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Attualità | 21 maggio 2019, 14:18

A tu per tu con Franco Balmamion, due volte vincitore del Giro nel 1962 e 1963

Ospite del Museo della Bicicletta di Bra, il campione originario di Nole Canavese si racconta per noi. “Nel Giro d’Italia 2019 ci sono quattro tappe in Piemonte e non c’è un piemontese alla partenza. È davvero incredibile!”. "Seguo con interesse Diego Rosa: ha una carriera luminosa davanti a sé"

A tu per tu con Franco Balmamion, due volte vincitore del Giro nel 1962 e 1963

I ciclisti piemontesi e il Giro d’Italia: un digiuno lungo 56 anni. Dopo la leggenda di Fausto Coppi, per trovare altri alfieri bisogna arrivare a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Un’epoca di autentici fuoriclasse. Di quelli che i bambini cercavano nelle biglie e facevano correre in piste costruite sulla sabbia. Di quelli che i piccoli in spalla ai papà si sbracciavano a salutare quando passava il Giro. L’epoca di Eddy Merckx, ovviamente, ma anche l’epoca di Felice Gimondi, Jacques Anquetil e di Vittorio Adorni.

E l’epoca di Franco Balmamion, una faccia che sarebbe stata ideale per un samurai; invece lui è di Nole Canavese, cittadina piemontese da cui ha ereditato la cortesia e le buone maniere.

Da qui, il prossimo 24 maggio passerà la 13ª tappa del Giro d’Italia per omaggiare il campione maglia rosa nel 1962 e 1963. Mica male, per uno che è arrivato sul podio più alto senza mai vincere una tappa. Successi anche in una Milano-Torino, in un Giro dell’Appenino, in un Campionato di Zurigo e in un Giro di Toscana dov’era in palio la maglia tricolore.

Un bottino di tutto rispetto, fatto anche di tanti ottimi piazzamenti, compreso un terzo posto nel Tour de France del 1967. Ciclismo di altri tempi, tuttavia intrigante come una bella donna al declinare dei suoi anni dorati.

Oggi, a 79 anni, Franco racconta la sua vita con la stessa passione che ha messo in sella alla bici già da giovanissimo, quando iniziò a gareggiare per lo storico Gruppo Sportivo Martinetto di Ciriè, dove poi è tornato a vivere seguendo il richiamo delle sue più vere e profonde radici.

Lo incontriamo al Museo della Bicicletta di Bra, ospite della festa sociale organizzata dal presidente, cavaliere Luciano Cravero. Ci diamo del tu.

 

Chi è Franco Balmamion in poche parole?

Sono sempre stato onesto con me stesso e con tutti. Non mi è mai piaciuto mettermi in mostra e quello che ho fatto sicuramente l’ho raggiunto solo con i miei mezzi”.

Come nasce la tua passione per il ciclismo?

Ho sempre avuto la passione per le due ruote, ma è stato uno zio, che partecipò al Giro d’Italia nel 1931, che mi invogliò a correre”.

Chi sono stati i tuoi miti?

Da bambino facevo il tifo per Bartali”.

Che cosa ha rappresentato per te il ciclismo?

È stato un periodo bellissimo della mia vita. In tutto ho corso per sedici anni. Seguo tuttora questo sport, ma con la fine della mia carriera è finita la parte attiva che mi ha regalato grandi soddisfazioni”.

Quali erano i tuoi punti di debolezza e di forza?

Lo sprint nella volata non era un mio dono di natura. Arrivavo sempre con i primi, solo che risultavo quarto, quinto o sesto. Ho puntato sulle corse a tappe e sono riuscito a vincere due Giri d’Italia. I miei punti di forza erano la costanza e la salita, mi piaceva la corsa dura”.

Due Giri come fiori all’occhiello di una carriera che non ha più avuto uguali in Piemonte. Che ricordo hai di quelle imprese?

La più bella è stata il mio primo Giro d’Italia. Avevo appena ventidue anni. Non dico che fosse una cosa inaspettata, uno ci crede sempre, ma non è da tutti i giorni vincerlo a quell’età”.

Le tue vittorie a chi le hai dedicate?

Sono rimasto orfano a tre anni e la mia mamma ha fatto molti sacrifici per allevarci, la persona più importante era lei”.

Hai mai pensato: chi me lo ha fatto fare?

No, ho iniziato spinto dalla passione e, quando sono cresciuto, ho proseguito volentieri nella mia carriera”.

Nei momenti di difficoltà che cosa ti caricava?

I momenti di difficoltà ci sono stati per via delle cadute e non per un mancato risultato sportivo. Tutti corrono per vincere, ma solo uno ci riesce. Sono sempre stato alquanto testardo nella vita, ho iniziato a correre contro il volere di mia madre proprio perché aveva paura delle cadute, ma sono andato avanti grazie alla forza di volontà, al mio carattere”.

A che cosa pensavi durante una gara?

Pensavo alla corsa e rimanevo concentrato su di essa”.

Chi sono stati i tuoi rivali più tosti?

Il collega con cui ho lottato di più è stato Adorni”.

Chi avresti voluto come compagno di squadra?

Adorni, Merckx e Bitossi. Comunque mi trovavo bene con tutti”.

Che cosa ti ha dato questo sport?

Mi ha dato molto e gli ho dato molto della mia vita”.

Alimentazione: differenze tra ieri ed oggi per un buon sportivo?

Diciamo che allora un’atleta mangiava come una persona normale. C’erano degli alimenti un po’ da escludere, ma non era come oggi, era tutto diverso”.

Che ne pensi del doping?

Lo sport dovrebbe essere fatto solo di sacrifici, allenamenti e vita sana. È un argomento molto delicato, un problema che riguarda tutti gli sport e non solo il ciclismo”.

Lo sport quanto aiuta nella vita?

Sicuramente ti obbliga a fare dei sacrifici che nella vita sono importanti una volta smesso di praticarlo”.

Che passioni hai e come ti rilassi?

Oggigiorno seguo tutti gli sport, leggo. Il guaio è che non vado più in bicicletta”.

C’è qualcuno a cui sei riconoscente?

A tutti i miei compagni di squadra, di tutte le squadre, sia quando ho vinto o no. Per me la squadra è come una famiglia”.

Quale campione ti ha impressionato di più?

Nel mio periodo, i due più grandi che ho ammirato maggiormente sono Eddy Merckx e Jacques Anquetil. Come vittorie Merckx non si può discutere, ma ho sempre ammirato di più Anquetil per la signorilità che aveva in corsa, verso i compagni e gli avversari”.

Qual è il ciclista che oggi più ti assomiglia?

"È difficile da dire, ma penso che in Italia sia Nibali”.

Che cosa non ti piace del ciclismo moderno?

"È cambiato tutto. Non mi piace il modo in cui è interpretato. Una volta in tutte le tappe c’era la fuga che andava. Ora corrono tutti in gruppo, va via la fuga che viene ripresa a pochi chilometri dall’arrivo. Il ciclismo di una volta era più combattuto, meno controllato, mentre quello di oggi è più manovrato, ma bisogna adeguarsi. Tolte le tappe di salita e quelle un po’ dure, grande spettacolo non c’è, se non nella volata finale”.

Ti piace Froome?

"È un corridore da ammirare”.

Il miglior ciclista della storia?

"È difficile da dire. Come uomo, perché è rimasto nel ricordo degli sportivi, direi Coppi, mentre, per i tanti risultati ottenuti, Merckx”.

Chi sarà il prossimo campione nel ciclismo italiano?

"Sono Aru e Nibali i due che contano. Aru ha qualche anno in meno, quindi speriamo che cresca ancora e diventi anche lui il numero uno”.

Tra i giovani piemontesi, per chi tifi?

"Devo dire che, purtroppo, in questo Giro d’Italia 2019 ci sono quattro tappe in Piemonte e non c’è un piemontese alla partenza. È davvero incredibile! Comunque, seguo con interesse il giovane Diego Rosa, che ha ottime caratteristiche e una carriera luminosa davanti a sé”.

Diego Rosa, classe 1989, nato e cresciuto nel Roero, a Corneliano d'Alba. L’ultimo samurai ha scelto l’erede!

Silvia Gullino

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