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Overcooking | 07 settembre 2019, 18:10

Diario di Sardegna: Veni, Vidi, Vigo: la regina del bisso (bis)

All’incerta luce della lampada da tavolo i suoi occhi roteano come il fuso di ginepro che stira il bisso dorato mentre la voce recita antiche nenie in aramaico.

Diario di Sardegna: Veni, Vidi, Vigo: la regina del bisso (bis)

 

Mentre il tramonto acquerella il mare che cinge l’isola di Sant’Antioco in questa parte di Sardegna in cui il tasso di disoccupazione giovanile è così alto che invece del latte, a scopo di protesta, si dovrebbe versare il sangue degli amministratori locali, osservare Chiara Vigo, commendatore della Repubblica, Consulente del Vaticano e collaboratrice della facoltà di Biologia marina di Cagliari, ma soprattutto maestro di bisso (“su maistu”) tessere un filo di seta del mare o filo dell’acqua, come viene alternativamente chiamato.

All’incerta luce della lampada da tavolo i suoi occhi roteano come il fuso di ginepro che stira il bisso dorato mentre la voce recita antiche nenie in aramaico.

“Chiara abbiamo parlato tanto ma cos’è il bisso?”

“Nel 1992 in Europa, ma solo nel 1997 in Italia, perché noi arriviamo sempre in ritardo su tutto, la pinna nobilis è stata considerata specie protetta e animale in via d’estinzione. Si tratta del più grande bivalve del Mediterraneo e viene chiamata anche nacchera, cozza penna o stura. Aspetta …”

Chiara si alza e dopo aver frugato dietro un sipario, che ci ricorda che quello cui stiamo assistendo è grande teatro, riemerge con una valva traslucida decorata a mano.

“Questi disegni li ha fatti mio nonno, raccontano una fiaba illustrata con dei pesci, li potete vedere. È  da lì che è nato il mio amore per questo mollusco.”

“La pastorizia del mare …”

“Ah ah. Potremmo anche definirla così. Per sette anni ho studiato la pinna immergendomi al buio e al chiarore della luna, con o senza vento, e ho scoperto nel 1986 che ai primi di Maggio c’è più fango sul fondale e che si può estrarre il mollusco, tagliare il filo, ma senza danneggiarlo. Solo dieci grammi. Il vero bisso è lungo, diffidate dalle imitazioni.”

“E poi cosa succede?”

“Non essere impaziente. L’arte richiede lentezza. E ascolto. Per questo fatico a trovare chi voglia imparare. Una volta prelevato il suo muco secreto lo rimpianto assicurandomi con un battiscopio che non abbia subito danni e che abbia riaperto le valve.”

“Il “secreto” del mare.”

“A quel punto il filo viene dissalato per 25 giorni avendo cura di cambiare l’acqua dolce ogni tre ore. Poi si carda per togliere le impurità del mare che si conservano nell’aceto di vino e vengono successivamente usati come concime per le vigne. Io ho ancora il bisso che mi ha lasciato mia nonna, il più antico risale al 1928.”

“Cosa voleva dire prima con: “diffidate dalle imitazioni”?

“Che ci sono allevamenti della pinna. Ovviamente cambiano la qualità e la lavorazione e non si tratta d’arte ma di artigianato. E poi si vende, quindi salta tutto il discorso sulla gratuità di ciò che offre un maestro alla sua comunità”.

“Quindi c’è un bisso di serie A e uno di serie B.”

“No. C’è un bisso ricavato in armonia con la Natura che rispetta millenni di Storia e poi c’è chi della Natura, e delle proprie tradizioni, se ne frega.”

Mentre la collera si stempera in un antico disincanto, tipico degli anacoreti e dei poeti, Chiara si mette all’arcolaio e inizia a lavorare su un motivo a fiori usando le unghie per segnare i punti.

“Già gli antichi estraevano l’intero filo (ben 28 centimetri) dalla pinna uccidendola all’istante ma oggi i nemici del bisso sono gli allevamenti in vasca, la pesca a strascico e lo scarico in acqua di sostanze nocive come i metalli pesanti residuati dalle lavorazioni industriali e il cloro degli idro-allevamenti.”

“Ma nessuno controlla?”

“Tesoro ma lo vedi dove lavoro? Questa è una cantina, casa mia! Ma lo sai che le mie opere sono esposte nei maggiori musei del mondo? Persino al Louvre! Pensa che qualche anno fa un artista giapponese mi ha offerto due milioni di euro per una mia opera ma io ho rifiutato.”

Si alza Chiara ed è facilmente comprensibile il dissapore coi locali funzionari politici visto il suo carattere impetuoso e la tangibile consapevolezza di essere l’unica erede d’una tradizione più che secolare. Legando alla vita un filo di lana e ancorandolo all’arcolaio come un alpinista in cordata, il maestro del bisso inizia a lavorare di bacino uno scarabeo rosso su sfondo bianco.

“Qui non si tratta solo del bisso, lo volete capire? Si tratta di lavorare con la Natura, e con la Natura non si può barare. Prendiamo i colori. Il nero si ricava dalle cortecce di melograno, il rosso dalle radici essiccate di robbia, il verde bollendo cumuli di rametti di alaterio e il giallo dall’elicrisio. Sono saperi che il popolo sardo ha appreso dai Fenici e dai Caldei. I tessuti naturali al contatto col corpo rilasciano principi volatili molto efficaci. Sudare dentro un abito tinto con l’elicrisio o il melograno è cosa ben diversa che farlo al contatto con tessuti tinti con colorazioni chimiche.”

Mentre compone lo scarabeo il corpo di Chiara assume un ritmo assonante col respiro e il battito cardiaco, con lo sciabordio del mare e coi cicli lunari, col mestruo e le stagioni. È l’opposto della catena di montaggio e delle presse industriali, è la resa dell’individuo al respiro della creazione e solo in quanto donna, anfora che si versa in un’altra anfora come l’arcano della Temperanza, tale ritmo può generare bellezza e custodire un mistero che è ben al di là della parola scritta.

La sua voce scioglie i nodi del tempo sillabando in aramaico i versetti d’una sapienza remota, col suono dei suoi significanti asciuga il filo, con le unghie tesse la trama e con le pelvi asseconda l’ordito: Chiara Vigo è l’unificazione delle tre parche, Atropo, Lachesi e Cloto.

“La bellezza della nostra Natura ha un valore immenso e non può ridursi a moneta, a semplice merce di scambio. Non si può reciderne i significati e poi sbatterla su qualsiasi piazza perché si scambi con altro … ”

Lo scarabeo inizia a girare fra i presenti in tutto il suo fascino esoterico.

“ … ciò equivarrebbe a svendere noi stessi e la nostra anima, a privarci della nostra identità, di quella conchiglia che siamo, che ha sedimentato nei millenni, con diversi incontri proficui la sua particolarissima e mirabile struttura.”

“Chiara posso fare una domanda?”

“Certo gioia.”

“Tutto questo finirà con te? Se il bisso non può più essere estratto perché la pinna è tutelata come specie in estinzione, se non utilizzando le tue attenzioni che non sono codificabili, resterà solo la seta marina che ti ha lasciato tua nonna e quella che hai raccolto tu in una vita. Ma dopo? Chi la lavorerà?”

“La mia arte sarà trasmessa per diritto elitario e non ereditario. Se troverò qualcuno in grado di apprendere altrimenti …”

“Le tue figlie?”

“E perché mai dovrei condannarle a una simile maledizione? Guarda cos’hanno fatto a me! Una volta chiesi a mia nonna perché non potevamo vivere con la nostra arte e non solo della nostra arte e lei mi rispose: “ se hai fame ti insegno io a riconoscere tutte le erbe e le piante che ti possono rendere sazia e farti stare bene, non c’è bisogno che usi la tua arte per questo.”

“Quindi la tradizione del bisso finirà (morirà) con te.”

“Hanno fatto una petizione che ha raggiunto quasi 17000 firme per non fargli chiudere il mio museo. Se ne sono interessati anche Beppe Grillo e Maria Grazia Cucinotta. Cento e più giovani si sono dati appuntamento in piazza cantando la nostra canzone popolare “no potho reposare”. Come si chiama quella cosa che fate voi giovani quando vi mettete d’accordo su internet?”

“Flash mob”.

“Esatto”.

“Col tasso di disoccupazione giovanile che avete qui in Sardegna potevano fare un flash mobbing.”

“E comunque è stato tutto inutile. Alla fine non ci sono i soldi. Per inquinare il mare e costruire ecomostri si. Per il mio museo no. Questo è un paese ferito da stragi di stato e segreti, e una nazione che vive di segreti non può più ammettere misteri. E dire che i pescatori hanno usato per secoli il bisso come tampone emostatico per le proprie ferite.”

Alzarsi e abbracciare tremila anni di sapienza ad occhi lucidi lasciando venti euro nel cestino delle offerte (vuoto come la miseria d’un popolo che si riempie la bocca di carità), quindi tornare all’automobile ripensando alla nostra domanda: “quindi la tradizione del bisso finirà con te” rimasta, teologicamente e teleologicamente, senza risposta.

Ma d’altronde, “non c’è peggior sardo di chi non vuol sentire”.

 

                                                   

Germano Innocenti

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