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Overmovie | 25 maggio 2019, 17:00

I (don’t) wanna be bury in a Pet Sematary

Meno fedele al libro rispetto all’originale del 1989 il remake di Pet Sematary è il classico horror di nuova generazione, fenomenologico e immediato, con la sua buona dose di jump scare e un immaginario così curato da sembrare la copia d’una matrice smarrita per sempre

I (don’t) wanna be bury in a Pet Sematary

Meno fedele al libro rispetto all’originale del 1989 il remake di Pet Sematary è il classico horror di nuova generazione, fenomenologico e immediato, con la sua buona dose di jump scare e un immaginario così curato da sembrare la copia d’una matrice smarrita per sempre.

Dennis Widmyer e Kevin Kolsch (Starry Eyes) sapevano di avere tra le mani una delle opere più amate dai fan di Stephen King, e da Stephen King stesso, e ben consapevoli della prolissa e noiosa diatriba fra pagina scritta e riuscita cinematografica, hanno realizzato un film rispettoso per quanto privo di coraggio e ambizioni autoriali. Il finale farà discutere ma la rimanipolazione di alcune variabili non danneggia la riuscita dell’insieme: c’è la coppia di coniugi che si trasferisce dalla tentacolare Boston alla sonnolenta provincia rurale (archetipo del male sin dai tempi di H.P. Lovecraft), c’è l’incubo reale della morte rappresentato dai Tir sfreccianti dell’Orinco, metallizzata metafora dell’incessante progresso, e poi c’è il cimitero degli animali che sorge in territorio indiano all’interno del perimetro di casa Creed, sbarrato da un muro d’assi che segna il limite fra la sacra sepoltura e qualcosa di incomprensibile.

Lo stesso limite che separa la razionalità del dottor Creed dal misticismo religioso di sua moglie Rachel, traumatizzata dalla precoce morte di sua sorella Zelda, affetta da una congenita deformità che la terrorizzava e che la spinge ad accusarsi della sua dipartita. Fede contro scienza quindi, alle prese con la madre di tutti i misteri e cioè se vi sia o meno vita dopo la morte.

Ma mentre il libro scavava nelle paure dei protagonisti tracciando uno dei principali refrain dell’opera kinghiana e cioè il rito di passaggio dell’adolescenza di fronte alla morte che in “Stand by Me” (Il corpo) era il ritrovamento d’un cadavere e che qui è invece la perdita d’un animale domestico, nel film tale approfondimento psicologico abdica in funzione del sovrannaturale, di maggiore impatto scenico ma incapace di colpire in profondità.

La stessa descrizione del cimitero dei Mic Mac, affidata all’oracolare figura del vecchio Jud (un sempre grande John Lithgow), striscia in superficie rispetto a pellicole come Poltergeist e questo più che aumentare lo straniamento accresce l’incompiutezza d’una trama che somiglia ai sosia dei cari “ritornanti” dalle tenebre: sono abbozzi di esseri umani, “mucchi d’ossa” narrativi, parafrasando un’altra riuscita metafora del re dell’incubo.

Un altro aspetto del libro mancato dal film è il tema del doppelgänger; il mostruoso travestito da trascendentale che affonda le sue radici nel fami(g)liare, così la maschera funebre di Pet Sematary non è altro se non il timore della follia o della violenza domestica.

L’amore visto attraverso lo specchio deformante della pazzia o della malattia si trasforma nel peggiore degli incubi perché penetra nelle nostre coscienze attraverso le usuali coordinate e le sconvolge come un virus.

Stiamo parlando di Jack Torrance in “Shining” o, per estensione, di Linda Blair ne “L’Esorcista”, ma anche e soprattutto di Zelda in Pet Sematary, la cui anatomia sfigurata e il dolore ossessivo trasformano da amabile sorella in vestale del Male più cristallino, quello interno al sacro recinto della famiglia.

Così dobbiamo lasciare andare chi amiamo o attaccarci a lui nonostante soffra immensamente? Dobbiamo affidarlo alle pietose braccia d’un possibile Paradiso o combattere per non lasciarlo scivolare nell’oblio del verme trionfante di Poe?

C’è questo tutt’altro che rassicurante interrogativo dietro Pet Sematary e purtroppo il film di Widmeyer e Kolsch non riesce a trasmetterlo nonostante un buon budget, una discreta prova recitativa corale e un ottimo sound design (della fotografia si è già detto).

Nonostante questo il film da un punto di vista pulsionale funziona perché la scena di Ellie che, sporca di terra e vestita da ballerina, cerca di ripetere i passi frugando nella memoria luttuosa al punto di vorticare furiosamente e spaccare tutto ciò che gli si pone dinnanzi è realmente disturbante come mettono i brividi il montacarichi di Zelda o l’angoscia di Louis che deve abbracciare sua figlia pur riconoscendo in lei un’estranea.

Gli zombi di King sono i fantasmi delle nostre conflittualità affettive e nella trasparenza della loro pelle noi vediamo riflesso il vero orrore trasfigurato in una mostruosità paradossalmente più accettabile, così la “formula antimostro” che il padre recita al figlio in Cujo non mette al riparo quest’ultimo dallo spettro d’una separazione né il potere magico del cimitero indiano riporta in vita i nostri cari più di quanto la scienza medica riesca a scongiurare il timore della morte.

Questo gioco di trasparenze che riesce alla scrittura non può riuscire all’horror postmoderno che con la sua velocità videoclippata coglie solo un piano narrativo e del mostro ci riconsegna soltanto (coerentemente) lo scalpo.

Così It resterà un ragno gigante e la famiglia Creed una scadente imitazione degli Addams ( o di Bero and Co) fino a quando in sede di sceneggiatura non si deciderà di scandagliare la particola dei mostri kinghiani che sono solo il negativo dei nostri incubi. Ma criticare questa versione di Pet Sematary significa criticare la ratio essendi dell’horror 2.0, da Neon Demon a seguire, con una concezione etica ed estetica di superficie che agisce a livello viscerale e che sacrifica ogni psicologismo sull’altare dell’immediatezza.

Tra questa pornografia del vis(su)to integrale che non lascia spazio ad alcuna linea d’ombra e l’onirismo d’un Lynch intercorre tutta l’ambiguità dell’erotismo.

Pet Sematary 2019 è contingente perché visuale e visuale perché contingente.

La processione mascherata di bambini che conducono i loro animali defunti attraverso il bosco fino al cimitero dei Mic Mac e le incisioni a spirale sulle cortecce degli alberi oltre il muro del mondo sensibile sanciscono quanto l’immaginario di True Detective sia penetrato a fondo, consciamente o inconsciamente, nella mente dei costruttori di incubi hollywoodiani.

Siamo nel trionfo dell’immagine sulla cosa e della copia sull’originale, come diceva Feuerbach, e l’ultima patetica prova di questa mutazione è la cover rosè che gli Starcrawler hanno fatto dei Ramones. A questo punto (non) vogliamo essere seppelliti nel cimitero degli animali: “I (don’t) wanna be bury in a pet sematary”.

Germano Innocenti

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