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Cronaca | 21 maggio 2019, 13:45

Condannato a 6 anni di reclusione il ragioniere cuneese a processo per fatture false e appropriazione indebita

Le indagini della Guardia di Finanza erano partite nel 2014 a seguito di alcuni esposti

La targa del suo studio

La targa del suo studio

Sei anni di reclusione (come richiesto dal pm Alberto Braghin) è la pesante condanna che il tribunale di Cuneo ha inflitto oggi al ragioniere Danilo Bruno. Dei 102 capi d’imputazione riguardanti i reati di falso, appropriazione indebita, emissione di fatture per operazioni inesistenti e contraffazione di sigilli pubblici per i quali era finito a processo, il giudice ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per 36 reati che riguardavano l’emissione di fatture inesistenti e ha inflitto pene accessorie fra le quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e da componente delle commissioni tributarie.

Le indagini della Guardia di Finanza erano partite nel 2014 a seguito di alcuni esposti che denunciavano presunte irregolarità compiute dal professionista. Sul server nello studio in corso Giolitti del ragioniere (che non risulta iscritto ad alcun albo professionale), i finanzieri trovarono molte fatture che, secondo l’accusa, sarebbero state “fabbricate” dallo stesso imputato utilizzando i dati di alcuni suoi clienti. I documenti in alcuni casi riportavano numerazioni sbagliate, in altri facevano riferimento a prestazioni inesistenti, come nel caso della fornitura di attrezzature per un valore complessivo di oltre un milione di euro da parte di una ditta che non aveva neppure un magazzino né libri cespiti. Con l’anomalia, secondo le Fiamme Gialle, del loro utilizzo al solo scopo di detrazione dell’IVA e non anche, come invece accade nella normalità, anche ai fini delle dichiarazioni delle imposte dirette.

Per l’appropriazione indebita, l’imputato aveva delega da parte di suoi clienti per poter addebitare direttamente sui loro conti i pagamenti delle imposte tramite il servizio Intratel. Alcuni di essi si erano accorti di aver pagato le tasse di perfetti sconosciuti, altri contribuenti seguiti da Bruno. Condotte illecite che per il pm sarebbero state poste in essere per continuare a mantenere i rapporti di tanti clienti che prima erano seguiti dal fratello Adriano.

Sicuramente ha fatto cose che non doveva ma non ha commesso reati”, secondo il difensore Attilio Martino che, chiedendo l’assoluzione per tutti i capi d’accusa, nella sua arringa ha smontato la tesi accusatoria della “captatio benevolentiae”: “Siamo di fronte a condotte senza il movente. Tutti i testi hanno dichiarato di non sapere quello che Danilo Bruno faceva, non poteva commettere reati fiscali per conto di terzi.”

Di tutti gli artigiani e titolari di imprese individuali coinvolti nella vicenda soltanto due fratelli si erano costituiti parte civile con l’avvocato Leonardo Roberi. A loro, che avevano consegnato al ragioniere circa 1.200 euro in contanti per il pagamento dei loro F24 - denaro che invece era stato utilizzato per uso diverso - andrà un risarcimento che sarà quantificato dal giudice civile.

Monica Bruna

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