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Cronaca | 22 maggio 2019, 10:44

Procura generale chiede riduzione della pena per gli assassini di Roberto Piatti

Si avvia a sentenza il processo d’appello nei confronti di quattro componenti della banda accusata del mortale agguato ai danni dell’orefice di Monteu Roero. La parte civile: "Dagli imputati atteggiamento sprezzante e ancora nessun risarcimento alla famiglia"

Ultime battute in Tribunale a Torino per il processo d'appello sull'omicidio di Patrizio Piatti

Ultime battute in Tribunale a Torino per il processo d'appello sull'omicidio di Patrizio Piatti

Si avvia alle battute finali presso il Tribunale di Torino il processo di secondo grado per l’omicidio di Patrizio Piatti, vittima di un agguato da parte di una banda di malavitosi consumato all’alba del 9 giugno 2015, nel garage della villetta di Monteu Roero nella quale l’uomo – orafo con attività a Torino – risiedeva insieme alla moglie e alla figlia.

Nei giorni scorsi presso la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello (presidente il giudice Patrizio Pasi) è andata in scena una nuova udienza del procedimento chiamato a confermare o riformare la sentenza di primo grado arrivata poco più di un anno fa, il 22 marzo 2018, dal Tribunale di Asti.
Allora, al termine del rito compiuto con rito abbreviato – e quindi con lo sconto di un terzo della pena per i quattro condannati -, il giudice Federico Belli aveva accolto buona parte delle richieste avanzate dal pubblico ministero Francesca Dentis, riconoscendo per i capi di imputazione di omicidio e rapina in concorso Francesco Desi – indicato come colui che materialmente esplose i colpi che uccisero Piatti –  e di Junior Giuseppe Nerbo – il basista della banda –, condannati a una pena di 18 anni di reclusione; 14 anni e 4 mesi era invece stata la condanna inflitta ai complici Salvatore Messina ed Emanuele Sfrecola. Era stata invece assolta Anna Testa, consorte di Giancarlo Erbino (poi condannato anch’egli a 18 anni, ma in un processo svoltosi separatamente), il gioielliere torinese indicato dagli inquirenti come l’ideatore del piano criminale col quale la banda avrebbe voluto appropriarsi del tesoro di contanti e gioielli – per gli inquirenti in parte frutto di ricettazione – che l’orafo monteacutese avrebbe custodito presso la propria abitazione.

Il procuratore generale presso la Procura torinese Marcello Tatangelo ha ora concluso la propria requisitoria, confermando l’impianto accusatorio nei confronti dei quattro imputati e chiedendo nei loro confronti solo la riduzione di un anno di pena, ritenendo eccessivo l’aumento per la continuazione relativa ai reati di rapina e lesioni.

L’avvocato albese Roberto Ponzio, legale di parte civile in rappresentanza della moglie e della figlia di Patrizio Piatti, ha invece chiesto la conferma della sentenza di primo grado e il rigetto degli appelli.

La parola è quindi passata alle difese, a partire da quella di Francesco Desi, che con l’avvocato Renata Broda di Asti ha chiesto per il suo assistito l’assoluzione o la riduzione della pena inflitta in primo grado, per passare poi a quella di Salvatore Messina (difeso dagli avvocati Letizia De Vita di Catania e Gianpaolo Zancan di Torino), nel frattempo diventato collaboratore giustizia, che ha reso spontanee dichiarazioni in videoconferenza (tutti gli accusati sono detenuti in carcere), chiedendo anch’egli una riduzione della pena.

Il processo proseguirà ora con le udienze già fissate al prossimo 7 giugno, per gli interventi delle difese di Nerbo e Sfrecola – rappresentati rispettivamente dagli avvocati torinesi Pierfranco Bertolino e Andrea Giordana –, e al 18 giugno per eventuali repliche e la sentenza.

Roberto Ponzio, legale della famiglia Piatti, così commenta lo svolgimento dell’udienza: "E’ censurabile il comportamento sprezzante degli imputati nei confronti delle parti offese, cui hanno recato gravissimi danni e alle quali non hanno versato allo stato nulla per il risarcimento pur a fronte di provvisionali disposte dal Tribunale di asti. Un tragico agguato nel proprio domicilio non può non inquietare e denota un livello di criminalità a cui le nostre zone erano affrancate quando c’era un tribunale con l’operatività della polizia giudiziaria e penitenziaria".

Ezio Massucco

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