”

“Meglio un logo oggi che una gallina domani.”

“Ah ah ah. Per decenni Pepsi e Cola se le sono date di santa ragione, la prima ricorrendo a un trito vittimismo, stile Davide contro Golia, la seconda lamentandone il plagio fin dalla fondazione avvenuta nel 1902 come rimedio contro la dispepsia.”

“Emicrania contro mal di stomaco.”

“Si. Anche se la Compagnia ha ben poco da vantarsi sia in termini di plagio che di fondazione.”

“Quand’eravamo ancora alle braciole a scottadito lei parlava proprio di oscuri misteri inerenti alla nascita della Compagnia.”

“Non vorrei annoiare i suoi amici.”

“Non si preoccupi. La noia è un sentimento nobile, appartiene più ai gatti che a certi esseri umani.”

“È per questo che in Cina non si annoiano mai?” (latrati alle nostre spalle)

“La Storia ufficiale racconta che nel 1891 Pemberton cedette la formula ad Asa Candler per 2330 dollari e lì nacque la Coca Cola Company. In realtà Pemberton era già morto nel 1888 e poco prima della sua dipartita aveva allontanato Robinson, il geniale pubblicitario che ne aveva accompagnato l’ascesa fino a quel momento. Questi si era rivolto a John Candler, avvocato e fratello di Asa, per denunciare il farmacista ma il legale l’aveva dissuaso dal procedere presentandogli invece Asa che si era subito interessato all’affare Coca Cola. E lì una nuova macchia si aggiunge al già limatissimo telaio della Compagnia. Robinson rubò la formula di Pemberton”.

“È dimostrato?”

“A Contrario si. Quando nel 1909 Diva Brown fondò la My Cola riproducendo a perfezione il gusto dell’originale ( avendo lavorato per dieci anni a stretto contatto con Pemberton) e la commercializzò per un ventennio a prezzi più che competitivi la Compagnia non si rivalse legalmente contro di lei perché non poteva opporre alcun documento ufficiale che attestasse la cessione della formula a suo favore. O, se in suo possesso, lo tenne incomprensibilmente nascosto subendo un danno economico non indifferente.”

“Incredibile.”

“C’è dell’altro. Ma cosa fa? Mangia anche le bacche di ginepro? Ma non sono solo ornamentali?”

“Si ma adoro il sapore balsamico che mi lasciano in bocca. È come quando ci si sbronza d’assenzio e nelle 48 ore seguenti si ha la sensazione di masticare il mare.”

“Ahem. Comunque stavo dicendo … tesoro?”

“ (Sbadigliando) Credo tu sia arrivato all’affare delle firme false.”

“Si. Siamo sul finire dell’Ottocento e ci sono tre versioni della Coca Cola: quella creata da Pemberton, quella creata dalla Compagnia (commercializzata da Candler e Robinson) e una terza  a nome Venable/Lowdes/Walker. Asa Candler ricomprò sia la quota di Venable/Walker che quella del figlio di Pemberton solo che una perizia calligrafica postuma confermò che le tre firme provenivano tutte dalla stessa mano anche perché Pemberton senior voleva lasciare la baracca al figlio e non avrebbe mai accettato questa cessione e M.me Dozier, la sorella di Walker, testimoniò di non aver mai firmato niente.”

“Esisterà un archivio per verificare la presunta frode.”

“No. Nel 1910 Asa Candler ordinò di bruciare tutti i documenti antecedenti a quell’anno.”

“Chiamasi coda di paglia. Anzi “cola” di paglia.”

“L’intrigo non si è ancora esaurito, vero tesoro?”

“Yawn … no, resta l’affare Charles Pemberton.”

“Mi scusi signora ma nonostante la sua avvenenza più che una moglie lei sembra un gobbo teatrale.”

“No. Sono solo la testimonianza vivente dell’incisività della trasmissione orale.”

“E sull’incisività … orale i miei neuroni si sono risvegliati di colpo.” (una voce alle nostre spalle)

“I neuroni sono un po’ più in alto babbeo. Mi dica del giovane Charles”.

“Charles Pemberton fu trovato morto in un motel nel 1894 e il caso venne archiviato come un suicidio ma ci sono due cose che non tornano. C. P. era un alcolista, non un tossico, e da bravo figlio di farmacista conosceva molto bene le droghe e se avesse deciso di uccidersi avrebbe di certo scelto la morfina e non l’oppio (più lento e doloroso) come avvenne di fatto. Inoltre poco prima di “suicidarsi” il rampollo aveva minacciato di vendere la formula paterna per soli cinque dollari e se questo fosse successo sarebbe stato un vero guaio per la neo-costituita Compagnia in quanto  …”

“ … in quanto mancava il famoso documento ufficiale di cessione della formula.”

“Esatto. Basta collegare i fili.”

“Come dissero i separatisti baschi. Possiamo tornare all’antagonismo con la Pepsi? È un argomento che mi interessa enormemente.”

“Come mai? Se posso.”

“Amo i doppi. Nel teatro e nella vita. È per questo che pur essendo un vampiro (veda l’intolleranza all’aglio) adoro gli specchi. Se ogni immagine è un inganno il riflesso contiene sempre un bagliore di verità.”

“Possiamo prendere appunti?”

“No. Per farlo servono i pollici opponibili.”

“La lunga guerra Coca Cola/Pepsi inizia con una querela per plagio da parte della Compagnia risalente al 1938 e ritirata perché la vedova del creatore della Cleo Cola, che era stato precedentemente ridotto sul lastrico dai legali dell’originale, chiamò l’allora presidente della Pepsi inizialmente scoraggiandolo dal proseguire la causa per non finire come il compianto marito quindi esibendo un documento in cui la Coca Cola versava un assegno al pover’uomo affinchè abbandonasse la querelle legale. Con in mano una copia di quell’assegno il presidente della Pepsi costrinse il vecchio Woodruff non solo a deporre le armi ma anche a riconoscere la legittimità del marchio Pepsi.”

“Barcellona-Frosinone 0-1.”

“Se vuole metterla su questo piano. La storia della Pepsi, costellata di abbagli e sconfitte, è una sorta di contro-marketing cocacolesco. Dall’utilizzo dello skywriting alla celebre “prova alla cieca”, per non parlare dei testimonial d’eccezione e dello spionaggio industriale.”

“Skywriting? Prova alla cieca?”

“Nel 1939  un pilota di nome Sid Pike inventò lo skywriting pubblicizzando proprio la Pepsi. Volteggiava in aria  scrivendo coi fumi di scarico il nome del proprio committente;  se la scritta durava più di cinque minuti guadagnava cinquanta dollari che in quegli anni erano una fortuna.”

“Tutti spesi poi in Coca Cola per farsi passare l’emicrania.”

“Le “prove alla cieca” invece ( presenti ancora in molti Stati fino a qualche anno fa) consistevano nel bendare i consumatori e far provare loro Coca e Pepsi per stabilire quale fosse il gusto preferito dagli americani. La Pepsi smise di farli perché la gente la preferiva da bendata ma poi finiva sempre per comprare il prodotto di Atalanta, a dimostrazione che per un consumatore il bene in sé è solo uno dei tanti fattori d’acquisto.”

“Un famoso pubblicitario diceva che i consumatori sono come scarafaggi e che la pubblicità è il DDT: va potenziata non appena si assuefanno.”

“Triste ma vero. E poi queste prove alla cieca riconfermavano nell’immaginario collettivo il ruolo da eterna inseguitrice della Pepsi. E non erano oneste.”

“In che senso?”

“I promoter lasciavano per dieci e più minuti la Coca Cola a sgasarsi nei bicchieri prima di offrirla ai fruitori. La Pepsi veniva invece servita fresca e appena aperta. Un altro errore di marketing fu invece quello di affidarsi alle grandi star, laddove la Compagnia puntava tutto sul consumatore. Emblematico fu il caso di Michael Jackson disceso da icona pop a possibile pedofilo e conseguente testimonial fallimentare. Ma si sa che nel capitalismo milionario non ci sono vincitori e vinti ma solo vincitori assoluti e vincitori relativi così non sono mancati colpi bassi da una parte e dall’altra. La Coke ad esempio copiò il formato da tre litri della Pepsi sposando la teoria del ghiottone del McDonald’s”

“Sarebbe?”

“Un consumatore che si alza tre volte per riprendere un hamburger sviluppa imbarazzo e senso di colpa così lo facciamo alzare una sola volta inventando il Big Mac”.

“E l’obesità.”

“La Compagnia impose un diktat monopolistico a tutti gli ipermercati semplicemente minacciando d’andarsene e ottenne persino la “complementarietà” (Coca Cola in tutti i reparti, anche non alimentari) ma il colpo più grande contro la Pepsi lo sferrò involontariamente con l’invenzione della New Coke.”

“Mai sentita nominare.”

“Nel 1985 al ritmo dello slogan “the best just go better” la Coca Cola annunciò di voler cambiare formula ma la cosiddetta New Coke fu più un flop di proporzioni bibliche che una riuscita manovra di marketing. Gli americani si sentirono derubati  d’un elemento d’orgoglio nazionale e la New Coke sembrò più il funerale della vecchia formula che il battesimo della nuova. Ci furono delle vere e proprie sommosse e la Pepsi accusò di plagio la Coke 2.0 perché in molti la definirono “troppo dolce e vischiosa” quindi, a loro parere, uno squallido tentativo d’imitazione. Ma, e qui la Provvidenza si confonde con la strategia, quando la Compagnia distrusse la New Coke scusandosi col mondo e reintrodusse la formula tradizionale triplicò il fatturato al punto che un responsabile del marketing disse: “ era come se l’azienda avesse appena inventato una cura contro il cancro.”

“Beh, è la tecnica dei colpi di stato militari. Togliamo un bene primario alla popolazione e poi istruiamo un salvatore della patria che glielo restituisca diventando presidente (e poi dittatore) in modo quasi plebiscitario.”

“I signori vogliono il dolce?” , l’oste giocherellando col vassoio fra indice e pollice.

“Io si. Di moscato. E barricata se è possibile.”

 

(continua…)                             

Germano Innocenti

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