/ Attualità

Attualità | 25 agosto 2019, 15:00

Bra: quattro chiacchiere con Marko Ivan Rupnik, aspettando la festa della Madonna dei Fiori

Il direttore del Pontificio Istituto Orientale-Centro Aletti ci parla di sé e dei suoi capolavori sparsi nel mondo

Bra: quattro chiacchiere con Marko Ivan Rupnik, aspettando la festa della Madonna dei Fiori

Il nome di Marko Ivan Rupnik evoca la sacralità della grande arte ed il fascino ineguagliabile del mosaico. Ma c’è un capolavoro molto più penetrante da osservare: quello dello Spirito che da sempre guida tutte le persone che, come il gesuita sloveno, credono nell’opera d’arte più importante: la Vita. Al Santuario della Madonna dei Fiori di Bra, il direttore del Pontificio Istituto Orientale - Centro Aletti, ha regalato un’istantanea preziosa di una realtà, antica e sempre nuova. Difficile non identificarsi nelle icone del nuovo pronao, impossibile non lasciarsi prendere per mano da un’opera tanto grandiosa quanto profonda. Una catechesi permanente che potrà aiutare la riflessione di chi cerca il dialogo con Dio. Davanti a Lui si confronteranno salvezza e giudizio, fede e incredulità, adesione, ma anche rifiuto. Partiamo da qui.

Da dove prendi ispirazione per le tue opere?

«Non sono un fedele continuatore dell’Icona. Studio il primo millennio, perché sono convinto che quella è l’epoca in cui i cristiani hanno veramente saputo quale arte fa parte della liturgia. Non ho mai copiato nulla, ma ho sempre preso ispirazione. Ho fatto l’Accademia negli anni Settanta, quindi sono un artista moderno, ma ad un certo momento, però, ho capito che l’arte non è espressione di se stessi, dell’artista, ma deve essere un servizio. Quello che ho capito e mi è prezioso, è che nel primo millennio, l’arte nella Chiesa era uguale come liturgia: noi presentiamo il pane sull’altare, ma l’offerta non è compiuta, deve avvenire un’azione di Dio, dello Spirito Santo, affinché questo diventi il Corpo di Cristo. E lo stesso l’arte: se immaginate il romanico, il primo gotico, è arte talmente essenziale e semplice che viene da pensare che gli artisti non sapessero disegnare. Ma proprio questa è la potenza di quell’arte: è abbozzata, ma il compimento non è nostro. Nel secondo millennio, dal Rinascimento in poi, l’uomo progetta e realizza: compie. Però è un sistema chiuso, sta dentro l’intelletto dell’uomo, non è aperto, tant’è vero che è un’arte che afferma l’individuo e non la comunione».

Parlami dei materiali che utilizzi per i tuoi mosaici ed il significato dei colori.

«I materiali sono tantissimi e tutto il mondo è presente a Bra adesso. I colori essenziali sono usati proprio in ordine al primo millennio. Il rosso è il colore di Dio, perché è il colore del sangue, come dice il libro del Levitico “Nel sangue abita la vita”, ma la vita appartiene al Signore, perciò, i cristiani dicono così: rosso è il sangue, il sangue è la vita e la vita è di Dio. Il blu è il colore dell’uomo, perché è l’unica creatura che guarda il cielo, tutte le altre guardano terra. Il bianco è lo Spirito Santo, che è una Persona divina che non chiede mai nulla per sé e non riceve mai nulla, è sempre in servizio dell’altro; se vuoi sottolineare un colore lo metti sul bianco, così lo Spirito Santo fa risaltare l’altro. Verde è il colore della creatura, del creato e questo è stato così per i cristiani fino al Rinascimento nell’Occidente, poi si è rovesciato. Il giallo sarebbe il colore della santità di Dio. Seguo un po’ questa pista».

La differenza tra un’opera d’arte esposta in un museo e quella presente in una chiesa?

«È totale, come tra l’aurora ed il tramonto (ride, ndr). Nella Chiesa l’artista cerca di esprimere nell’arte la fede della Chiesa, mentre nei musei o in una galleria l’artista può anche far vedere le sue visioni o espressioni molto soggettive. Nella Chiesa non è così, perché l’arte fa parte dell’evento della liturgia stessa. Nella liturgia si celebra l’evento della redenzione, si manifesta il Signore, si realizza il Mistero della Chiesa etc., tutte realtà che hanno un’oggettività che viene percepita in modo personale e vissuta in comunione. C’è una dimensione personale che include l’oggettivo ed esclude il soggettivo, proprio perché si rifà alla persona e non all’individuo. Siccome la nostra epoca è molto soggettiva, l’arte nella Chiesa è abbastanza povera, perché negli ultimi secoli non si sono fatte cose straordinarie. Bisogna superare un po’ questo soggettivismo».

Che cosa si intende per arte sacra?

«Tante cose che non saprei dire, perché ognuno ne ha una sua (sorride, ndr). Direi che l’arte sacra potremmo chiamarla l’arte della liturgia o per la liturgia, dello spazio liturgico e, probabilmente, è un’arte che necessariamente è simbolica per se stessa, cioè ha una presenza dentro, suscita una relazione verso Dio e verso gli altri. Mentre un’arte può suscitare la meraviglia o lo stupore, l’arte sacra o l’arte della liturgia dovrebbe suscitare questa adesione a Dio, ma anche l’un l’altro, perché la Chiesa è casa di tutti i battezzati, casa di tutti noi, come diceva san Giovanni Crisostomo».

Qual è la posizione della Chiesa verso gli artisti contemporanei?

«Da Paolo VI, Giovanni Paolo II, poi Ratzinger (papa Benedetto XVI, ndr), tutti hanno fatto dei gesti verso gli artisti. Penso che la Chiesa sia molto aperta ma, forse, aveva ragione Giovanni Paolo II, che più volte, nei colloqui anche personali, mi diceva: “Però non va messa ogni cosa subito dietro l’altare”. Quando parliamo degli artisti dobbiamo parlare di stare con gli artisti, stare in mezzo agli artisti, aprire gli spazi, ma non subito lo spazio liturgico. Oggi, per avere una specie di timbro di dialogo con il mondo, abbiamo evitato di lavorare nella Chiesa per la Chiesa. Invece, fuori dello spazio liturgico abbiamo tantissimi spazi che sono vuoti, veramente asciutti, non c’è niente dentro. Abbiamo tante aule, tante sale dove si potrebbe veramente creare un dialogo con l’arte contemporanea. Perché non si fa? Penso che c’è ancora poca sensibilità per l’arte, anche nella Chiesa, proprio per questo smarrimento. La formazione sacerdotale, normalmente, è stata molto intellettualista e sull’arte c’è stato qualche piccolo corso. Oggi, sarebbe molto utile studiare romanzi, grandi autori di cinema, i grandi esponenti dell’arte figurativa, perché l’arte contemporanea è un confessionale dell’uomo, è lì che veramente si vede l’uomo, perché l’uomo rovescia il suo cuore nell’arte contemporanea, che è una forte espressione di se stessi. È una cosa seria e dico sempre ai miei studenti che, quando si va in uno spazio dell’arte contemporanea, bisogna andare in punta di piedi, perché stiamo ascoltando la confessione dell’uomo».

E allora quale forma della figura esprime di più ciò che si celebra nella liturgia?

«Tantissime. Della liturgia fanno parte tante immagini, ma diciamo che il punto di arrivo dovrebbe essere la Gerusalemme celeste, la piazza d’oro dell’Apocalisse, capitolo 21, perché nella liturgia noi entriamo nell’ottavo giorno, cioè nel giorno del compimento. Tuttavia, compimento, Gerusalemme celeste e trasfigurazione sono temi che sono assenti da secoli nelle nostre chiese».

Puoi tracciare, a partire dall’esperienza nell’Atelier, il profilo ideale dell’artista che opera in ambito liturgico? Come si deve comportare, che cosa deve tenere presente?

«Sono convinto che è la comunione quello che decide tutto, la capacità di essere Chiesa. Se tu mi dici che sono un poeta e mi fai vedere la fotografia di una ragazza e poi mi chiedi di scrivere una poesia per il suo compleanno, lo faccio. Ma certamente, sarà una poesia diversa rispetto a quella che scriverei per una donna per la quale sono pronto ad offrire la vita, perché la amo tanto. Questa è la differenza. Una volta, Ratzinger (papa Benedetto XVI, ndr) mi disse: “Gli ultimi secoli non hanno prodotto una vera arte di trasfigurazione del Risorto”. Questo perché non c’era l’esperienza. Se non hai questa vita da redento, da risorto, probabilmente è difficile comunicarla. Mi piace un aneddoto che c’è tra gli antichi monaci dove arriva un ragazzo per iniziare a studiare l’affresco e si porta con sé pennelli, colori, etc. Il monaco prende i colori, li chiude in un armadietto e gli dice: “Prima devi vivere un po’ di anni e quando sei iniziato a questa vita nuova ti sarà facile esprimere”».

Quali sono i tuoi artisti di riferimento, le tue “stelle fisse” nel firmamento dell’ arte?

«Cristo, perché è l’unico che ci ha fatto vedere l’invisibile, un’umanità filiale, libera da sé, non compiuta da sé. Quando sento qualcuno dire che l’artista fa vedere l’invisibile come visibile, dico che è Cristo che ha fatto questo: è Lui che è il Verbo ed è diventato la carne, è Lui che è il Figlio eternamente generato dal Padre ed è stato generato da una donna. E in Lui l’umanità si unisce al Padre come filiale. E questo lo ha fatto in modo pasquale. L’Artista principale è, dunque, lo Spirito Santo che è l’artefice di tutto questo passaggio. Penso che l’arte di cui la Chiesa oggi abbia bisogno sia questa, perché ciò che è il senso e la perfezione nell’arte dovrebbe corrispondere al senso ed alla perfezione su tutti i livelli della vita dell’uomo. Il problema è che se io prendo un’opera, ad esempio barocca con una Madonna tutta carina oppure un’opera rinascimentale tutta classicamente perfetta, quando avrò 36 kg e sarò divorato da un tumore, sul letto di morte, che nesso ci sarà tra me e quelle immagini? Nessuna. Allora, penso che prima di buttarsi a fare le cose bisogna farsi delle domande molto profonde».

Come ti accingi a mettere in cantiere un’opera che ti viene commissionata?

«Prima bisogna avere una visione che nasce in dialogo con il committente, poi bisogna avere una grande organizzazione. Dietro un cantiere sta un’enorme organizzazione dei disegni, delle esecuzioni, dei materiali, delle pietre, dei colori, di tonnellate di marmi. Poi si deve scegliere il tempo buono».

A quale delle tue opere sei più affezionato?

«È difficile, ma diciamo che è molto singolare la prima opera, la Redemptoris Mater, che c’è in Vaticano e che mi aveva ordinato Giovanni Paolo II. Poi è molto particolare l’opera che c’è a Washington nel Santuario di Giovanni Paolo II e ancora in una Chiesa ortodossa a Cluj in Romania, infine da Padre Pio, dove c’è una delle opere più mastodontiche. Poi ci sono tutti questi santuari che mi colpiscono tanto, Fatima, Lourdes, Cracovia. È difficile scegliere (ride, ndr), è come se chiedi ad un padre quale figlio è più bravo».

Chi viene prima l’artista o il sacerdote?

«Vjaceslav Ivanovic Ivanov, su cui ho fatto la tesi del dottorato, dice che nei tempi arcani gli artisti erano sacerdoti ed i sacerdoti erano artisti. Sento molto questo: sono sacerdote come sono perché sono artista e sono artista come sono perché sono sacerdote e teologo».

Che cosa ne pensi del pontificato di papa Francesco?

«Lo abbiamo atteso tanti secoli!».

Che cosa nasconde un’opera d’ arte?

«Spero una presenza vera, che si rivela. Mi ha molto colpito quando, nel Reparto oncologico di pediatria del Gemelli, ho visto i bambini pregare in corridoio davanti alla Madonna di tenerezza fatta da noi. Ricordo anche a Cluj una signora molto anziana, tutta curva, che voleva dare il bacio al volto della Madonna, ma non ce la faceva e non so da quanto tempo è che si sforzava per dare quel bacio. Penso che c’è qualche presenza, perché se no queste cose non accadono. Ho un’enorme lista di persone dei posti dove ci sono i mosaici, che mi hanno scritto delle esperienze molto forti. Noi siamo attenti a lavorare con la fede, nell’amicizia vera tra di noi. L’amore ecclesiale è la fonte dell’arte. Dove c’è la carità, lì c’è Dio».

L’idea di bellezza attiene alla terra o al cielo?

«Alla santità. Dal Rinascimento in poi, la bellezza è unita alla ricchezza, ma per i cristiani è legata alla santità, perché è l’amore realizzato».

Figurativismo, astrattismo, o tutte e due le cose?

«Tutte e due le cose».

Quali significati specifici e messaggi sostanziali ci sono nella tua arte, al di l à del tema che lega i mosaici?

«È un’arte che nasce nella comunione e che si realizza nella comunione. Se la Chiesa è la comunione delle persone, allora noi lavoriamo dalla Chiesa per la Chiesa, dalla comunione per la comunione. Se stai fuori e ci osservi lavorare, è un miracolo che da nove diversi paesi le persone sono insieme, si vogliono bene, si aiutano? Per me, lo ripeto, dove c’è la carità, lì c’è Dio. A mio parere, la cosa essenziale è che sotto l’esistenza dell’uomo c’è la relazione e non un essere astratto, individuale. Negli ultimi secoli abbiamo sempre sbagliato dicendo: o l’individuo o noi. Ma queste sono logiche del regime, l’epoca moderna con i carri armati voleva gestire l’individuo. Per i cristiani c’è una soluzione totalmente diversa: non io individuale, non noi, ma io comunionale. Tu es ergo sum, tu sei, io sono. Scopro chi sono nella relazione con gli altri: cos’è un marito senza moglie? Per noi cristiani è così, l’uomo non esiste senza relazione».

Oggi l’arte serve per fare teologia?

«Per me sì. La dimostrazione è che dove ci sono i nostri mosaici, se andate a chiedere ai parroci, vi diranno che non c’è più la pace, perché arrivano tutte le settimane pullman di persone per fare catechesi, preghiere o la Messa».

Hai parlato di contemporaneità, di memoria e di arte. Come si lega tutto questo con la Madonna?

«Penso che la memoria è l’unica vera fonte di sapienza e creatività. In Occidente abbiamo delle Madonne isolate e ciò non è una grande visione teologica, perché la Madonna, nell’iconografia cristiana, fa sempre parte di un tessuto, non è da sola. La Madonna non è possibile considerarla se non insieme al Figlio ed allo Spirito Santo, o con la Chiesa. Non esiste la Madonna se non in comunione di queste due Persone divine. Appena dici questo, fai vedere che il passaggio tra l’idea, la visione e la realtà è una sinergia, parola greca per dire convergenza: il Verbo si è fatto carne, perché lei ha collaborato con lo Spirito Santo».

Com’è la tua giornata tipo?

«Alle ore 7 e mezza la Messa ed alle ore 8 e mezza di sera la cena. In mezzo, il cantiere, conferenze, studio. Studio sempre, penso che non c’è un giorno della mia vita che non concludo la serata senza lo studio di teologia o dell’arte. Anche qui adesso, sempre».

Che cosa ti ha colpito della popolazione braidese nei giorni di permanenza in città ?

«Ogni mattina la chiesa del Santuario piccolo era piena, persino con gente in piedi. Impressionante, bellissimo. Noi cominciamo ogni giorno con la Messa e, siccome le pareti della chiesa sono l’autoritratto della Chiesa, non possiamo lavorare sulle pareti se non sappiamo chi siamo. L’Eucaristia è la piena realizzazione di Chiesa, perciò cominciamo con l’Eucaristia». E non stupitevi di trovarlo in azione con una blusa da lavoro, lui è così. Speciale.

Silvia Gullino

Ti potrebbero interessare anche:

Загрузка...
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium