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Attualità | 22 settembre 2019, 19:33

A Bra, la bella storia di Inalpi e del suo impegno a favore dell’integrazione, raccontata nella Sala Consiliare del Comune (Foto)

Sabato 21 settembre ospiti anche Grace Aigbeghian, Massimo Gnone e Abderrahmane Amajou per un’iniziativa sul tema della migrazione, promossa nell’ambito di Cheese 2019

A Bra, la bella storia di Inalpi e del suo impegno a favore dell’integrazione, raccontata nella Sala Consiliare del Comune (Foto)

Queste sono le storie che ci piace raccontare! Grace Aigbeghian ha 47 anni, arriva dalla Nigeria e insieme all’associazione braidese “Granello di Senape” lavora come mediatrice culturale per togliere dalla strada le ragazze vittime di tratta e assicurare loro un futuro migliore.

La sua esperienza di solidarietà è stata presentata a Bra, nella Sala Consiliare che il sindaco Gianni Fogliato ha definito quella più importante di tutto il Comune.

L’incontro, svoltosi sabato 21 settembre, ha visto la partecipazione di una vasta platea di pubblico che si è pregiata del saluto portato dal senatore Mino Taricco.

Presenti all’appuntamento, tra gli altri, Silvio Barbero, vicepresidente dell’UNISG di Pollenzo; Daniele Buttignol, direttore generale di Slow Food Italia; Franco Guida, presidente della CRB e Ambrogio Invernizzi, Presidente di Inalpi SpA.

Lo scopo dell’evento, compreso nel programma di Cheese 2019, è stato quello di chiedere più attenzione in merito alla situazione dei migranti, una questione politica e sociale che caratterizza il ventunesimo secolo. La manifestazione, organizzata da Slow Food, è stata l’occasione per stimolare una riflessione collettiva sulle potenzialità di un percorso di inclusione sociale delle comunità migranti, proprio a partire dal cibo.

Tra i numerosi progetti nazionali e territoriali, una particolare menzione va all’iniziativa “Le ricette del dialogo”, co-finanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, dove il cibo si rivela uno strumento chiave di riscatto e cittadinanza attiva. Ma non è tutto oro quello che luccica.

Sulle ragioni di tanti pregiudizi potremmo interrogarci a lungo. Per Abderrahmane Amajou, coordinatore dell’Ufficio migranti di Slow Food la dignità è la stessa per qualsiasi individuo, uomo o donna, che rincorre un obiettivo di vita migliore, lontano da fame e dittature.

I motivi di migrazione sono tanti, li possiamo vedere e toccare. Ma un altro tipo di migrazione continua via via a crescere: le migrazioni del cambiamento climatico. I giovani della marcia di Fridays For Future ci ricordano che per un domani sostenibile, bisogna assolutamente cambiare. A pagarne le conseguenze sono e saranno i paesi poveri. L’UNHCR ci dice che da qui al 2050 potremmo avere oltre 250 milioni di persone che lasceranno i loro territori a causa del clima”.

C’è da crederci nonostante gli scetticismi di alcuni governi. Partiamo dai dati di fatto.

Massimo Gnone, rappresentante UNHCR, ha affermato come per i rifugiati ci siano molte più difficoltà ad essere inseriti lavorativamente rispetto ai cosiddetti migranti economici. “Esistono difficoltà a vedere riconosciute le loro competenze ed i titoli di studio. L’immagine che abbiamo è quella di persone che sbarcano in condizioni problematiche, ma, molto spesso, in questo gruppo di persone ce ne sono alcune che hanno fatto un percorso di studi nel proprio paese e che magari si sono anche laureate. E capita che quando arrivano in Italia non hanno più neanche un documento che dimostri il proprio percorso professionale. Uno dei motivi per cui i rifugiati fanno fatica ad entrare nel mondo del lavoro sono le relazioni sociali ovvero le connessioni e le reti che possono avere nel paese in cui si ritrovano. Ad esempio, i richiedenti asilo che arrivano in Italia via mare vengono ridistribuiti sul territorio secondo un criterio che non è determinato sulla base delle competenze o parentele. Questo genera dei costi sociali e costi economici rilevanti nei prossimi anni”.

Così, se per i migranti e gli stranieri non c’è opportunità di lavoro, è il lavoro che va da loro. In Piemonte c’è l’azienda Inalpi che ha deciso di rimboccarsi le maniche e dare un sensibile aiuto laddove c’è bisogno.

Non c’è nulla di politico, dimostrativo o provocatorio in questa storia che parla di educazione, volontà e accoglienza, certificata anche dal Bilancio Sociale. Un Bilancio che, nella sua quarta edizione, ha avuto come tema conduttore il progetto che Inalpi ha avviato circa 18 mesi fa, in collaborazione con l’Associazione Papa Giovanni XXIII ed il cui scopo è quello di realizzare una vera e concreta integrazione lavorativa per uomini e donne immigrati, provenienti da realtà difficili.

Un progetto frutto della convinzione che questa sia la strada per testimoniare la solidarietà verso gli altri: perché lavoro è sinonimo di futuro, ma anche di vita e dignità. Ed il senso del progetto è raccontato nelle parole di Ambrogio Invernizzi, Presidente Inalpi SpA, scritte in apertura del documento: “ Siamo stati spesso i primi o gli unici a compiere determinate scelte, a intraprendere un certo cammino aziendale, introducendo alcune volte delle vere e proprie novità, altre volte tracciando un percorso seguito poi da altri. Ed è proprio questo il senso del Bilancio Sociale 2018, raccontare un progetto che vorremmo diventasse proprietà di altre aziende”.

Proprio il senatore Mino Taricco, nel corso del suo preliminare intervento, ha voluto ricordare come Inalpi sia da sempre protagonista di nuove proposte, anche in tema di produzione aziendale fin da quando, dieci anni fa, diede vita alla produzione di latte in polvere 100% piemontese di filiera corta e certificata, di cui rimane tutt’oggi l’unico produttore italiano. Non solo.

Nel suo discorso, il primo cittadino di Bra ha espresso il proprio ringraziamento a chi, come Inalpi, lavora concretamente per l’integrazione, sinonimo di conoscenza e di crescita per tutta la comunità.

A Matteo Torchio, responsabile comunicazione di Inalpi, è stato affidato il colpito di raccontare il percorso che ha portato a questo Bilancio Sociale 2018. Un’industria agricola (questa la definizione utilizzata per raccontare che cosa sia Inalpi) con i piedi piantati a terra, espressione di attenzione e lavoro per il territorio in cui l’azienda vive e lavora e la testa rivolta sempre a nuovi progetti sinonimo di innovazione industriale e di prodotto, ma anche di attenzione alle opportunità che possono nascere da nuovi progetti spesso rivolti alle persone.

Il Bilancio Sociale, ha ricordato Matteo Torchio, è una fotografia che porta in superficie la realtà di un’azienda, un’immagine nella quale si racconta dei dipendenti e dei fornitori, delle iniziative di sostegno al territorio e di quelle finalizzate ad una sempre maggiore sostenibilità della produzione, dove si presentano i risultati ottenuti in termini finanziari e dove si raccontano i nuovi progetti avviati.

L’istantanea di un anno di lavoro che comprende ogni singolo elemento, progetto, persona che hanno contribuito alla realizzazione di una crescita importante.

Il Bilancio Sociale 2018 è stato certificato da Deloitte e in rappresentanza della società di revisione era presente in sala Eugenio Puddu – Partner Deloitte – che ha chiuso la tavola rotonda, sottolineando come il capitale umano debba essere al centro delle strategie aziendali, in quanto valore per l’intero territorio in cui un’azienda opera.

Ma ancora di più, ha tenuto a ricordare che la stesura del Bilancio Sociale Inalpi è effettuato su base volontaria, non essendo richiesto per legge e che, quindi, l’impegno dell’azienda nel produrre questo documento sia sinonimo di una chiara volontà di trasparenza, elemento che da sempre contraddistingue la crescita e la strada percorsa dell’azienda di Moretta insieme ai valori di sensibilità espressi.

In tutto questo, Inalpi conferma la visione aziendale che passa certamente attraverso l’innovazione tecnologica, ma senza mettere in secondo piano l’essenziale e imprescindibile componente sociale. Un concetto che, applicato su larga scala, può diventare decisivo per risolvere problematiche di domanda e offerta che vanno ben al di là dell’ambito industriale e contribuiscono ad arricchire, non solo economicamente, una comunità.

Il punto di forza della società è proprio questo, come ci spiega, durante la nostra esclusiva intervista, Ambrogio Invernizzi, Presidente di Inalpi: “Siamo convinti che ogni impresa e imprenditore deve lavorare sul territorio in maniera integrata con la propria comunità, creando valore per l’impresa e la comunità in cui opera”.

Insomma, un’azienda profit radicata sul territorio che, grazie ai buoni utili certificati dal bilancio, guarda in faccia il futuro con ottimismo. “L’ambizione è quella di superare i 200 milioni di fatturato. Quest’anno vorremmo aprire la nostra prima filiale in Cina e l’anno prossimo negli Stati Uniti d’America. La sfida che ci aspetta è quella di portare i nostri prodotti in tutto il mondo, internazionalizzandoli. Il problema è che, a livello globale, siamo una piccola azienda e dobbiamo cercare di competere con le grosse multinazionali o almeno convincerle ad usare la nostra materia prima piemontese come ingrediente dei loro prodotti”.

A fronte degli ottimi risultati conseguiti e delle prospettive, la domanda nasce spontanea, si impara di più da un successo o da un insuccesso? “Fanno crescere di più gli insuccessi. I successi fanno crescere di meno, perché magari ti convincono di essere sempre nel giusto, invece è sempre meglio fare autocritica sugli insuccessi”.

Parlando di successi rimasti nel cuore, ce n’è uno che non si può dimenticare: “Il contratto e la collaborazione con la Ferrero è il successo più bello e quello che mi ha fatto crescere tanto sia umanamente che come imprenditore”.

Un successo che vale doppio, visto che la Ferrero e Michele Ferrero sono i modelli a cui Inalpi da sempre si ispira: “Un modello su tutto, a partire da come si crea la filiera. Progettare partendo da zero è davvero impossibile, perciò bisogna imparare da aziende più illuminate e loro ci hanno ispirato sicuramente. A me piace molto leggere le storie imprenditoriali di successo per affrontare il futuro prima che in realtà succeda. In questo senso, Steve Jobs è il mio idolo”.

Questi principi sono stati apprezzati anche da Slow Food, che ha ringraziato Inalpi per aver formato un modello vincente in materia di integrazione, attraverso l’assunzione di giovani migranti: “Siamo convinti che il lavoro può essere la vera crescita nel futuro e creare le giuste comunità di domani. Il mondo non può stare con le chiusure, bisogna avere il coraggio di andare oltre e passare le barriere. Con questo piccolo esempio, che è una goccia nel deserto, tentiamo di dire che costruendo comunione con il lavoro si può stare insieme e avere un’Italia del futuro più comunitaria”.

E mentre Slow Food si smarca dalla Lurisia, dopo che lo storico marchio di acque minerali è stato assorbito dalla Coca Cola, con Inlapi la collaborazione è destinata a continuare: “Con Slow Food c’è una comunità di intenti e di filosofia, perciò è una collaborazione importante. Entrambi crediamo che bisogna valorizzare i territori e le comunità, oltre ai piccoli produttori, la diversità e la biodiversità”.

Parole d’ordine? Buono, giusto e sicuro.

Silvia Gullino

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