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Overmovie | 14 settembre 2019, 14:14

“Tafanos”: Entomologia della citazione

Niente di tutto questo: il film di Riccardo Paoletti, scritto da Andrea Garello, è un trash movie senza alcuna pretesa intellettuale che ci regala 98 minuti di assoluto intrattenimento, in salsa horror-comedy.

“Tafanos”: Entomologia della citazione

Quando ci si trova di fronte a un film come “Tafanos” si è tentati di setacciarne i significati reconditi o di stanare le profonde allegorie sociali nascoste dietro la cartapesta del b-movie. Niente di tutto questo: il film di Riccardo Paoletti, scritto da Andrea Garello, è un trash movie senza alcuna pretesa intellettuale che ci regala 98 minuti di assoluto intrattenimento, in salsa horror-comedy.

7 ragazzi decidono di andare a rilassarsi nella classica villa di campagna e mentre rievocano i propri fasti studenteschi, e il tasso ormonale s’impenna, divengono vittime d’uno sciame mutante di tafani che li costringe a barricarsi in casa; solo la geniale intuizione del custode (ex-figlio dei fiori d’origine inglese e fattone convinto) che scopre la mortale idiosincrasia degli insetti con la marijuana, donerà loro una speranza di salvezza. E a noi svariati siparietti comici.

La trama s’infittisce (insieme al fumo della cannabis) grazie al subplot d’un assassino in fuga con un ostaggio più che compiacente e alle stravaganti dissertazioni filosofiche di tre campeggiatori “in erba” (nell’etimo).

I cliché del genere sono tutti rispettati: c’è il bellone un po’ maudit, il nerd secchione, la coppia gay, la bruttina solo travestita da bruttina e la bionda (s)vamp che all’occorrenza si dimostra tutt’altro che algida uccidendo un tafanos con l’elastico del reggiseno e inventando un’arma degna di Tarantino o dell’Enrico Brizzi di Bastogne: un liquidator caricato a Centerbe.

Il coming of age flirta con lo slasher movie e i Nostri Settanta col pulp a stelle e strisce ammiccando anche ai Monster Movie anni Cinquanta: il risultato finale è un pastiche impreziosito dagli effetti speciali della “Makinarium” che richiamano apertamente l’immaginario dell’Asylum (Sharknado e dintorni).

Partendo dal presupposto che “Tafanos” s’ispira all’omonima pellicola diretta nel 2001 da Carlo Giudice, potremmo definire l’opera di Paoletti un horror meta-citazionista, poiché non si tratta della copia d’un originale (o di più originali) ma della copia di altre copie in un gioco di specchi infinito che rivela tutta la passione del regista per il cinema; il gruppo di amici che gremisce lo chalet in fondo al bosco in un tranquillo week end di paura è un archetipo prettamente americano e infatti il cast di “Tafanos” si muove su un iconico Volkswagen Westfalia, ma al posto della casa di legno abbiamo un’italianissima villa in stile liberty, persino il doppiaggio esasperato, che ricorda i polizieschi settantiani, è una citazione nella citazione come la donna trasformata in bozzolo “incubato” dagli insetti, che è un esplicito omaggio ad Alien.

A ben guardare “Tafanos” è pieno di spunti intellettualmente validi ma a nessuno interessa approfondirli, come in una caccia al tesoro fine a se stessa: il contadino fascista che avvelena la terra coi diserbanti chimici rivolgendoli poi contro i micidiali insetti e rivelando tutta la sua xenofobia, l’ostaggio che invita il proprio sequestratore a “costruirsi un personaggio” prima che la polizia lo trovi dandolo in pasto ai media che è la trasformazione del dualismo vittima/carnefice in quello spettatore/carnefice tipico della post-moderna società dello spettacolo, per non parlare della critica al complottismo cialtrone del nerd (che nel caso specifico ha invece perfettamente ragione) o all’intelligente intuizione della mente collettiva che guiderebbe lo sciame verso una sorta d’ape regina finale.

Nell’era delle droghe sintetiche e dell’apologia della velocità, il duo Paoletti/Garello rivaluta la lentezza rituale della cannabis, la cui possibile legalizzazione desta ancora così tante polemiche nel nostro paese, miope al rifiorire dell’eroina e al proliferare  delle nuove, letali, sostanze così fanno tenerezza i campeggiatori che citano Zenone inconsapevolmente protetti dal principio attivo dell’erba, o il secchione che costruisce una bomba sotto fame chimica e cogli occhi arrossati dal fumo.

I ragazzi di “Tafanos” non hanno il cinismo meta-cinematografico dei giovani di “Scream” né la stralunata a-temporalità di quelli di “It Follows”, essi vivono in una bolla (nuvola) narrativa creata dal regista che non ha citato i b-movie americani ma i b-movie americani che citavano i nostri Settanta, dal furgone Westfalia al “to be continued” finale.

Un horror ecologista quindi il cui principio attivo è la leggerezza e in cui una droga “naturale” diviene l’antidoto a un Grande Fratello scientifico pronto a sacrificarci sull’altare dell’innovazione tecnologica.

Fatelo girare (cit.)

 

                                                              

Gerrmano Innocenti

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