/ Overcooking

In Breve

domenica 09 giugno
domenica 02 giugno
Gita al Fado
(h. 15:44)
domenica 19 maggio
sabato 11 maggio
sabato 04 maggio
sabato 20 aprile
domenica 14 aprile
sabato 06 aprile
sabato 23 marzo
sabato 16 marzo
Bella e d’annata
(h. 09:39)

Che tempo fa

Cerca nel web

Overcooking | 28 aprile 2019, 17:08

Bella e d’annata (ultima parte)

“Ed ecco il “Brustengolo”, il dolce tipico spoletino. Lo fa mia madre.” Osservare l’oste franare esausto su una sedia.

Bella e d’annata (ultima parte)

Il silenzio notturno, interrotto dal rotondo gorgogliare d’una fontana e da isolati latrati d’ubriachi, introduce l’ultimo dessert sul tavolo cerchiato di vino de “L’Osteria del Matto” mentre i bicchierini panciuti di grappa hanno lasciato il posto alla bottiglia e il nostro commensale veneto ha già rimboccato tre volte il vin santo; sua moglie, cotonata dal sonno, ha guadagnato l’albergo bilanciando fra le braccia la salma assopita del figlio come una mobile Pietà disancorata dalla pietra.

“Ed ecco il “Brustengolo”, il dolce tipico spoletino. Lo fa mia madre.” Osservare l’oste franare esausto su una sedia.

“Com’è fatto?”

“Mele a fettine, uvetta, pinoli, noci, anice e buccia di limone grattugiata. Mamma ci mette anche un po’ di Mistrà.”

“Sembra delizioso. Peccato mia moglie sia già andata a letto.”

“Se vuole gliene può portare una fetta. Offre la casa. Però dovete dirmi di cosa avete parlato fitti fitti per tutta la sera.”

“D’un argomento che presumibilmente lei odia sin dagli antipasti amico mio …”

“…?”

“La Coca Cola.”

“Ma non la odio affatto!! È che le nuove generazioni bevono molto meno vino e s’ingozzano di Energy drinks e analcolici. Si drogano anche meno e, ora lo posso dire visto che sua moglie e suo figlio se ne sono andati, fanno anche poco sesso rispetto a noi.”

“Bè, su alcol e droghe, pur comprendendo il suo dramma pecuniario, non sarei così severo. E poi i cosiddetti “millenials” sono pieni di distrazioni che noi non avevamo,” sussurrare dubbiosi.

“Io ho una teoria in merito ma ve la illustro dopo. Ora voglio sentire cosa avete da dire sulla “bella e d’annata”, come la chiamo io.”

“Siamo giunti alla parte finale della mia esposizione, quella più sconvolgente visto che contiene uno scoop.”

“Era proprio quello di cui avevo bisogno. È da tanto tempo che non scoop” (risate vinolente alle nostre spalle).

“Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale la Coca Cola Company fu costretta a fare i conti con la penuria di materie prime e col razionamento dello zucchero così decise di affidarsi a un grande classico …”

“ … la Camporella?”

“Ah ah ah. No. Travestire da propaganda (in questo caso bellica) un’esigenza materiale. La figlioccia di Pemberton decise di entrare nell’esercito, nelle caserme e nella Guardia Nazionale. Così facendo poteva giustificare la sua minor presenza nei negozi dietro “le esigenze del Fronte” ma anche indirizzare parte del composto militare ad uso civile.

Nel 1942 (al pari della Ford e della Camel) divenne fornitore ufficiale di guerra al punto che dei Tecnical Observer, definiti Coca Cola Colonels, seguivano le truppe fabbricando il prodotto sul posto. Si trattava ovviamente di civili volontari pagati dall’esercito stesso, tutti chimici o ingegneri che speculavano sulla crescente penuria di acqua potabile nei paesi in guerra.”

“Porci schifosi.”

“In realtà erano visti come degli eroi. C’è la storia di quell’infermiera di Pearl Harbor che trasformò bottiglie vuote di Coca Cola in flaconi per trasfusioni sanguigne salvando molte vite o la toccante vicenda di quel soldato che per tutta la durata del conflitto ne nascose una nel suo equipaggiamento con la città di provenienza incisa sul fondo, a metà fra l’amuleto o il talismano portafortuna. Tutto carbone che alimentava il mito.

Quello a cui mirava la Compagnia era legare all’immagine della Coca Cola il patriottismo a stelle e strisce e, nei paesi liberati, all’essenza stessa della democrazia.”

“In anidride carbonica”.

“Quando anche i giapponesi, nella guerra psicologica tramite le radio amplificate del Fronte, iniziarono a trasmettere una canzone di Glenn Miller che diceva: “ non sarebbe bello avere una Coca Cola ghiacciata?” i quadri dirigenti di Atlanta capirono di aver fatto centro.”

“Ma lei odia o ama la Coca Cola? Io non l’ho ancora capito.”

Ammirati dall’assenza di filtri dell’oste fissare la lucente calvizie del veneto raggrumarsi in branchie di cupa concentrazione.

“L’odio assoluto è un sentimento nobile e non si esaurisce con la vendetta. Va meritato come l’amore e a volte confina con esso. Quando si odia qualcosa intensamente e per tanto tempo ci si affeziona a quella sensazione e non la si lascia più andare.”

“Parla di lei?”

“No. Di mio padre. L’odio l’ha consumato colmando ogni recesso della sua anima e quando ha passato a me il testimone di lui non rimaneva che una marionetta avvelenata in un teatro vuoto.”

“Mi spiace, non volevo … io …”

“Stia tranquillo. È successo tanto tempo fa ma prima di andarsene il vecchio mi ha fatto il suo dono più grande.”

“Lo scoop”.

“Esattamente.  Abbiamo già visto quanto la storia ufficiale della Compagnia contenga inesattezze seminate ad arte ma la menzogna più infame si riferisce proprio alla Seconda Guerra Mondiale. Secondo gli aedi di Atlanta il sacro fluido sbarcò in Francia solo nel 1933 e smise di essere erogato in tutto il Vecchio Continente nel 1939. In realtà frugando fra le carte di mio padre ho scoperto che già nel 1919, grazie a un pioniere di nome Linton, la Coca Cola si vendeva nelle bottiglierie di Bordeaux e Marsiglia, pubblicizzata dai calendari sexy, e nel 1927 era stata partnership dei giochi olimpici di Amsterdam.

Perché questa omissione?”

“Forse una semplice dimenticanza.”

“No. Si può dire qualcosa per sbaglio ma si mente sempre per una ragione. Continuai le mie ricerche e scovai una cartolina postale francese e una valigetta con dei dischi contenenti materiale informativo stampati dalla SFBN (Societè Franςaise des Breuvages Naturels), risalenti entrambe al 1940.”

“Un anno dopo la presunta ritirata della bibita dall’Europa.”

“La verità è che la Coca Cola continuò ad essere venduta nella Francia sotto l’occupazione dei nazisti grazie all’ambigua figura di Max Keith, il presidente della Coca Cola Germania.”

“Coca Cola Germania?”

“Si. Mentre la figlioccia di Pemberton diventava il simbolo dell’antinazismo, contrabbandata nel mondo dal più inatteso ed efficace dei pubblicitari e cioè l’esercito americano, il suo presidente tedesco ne faceva la bibita preferita dal terzo Reich.”

“Ma è impossibile!”

“Il figlio di Dio è morto e poi risorto. Questo è impossibile quindi è certo.”

“Tertulliano. Pensavo che in Veneto Dio fosse più un epiteto canino.”

“Ho fatto il liceo classico. La Coca Cola era amatissima nella Germania di Hitler e spopolava nei campi della gioventù hitleriana, si serviva dei “fremdarbeiters” e cioè dei lavoratori forzati che provenivano dalla nazioni occupate e quando fu accusata di filosemitismo il suo presidente si difese sulle colonne dello Stürmer (il giornale del partito nazionalsocialista) vantando la propria “purezza originaria”. In più la sua partnership ai giochi olimpici non era casuale visto che sponsorizzava tutti gli eventi sportivi d’una certa rilevanza marciando analcolicamente al passo col mito della razza ariana. In una riunione di fabbrica, dopo aver concluso il proprio intervento, Keith lanciò per tre volte il Seig-Heil”.

“Perché non ne sappiamo nulla?”

“L’aneddoto più divertente ed esemplificativo  si riferisce ai campi di prigionia tedeschi istituiti negli Stati Uniti alla fine del conflitto; un ufficiale americano notò dello scompiglio in un drappello di prigionieri così si avvicinò ed uno di loro gli disse che stavano domandandosi dopo aver visto una pubblicità murale della Coca Cola cosa ci facesse la loro bevanda nazionale sui muri d’America.”

“Queste sono sue teorie o qualcuno s’è preso la briga di verificarle?” sentir chiedere all’oste, improvvisamente attento.

“Più di uno. La Compagnia si è difesa dicendo che: 1) La Coca Cola non era la Standard Oil che vendeva carburante agli aerei della Lutwaffe. 2) Si è dissociata da qualsiasi decisione presa autonomamente dal presidente Max Keith.”

“La vecchia strategia del capro espiatorio.”

“Ma io posso confutare anche quella. Quando alla vigilia del conflitto il razionamento delle materie prime rese incerta la sopravvivenza della Coca Cola in Europa ( e in particolare in Francia e in Germania) dapprima si pensò di esportare ingenti quantitativi di preparato tramite Italia e Svizzera, Giappone e Siberia o un porto della Romania poi Woodruff, il gran capo di Atlanta, invitò Keith a parlare con William Heath, il chimico che custodiva la formula da più di vent’anni, per cercare di riprodurla nel Vecchio Continente.”

“Altro che iniziative personali.”

“Infatti. Alla fine, date le difficoltà d’esportazione e l’impossibilità di ricreare il composto 7X, e cioè la mistura di spezie cara a Candler, la Compagnia decise di sostituire la Coke con una bibita meno pregiata, almeno fino alla fine del conflitto.”

“La Fanta”, l’oste più che divertito.

“Complimenti, come fa a saperlo?”

“Poche sere fa dei clienti di Casa Pound la volevano definendola la bibita del Duce.”

“E lei?”

“Ho dato loro cinque euro indicando il bar dietro l’angolo. Per me quando si parla di vino non ci sono né Coca né Fanta, né destra né sinistra che tengano.”

“E comunque la Fanta (da “Phantasie”, fantasia in tedesco) era una mistura di caffeina, orzo, uva, limone, latticello, saccarina, zucchero di barbabietola e una fibra che proveniva dai torchi del sidro.”.

“Una specialità.”

“In molti la definirono “il resto dei resti” e nei paesi più segnati dal Nazismo cambiò il suo nome in “Cappy”, ma permise alla Compagnia di continuare a fare affari in Europa fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.”

“Comunque noi italiani abbiamo poco da vantarci in termini di filo-nazismo.”

“Si riferisce al Fascismo e alle leggi razziali?”

“No, ad un’altra istituzione “rossa”, il Vaticano di Pio XII.”

“Direi di finirla qui prima che spuntino fuori i Templari e la Massoneria, siete d’accordo?”

“Dico che non ci ha ancora illustrato la sua teoria sui giovani d’oggi”.

“Ah ah ah. È vero. Quello che cercavo di spiegare prima è che lo scarso consumo di alcol e droghe non è dato da solidi principi morali ma dalla voglia di fare bella figura sui social costruendo un’immagine pulita di sé che non corrisponde alla realtà di fatto.”

“Essere perbenisti non significa essere per bene.”

“Come essere politicamente corretti non significa essere corretti.”

“Amen. Ora però devo veramente chiudere.”

Uscire nella sera liscia al tatto con le stelle scamosciate e la cataratta della luna gelida come mercurio.

“Buonanotte e … grazie. Posso farle solo un’ultima domanda?”

“Certamente.”

“La soluzione è la Resilienza? I cinque euro al bar dietro l’angolo?”

“Ah ah ah. Non ci sono soluzioni, solo scelte. E la consapevolezza che la trasparenza non esiste. Siamo opachi come vetro invernale. La Coca Colonizzazione è solo un macro-esempio ma resta la metafora di Santa Teresa D’Avila.”.

“Cioè?”

“A chi le diceva che era pura rispondeva che anche un bicchiere d’acqua limpida mostra microgranuli d’impurità se esposto alla luce del sole.”

 

Liberamente ispirati al libro “Coca Cola, l’inchiesta proibita” di William Reymond.

 

Germano Innocenti

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium