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Curiosità | 30 giugno 2019, 15:42

Quattro chiacchiere con il mitico re della risata, Enrico Beruschi, al Caffè Letterario di Bra

Toglietegli tutto, ma non la barba

Quattro chiacchiere con il mitico re della risata, Enrico Beruschi, al Caffè Letterario di Bra

Quello sguardo un po’ così, quell’espressione un po’ così… e quel viso un po’ sghembo, da comico buono e malinconico, Enrico Beruschi ce l’ha avuto sempre, non si tratta di una posa di scena.

È sempre disponibile, si rapporta con il pubblico con umile ironia e contagiosa simpatia. Ha una battuta per tutti, a partire da se stesso.

È stato così in tv con Drive In e ora al teatro, dove ruba la scena, da special guest, a più giovani e rampanti colleghi.

Una vita votata alla comicità, dopo la decisione di licenziarsi, poco più che trentenne e nonostante un incarico prestigioso, dalla fabbrica di biscotti Galbusera, per fare ciò che gli veniva meglio: il cabaret.

Una scelta audace e controcorrente, come lo sarebbe ancora oggi, ma la strada era quella giusta e lo dimostra l’affetto della gente, che lo stima e gli vuole bene.

Ora Enrico è qui che ci racconta qualcosa di sé, una fotografia della normalità di un personaggio che non si porta il lavoro a casa, di un comico che sa far ridere, perché non si prende mai troppo sul serio, pur lavorando sempre con il massimo della serietà. Di uno attento alle piccole cose per cogliere le grandi. E che sia il ragazzo del Derby Club, tempio del cabaret ai tempi della Milano da bere, o il divo di teatro e tv, lui non è cambiato. Sempre lo stesso “Angelo azzurro” e parlarci insieme è bello, se non si rimane ipnotizzati.


Quando hai capito che far ridere sarebbe stato il tuo lavoro?
«Non l’ho ancora capito. Però, intorno ai tredici, quattordici anni, mi sono accorto che ero piccolo, brutto e povero. Così, ho sfruttato il fatto che sapevo raccontare le barzellette».


Che cosa pensavi di fare da grande?
«Ero un ragioniere e a trentatré anni ho dato le dimissioni da vice direttore commerciale della Galbusera. Ero a un passo dal diventare dirigente. Rischiavo di diventare una persona seria!».


Mi racconti del tuo debutto?

«Avevo meccanizzato l’azienda (Galbusera, ndr), mi spettava un aumento e non è arrivato come pensavo io. Così sono andato al Derby dove c’erano dei miei compagni di scuola che ormai erano diventati importanti. Ricordo che mi venne incontro Walter Valdi, colonna portante del cabaret milanese e mi disse: “Faccia di bronzo! Si dice che sei capace di far ridere. Domani sera provi!” Io ci provai e la gente si rotolava dalle risate. Avevo trentuno anni ed era la prima volta che parlavo al pubblico. Iniziai in questo modo. Feci due anni da dilettante, dopodiché dovetti prendere quella famosa decisione».


Chi ha creduto in te per primo?
«Direi proprio Walter Valdi, caposaldo del fantastico Derby Club di Milano. Un ambiente che non si può descrivere. Una fucina di talenti. Noi eravamo “trooooppo” convinti, ci inventavamo cose sempre nuove, studiavamo. C’era un clima che oggi faccio difficoltà a scorgere tra le nuove realtà. Sono sempre stato il più anziano dei miei contemporanei, ero pari a Cochi e Renato, ma loro avevano cominciato quindici anni prima di me. E così è stato anche in tv, nel programma Non Stop».


Quante anime ci sono in te?
«Mezza? Una, due? Faccio cose assolutamente diverse e, in questo momento, ciò che mi interessa di più è la lirica e le letture di Guareschi. Tre settimane fa siamo stati in scena a Milano per un certo tipo di show e subito dopo ero al Teatro Compagnia Balletto in cui interpretavo Giuseppe Verdi nello spettacolo W Verdi. Completamente un’altra cosa! Perché io, con il cilindro, il mantello e la sciarpa bianca, sembro proprio il ritratto di Giovanni Boldini (come dargli torto? ndr)».


Perché la passione per il teatro?
«Nel 1977 succede una cosa strana. Comunemente, i comici non hanno la barba, ma in quell’anno ne spuntarono addirittura due: Beppe Grillo ed io. Molti, all’epoca, ci confondevano, perché, in effetti, ci assomigliamo. Nella trasmissione televisiva Non Stop, entrambi avevamo avuto molto successo e, così, la rivista Tv Sorrisi e Canzoni intervistò Gino Bramieri per sapere che cosa ne pensasse del sottoscritto e di Grillo. Alla domanda se si trattasse di comici o di meteore, lui rispose: “Per capire se sono dei comici bisogna vederli in teatro”. Ed io, in quell’anno, debuttai al teatro con l’Angelo Azzurro. Successivamente, conobbi Gino Bramieri e ci promettemmo di fare congiuntamente una commedia in milanese, ma, purtroppo, non se ne fece nulla».


Come nasce il sodalizio con Margherita Fumero?
«Nasce trentacinque anni fa. Lei era nella compagnia di Macario e la volemmo per un nostro spettacolo, perché confacente al personaggio da interpretare. Il giorno del debutto, al teatro Alfieri di Torino, ad assistere allo spettacolo, in prima fila, c’era niente di meno che Macario. Proprio lui che non era mai andato a vedere nessuno a teatro. Fu un’emozione straordinaria! Margherita era la sua giovane attrice e fu quasi un passarmela in consegna».


Vi separerete mai?
«Non lo so. Non ci riesco con la moglie, pensa con lei! Ho fatto quarant’anni di matrimonio e trentacinque con Margherita (sorride, ndr)».


C'è qualcosa di indimenticabile nella tua vita a cui ritorni con la mente?
«La tenda rossa del Derby che si apre e la paura della prima sera ad andare in scena, mentre Walter Valdi mi presentava agli spettatori, dicendo: “Trattatelo bene, perché è la prima volta che parla in pubblico”. Mi hanno trattato bene, avessi visto come ridevano! Ed io non capivo nemmeno il perché».


Quanto sono importanti il cinema, il teatro e un certo tipo di tv nella crescita di un Paese?
«La televisione dovrebbe dare l’esempio e suggerire cose belle che, invece, ultimamente, latitano. Bisognerebbe ritornare un po’ all’umorismo o alla satira. Ultimamente, ho proposto di fare una puntata di Chi l’ha visto proprio sulla satira».


Il successo improvviso è pericoloso?

«Certo, può essere pericoloso, soprattutto per i giovani. Ne vedo molti che sbandano, perché si trovano proiettati in un mondo diverso, che non conoscono. Io ero più preparato, perché avevo passato i trent’anni. Alla mia prima partecipazione al programma Non Stop ne avevo trentasei e mi era nato il primo bambino. Ero una persona un po’ più seria».


Credi nella fortuna?

«Abbastanza. Mi ritengo fortunato. Quando gioco al Gratta e Vinci di solito perdo, ma sono contento, perché così sono fortunato in amore».


A che cosa non rinunceresti mai?

«Alla barba!»


Se potessi tornare indietro, che cosa consiglieresti ad Enrico?
«Sii un po’ meno serio! Magari ti rinfacceranno qualcosa, ma ti divertiresti di più».


Che cosa ti colpisce della gente che ti ferma per strada?
«Ormai sono abituati a me! Sono un vecchio amico di famiglia. Non ho mai urlato in tv e nemmeno pronunciato parolacce, ma sono sempre stato garbato e la gente lo riconosce».


In chi vedi degli eredi?
«Non saprei. Credo che ognuno di noi abbia una propria strada da seguire, che non va mai persa di vista».


Che cosa consigli ai giovani: di fare i calciatori, i cantanti o di studiare?
«Lavorare e non esaltarsi. Io seguo molto i giovani e continuo a predicare loro di non pensare solo al successo, ma alla gioia di qualcosa di più profondo e lavorare per ottenerla. Bisogna coltivare le speranze e non creare le illusioni, il contrario di quello che oggi fanno quasi tutti».
In una Milano che non è più da bere!

Silvia Gullino

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