/ Overcooking

In Breve

sabato 07 dicembre
sabato 30 novembre
domenica 24 novembre
sabato 16 novembre
domenica 03 novembre
domenica 27 ottobre
domenica 20 ottobre
Ischia di pesce
(h. 06:00)
domenica 13 ottobre
Brand(i) new day
(h. 06:00)
domenica 22 settembre
domenica 15 settembre

Overcooking | 01 settembre 2019, 13:05

Diario di Sardegna: Veni, Vidi, Vigo; la regina del bisso

“Con porpora viola e porpora rossa, con scarlatto e bisso fece le vesti liturgiche per officiare nel Santuario. Fecero le vesti sacre di Aronne, come il Signore aveva ordinato a Mosé” (Esodo 39,1)

Diario di Sardegna: Veni, Vidi, Vigo; la regina del bisso

“Con porpora viola e porpora rossa, con scarlatto e bisso fece le vesti liturgiche per officiare nel Santuario. Fecero le vesti sacre di Aronne, come il Signore aveva ordinato a Mosé” (Esodo 39,1)

 

Disertare la spiaggia dopo una giornata passata a gratinarsi picchettando il telo da bagno di Ichnusa, per recarsi sull’isola di Sant’Antioco a conoscere Chiara Vigo, senescente vestale e forse ultima depositaria al mondo della tradizione del bisso, altresì detto filo dell’acqua o seta del mare.

Mentre si guida nell’entroterra sardo fra macule di fichi d’India, improvvisi camping e spiccioli di stranieri praticamente in panama e mutande, notare attraverso cave dismesse il fantasma minerario della Sulcis, come viene definita questa parte sudoccidentale della regione, che ricomprende Sant’Antioco (chiamata anticamente proprio Sulcis), Pula, Villa San Pietro e il borgo di Sarroch, sineddoche dell’omonimo polo petrolchimico che allunga le sue ciminiere verso il cielo per più di settecento ettari.

Dopo aver parcheggiato vicino alla basilica di Sant’Antioco, mentre si raggiunge la casa-museo di Chiara Vigo, concludere che:

La Sicilia è selvaggia;

la Puglia è primitiva;

la Sardegna è remota.

Il ronzio d’un ventilatore, misto alla voce roca d’una donna che intona una nenia, ci guidano verso un uscio disserrato.

“Hai portato ù cafè?”

“No signora. Stavo cercando Chiara Vigo.”

“E l’hai trovata. Accomodati. Stavo aspettando che quel pelandrone mi portasse un caffè. Da dove vieni?”

“Umbria. Ma sono nato a Roma.”

“Una mia opera è esposta al Museo nazionale delle arti di Roma.”

Il museo vivente del bisso è una taverna di pochi metri quadri tappezzata di lavori con al centro un antichissimo telaio manuale con ordito di lino su cui sono raffigurate due arpie che si fronteggiano: ovunque targhe e attestati che rappresentano “i leoni delle donne”, le pavoncelle della pace e addirittura navi nuragiche, alcuni di essi in rosso e nero che sono i colori tipici di Sant’Antioco.

“Quindi è lei la maestra di bisso”.

“Il maestro. In queste cose il genere non è importante. Un mio amico artista in una fase di grande ispirazione si definiva al femminile. Come mi hai scoperta?”

“Curiosando in libreria ho visto un dvd che parlava di lei.”

“Quindi esiste ancora chi va in libreria. Un giorno le chiuderanno tutte, come hanno chiuso il mio museo comunale.”

“E perché mai? Se posso ovviamente …”

“Certo. Per un problema all’impianto elettrico: non era a norma. E dire che fra il 2005 e il 2015 ha avuto più di 70000 visitatori. Ma il vero problema è sempre economico e il punto dolente (per loro) è che il bisso non si vende, può essere soltanto donato.”

Osservarla cadere pesantemente su una sedia con alle spalle una Madonna con bambino e di fronte a sé il tavolo da lavoro su cui spicca un cestino ricolmo di lanugine dorata.

“È lui?” chiedere rispettoso.

“Si, questo è il bisso che mi ha lasciato mia nonna”, alla parola “nonna” gli occhi neri si illuminano d’un’intelligenza ferina.

“Si chiamava Leonilde, è stata il mio maestro. Pensa che ha realizzato la cuffietta dell’Infanta di Spagna. Un maestro non è un artigiano né un artista, conserva l’essenza per chi verrà. Ecco perché è una follia far pagare il biglietto per entrare nelle sue stanze. Tutto quello che lui costruisce non è suo ma della comunità che deve mantenerlo perché ciò che lui insegna lo fa gratuitamente. Quando mia nonna mi ha trasmesso il sacro formulario io ho capito che nel frattempo ero diventata una sua copia, l’arazzo più bello, stando sul suo grembo mi sentivo come sulla seta. Era per me una forza paurosamente appagante e un respiro dopo una notte di non respiro.”

Altri visitatori sono nel frattempo entrati nell’antro di Chiara che li accoglie sorridendo e, senza perdere il filo (!) del discorso, ne libera uno dalla matassa e inizia a cardarlo d’impurità con una spazzola di spilli. Ogni tanto mugugna una litania fatta solo di vocali, senza tempo. Aramaico o sanscrito, stando ad alcune fonti.

“Un  vero maestro parla poco e insegna a gesti facendosi vetrina di sé, ma non bisogna camminargli affianco, bisogna stargli dietro e sviluppare un fuoco interiore, una bramosia di bellezza ed equilibrio che un artigiano non può capire. “Su maistu” lavora sui disegni originali di Sant’Antioco come l’albero della vita che stanno guardando quei signori (sorriso), e non su dei seriali modelli da lavoro.”

Il filo è ora teso e sembra molto resistente e quasi vivo alla luce della lampada da tavolo.

“Prendi in mano il bisso cardato”, mi invita Chiara indicando con gli occhiali in punta di naso quello che sembra un biondo ciuffo di peli pubici. Farlo con deferenza pensando che da lì sono scaturiti gli abiti di re fenici e di alcuni faraoni.

“È senza peso”, sillabare attoniti mentre finalmente arriva il caffè e Chiara tuffa il filo in un’ampolla di vetro con una posa di liquido ambrato modulando suoni nelle mani a coppa sulla bocca del recipiente. “Eloihm” percepiamo (Dio in ebraico).

“Una volta pulito, il bisso non ha peso e non ha tatto”, dice il maestro continuando la sua nenia lungo il filo che nel frattempo ha estratto passandolo di fronte alla bocca ed è ovvio che il soffio, mentre officia il rituale, svolge la funzione pratica di asciugarlo.

“Cosa c’è lì dentro?” chiedere indicando l’ampolla.

“15 alghe macerate, succo di cedro e di limone ma non ti dirò mai il dosaggio”.

Ridiamo tutti mentre il bisso, ora asciutto e teso come filo da pesca, gira fra i presenti come una canna.

“Con l’alchimia della voce trasformo la luce in oro”, chiosa Chiara bagnando impudicamente le labbra nell’espresso mentre altre due persone si aggiungono alla coppia che prima curiosava fra gli arazzi, e in maniera del tutto spontanea finiamo col sederci in cerchio attorno all’affabulatrice sarda.

“Avete figli?”. Le nostre teste vanno da destra a sinistra seguendo un invisibile match di tennis.

“Se li aveste avuti avrei regalato loro un frammento di bisso marino. Io sono la loro zia. Zia Chiara”.

Osservare per un istante la luce d’ingenua curiosità che anima i volti dei presenti regrediti all’arcaico racconto di fronte al focolare, quindi migrare sui lineamenti stregoneschi della regina della seta di mare che si compongono di volta in volta in espressioni materne e al tempo stesso argute; d’improvviso Chiara si alza e frugando in un cassetto estrae un centrino sottile e di dimensioni limitate: “ mi ci sono voluti due anni per farlo.”

Il capolavoro viene fatto girare nello stupore generale.

“Pesa un grammo”.

La tessitura a mano del bisso confeziona il vestito dell’anima, sublima il dolore e riscatta la miseria, lenisce la materia e si solleva come un’eterna foglia sul moto incessante della Storia.

“Se la guardate controluce”, sussurra Chiara visibilmente emozionata,” capirete che è viva perché i riflessi dorati le danno profondità e le imprecisioni della tessitura ne impreziosiscono l’ordito lasciando tralucere il cuore di chi l’ha realizzata.”

Ammirare le senili mani infilare il filo nella cruna d’un fuso di ginepro che inizia a roteare come uno yo yo o un galleggiante, allungandosi e ritraendosi, “facendosi” mentre la regina del bisso ne asseconda il moto danzando e replicando la sua giaculatoria: Eloihm”

“Questo è ebraico Chiara”.

“Certo. Da dove pensi che derivi la lavorazione del bisso? Se ne parla in ben 46 passi biblici! Hai presente quel libro noioso e antico che tutti hanno ma nessuno legge più? Sono ventotto generazioni che il segreto della tessitura del bisso si tramanda nella mia famiglia per via matrilineare, come per la fede semita. È per questo che ho appreso da mia nonna il giuramento dell’acqua. Lei mi faceva andare in mare e mi ordinava di seguirla0 anche se non sapevo ancora nuotare ed io restavo attaccata alla sua gonna che si gonfiava come una medusa finché non sentivo i piedini staccarsi dalla sabbia e fluttuare …”

“Ce lo reciti Chiara?”

“Cosa?”

“Il giuramento dell’acqua”.

“Certo gioia:

 

Ponente Levante

Mestre e Grecale

Prendi la mia anima

E buttala nel fondale

Che sia la mia vita per essere

Pregare e tessere

Per ogni gente che da me viene

E da me va

Senza terra, senza nome, senza confini

Senza colori, senza denari,

per essi tesserò il filo dell’acqua

che a tutti apparterrà

per essi porterò in superficie

il filo dell’acqua

sarà di donne e bimbo

il mio preparare all’alba

il mio pregare di sera

di uomo che li accompagna,

da essi riceverò in umiltà

quanto vorranno e potranno

per il mio vivere sano,

nel nome del leone

dell’anima mia,

del grande padre,

della grande madre,

così era

così è

così sarà”.

 

(continua …)                                                                                                                  

 

Germano Innocenti

Ti potrebbero interessare anche:

Загрузка...
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium