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Attualità | 17 settembre 2019, 20:15

Quaranta giorni a Marsabit, due giovani albesi sulle orme dei nostri missionari in Kenya (FOTO)

Il racconto di Sara Conterno ed Elisabetta Feimi, rientrate nelle Langhe dopo un lungo viaggio ospiti di famiglie locali nella comunità fondata sessant’anni fa da don Paolo Tablino

Quaranta giorni a Marsabit, due giovani albesi sulle orme dei nostri missionari in Kenya (FOTO)

«La nostra esperienza tra i nomadi (sono esattamente tre mesi il 4 gennaio) è arrivata a una conclusione cortissima: che i pastori Gabra – pur nel loro ambiente aridissimo e nella durezza della vita – sentono come ogni uomo i problemi fondamentali della vita. Quanto avrei desiderato che tu fossi stato con noi in questi mesi quando don Venturino – con quel suo fare quasi socratico – estraeva dalla mente e dal cuore di questi uomini le conclusioni sugli eterni problemi dell’uomo (dove andiamo? etc…). Era quello che tu hai sempre insegnato: l’homo religiosus visto in concreto tra le tribù più sperdute dell’Africa». (Father Tablino a Don Rossano, 23 novembre 1973)

 

Con le parole di don Paolo Tablino, il religioso che ormai sessant’anni fa fondò la missione che ancora oggi lega Alba alla località keniota, apriamo un brano scritto per il nostro giornale da due amiche – la 34enne Sara Conterno, insegnante presso la scuola dell’infanzia della Moretta, e la 19enne Elisabetta Feimi, fresca di diploma al liceo scientifico – da pochi giorni rientrate dal viaggio che nelle scorse settimane le ha viste protagoniste di un’estate decisamente alternativa. Ecco la loro speciale testimonianza di questa esperienza decisamente particolare.  

***


Se dovessimo riassumere in poche parole quello che ci è rimasto dei nostri 40 giorni kenioti ci verrebbero alla mente termini come canto, colore, sorrisi, gioia, vita, polvere, incontri… .
In questo lungo e lento trascorrere del tempo, molto abbiamo visto, raccolto, ascoltato, odorato e cercato anche di "restituire", di donare, per ciò che eravamo capaci. Siamo tornate a mani e cuori colmi, persuase del dovere di mettere in circolo ciò che abbiamo ricevuto.

Siamo partite lo scorso 14 luglio con curiosità, ma anche con un po' di timore, a valigie colme, ma al contempo vuote, e siamo state meravigliosamente accolte da due famiglie di Marsabit, speciali ospiti che attendevano il nostro rientro per la cena e la notte dopo la giornata impegnata a visitare i villaggi della missione. Con loro siamo state "famiglia" e abbiamo vissuto, camminato e raccolto, giorno per giorno.

Patrizia Manzone, missionaria laica originaria di Monforte d’Alba, da dieci anni residente in Kenya (già collaboratrice della Fr John Memorial School di Marsabit e che nel gennaio scorso vi ha aperto la Montessori Pre School), ha coordinato e scandito le nostre giornate, accompagnandoci a incontrare molte persone e a riscoprire le orme dei nostri storici missionari – sacerdoti come don Paolo Tablino, don Bartolomeo Rinino, don Giovanni Asteggiano, don Vincenzo Molino, don Giacomo Tibaldi, don Giovani Rocca, don Bartolomeo Venturino  – e a conoscere monsignor Ambrogio Ravasi, vescovo emerito di Marsabit… 90 anni e una vera forza della natura!.

Abbiamo incontrato gli abitanti dei vari villaggi, siamo state accolte nelle loro case, dove siamo entrate con sana curiosità, e semplicemente abbiamo trascorso del tempo. Abbiamo affiancato i missionari locali, Patrizia Manzone in primis, ma anche i sacerdoti – tra i quali Ft Tito (referente per i giovani di Marsabit), le suore di Madre Teresa-Charity Sister, nelle loro strutture di Marsabit e Nairobi e durante le loro uscite, quelle di Fathima Home, presso il loro Centro di Diribgomb dedicato ai bambini portatori di disabilità, consacrati comboniani.
Abbiamo visitato la diocesi di Marsabit in lungo e in largo, abbiamo respirato la "diversa aria" di Nairobi – nelle varie strutture e nella "Slum", la baraccopoli – e della costa, passando attraverso Malindi, Mumbasa e l'isola di Lamu.

Potranno sembrare parole retoriche, ma l'Africa, il Kenya, le persone, i volti, ti interpellano, ti mettono in discussione, scrollano ciò che tu sei, ti domandano: "che cosa fai tu della tua vita? Che cos'è la tua vita?".

Cambiare casa e abitudini permette di vedere oltre l'oceano in modo diverso. Passo dopo passo, con sana curiosità, fianco a fianco, sfiorando tutti i colori e le sfumature dell'umanità, che in ogni parte del mondo ha le sue risonanze.

Ora, ormai rientrate, non ci resta che essere testimoni di ciò che abbiamo visto, e farcene voce "a casa nostra", con gratitudine.
La gioia e l'abbondanza condivisa, la sofferenza talvolta palpata, la forza della dignità, l'umanità nelle sue molteplici forme e sfumature.
Non dimenticheremo quanto abbiamo respirato, sentito, vissuto... i passi intrapresi e le persone con cui abbiamo camminato, coloro ai quali ci siamo affidate – imparando anche quanto sia importante mettersi nelle mani di qualcuno, con fiducia e senza sapere –, gli sguardi che abbiamo incrociato. A tutti sentiamo di aver il dovere di ricordare che casa sia ogni angolo del mondo e di quanto non dobbiamo dimenticare di essere umani.

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