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Overmovie | 28 settembre 2019, 09:57

Greatest “It”

Una delle critiche più intelligenti all’opera di Muschietti è che sia una semplice sommatoria di scene ad effetto e che si dia più risalto alle singole perle orrorifiche che alla trama che le lega: un greatest “It” insomma.

Greatest “It”

Dopo due anni di attesa il circo (più che il cerchio) si chiude e Andy “Andrés” Muschietti, l’argentino naturalizzato americano, firma la seconda parte di It, coadiuvato alla sceneggiatura dalla sorella Barbara (anche co-produttore del film) e da Gary Dauberman (“The Nun”, “Annabelle”). Il tunnel dell’orrore è edificato dalla fotografia di Checco Varese e dagli effetti speciali di Nicholas Brooks ma il terzo “muschietteer” è Paul D. Austerberry, già oscar per “La Forma dell’Acqua”.

Com’è noto nel libro di King (1986) il passato e il presente si fondono in un sapiente gioco di flashback mentre nell’opera monstre di Andy (due ore e quarantanove minuti solo per il secondo capitolo) l’adolescenza dei losers e l’età adulta sono nettamente divise.

Dopo aver sconfitto It da ragazzi, ma senza averLe inferto il letale colpo di grazia i perdenti, tutti ormai distanti da Derry e più o meno affermati professionalmente, vengono raggiunti dalla stentorea voce di Mike Hanlon, divenuto nel frattempo bibliotecario e involontario custode della memoria collettiva, perché a distanza di ventisette anni l’orrore sembra essersi risvegliato.

Si ritroveranno dove il Male ha avuto inizio, tutti ad eccezione di Stan Uris, incapace di tener fede al giuramento fatto molti anni prima, e dopo una cena al ristorante cinese (diventata un must per i fanatici lettori di King) l’iconico Pennywise, il clown che ha terrorizzato più d’una generazione, inizierà a far loro visita sotto forma di paure sepolte e mai sopite.

Prima di inaugurare l’inevitabile caccia alle differenze col romanzo, c’è da dire che It 2 regge il confronto col primo capitolo, anche se sta incassando di meno, ma i fratelli Muschietti se ne fregano e ringraziano i fan su Instagram sotto una cisterna con la scritta “I Love Derry”, ed è proprio Derry la protagonista di questa pellicola “disabitata” in cui i losers si muovono sulle caselle d’una Dogville spettralmente vuota, per quanto impreziosita dai camei del regista, di Peter Bogdanovich e di Stephen King stesso.

 I due fulcri su cui ruota la trama del film sono l’amicizia e la fiducia nel soprannaturale, unici due amuleti contro l’informe orrore di It (non a caso Stan Uris, l’ebreo, deciderà  di suicidarsi perché non più in grado di abdicare alla propria razionalità) che assumerà le sembianze del padre molesto di Bev, d’una temibile nonnina (protagonista del teaser ufficiale), d’un lebbroso e della forma primigenia del male: un ragno gigante ovviamente femmina.

La particolare abilità di Muschietti nel selezionare un cast adulto che somiglia in modo impressionante alla versione adolescenziale viene premiata dalla maiuscole prestazioni di Jessica Chastain e James Ransone, ma soprattutto di Bill Hader, che trasforma la star radiofonica Richie Tozier in un geniale stand-up commedian (cosa che Hader è nella realtà) rovesciando dozzine di battute demenziali sui suoi amici e trascinando l’orrorifica parabola kinghiana in una grottesca “dramedy”, come l’ha definita Muschietti in un’intervista.

“Si ride perché ciò che è spaventoso e ignoto è anche ciò che è ridicolo”, scrive King sul romanzo del 1986 mentre il Phoenix-Joker prossimamente su questi schermi esclama: “ it’s so hard to be happy all the time”; un pagliaccio e un buffone che nascondono il male dietro il cerone bianco e l’affilata lama della tragedia dietro il sorriso stralunato da pierrot.

Nonostante una delle scene più riuscite di It 2 sia quella in cui Eddie riesuma allucinatoriamente sua madre nello scantinato della farmacia, legata a una barella e prossima a essere infettata dall’archetipo del lebbroso ( e lì lo scenario malsano da laboratorio nazista ricorda l’immaginario mansoniano di Flora Sigismondi), in generale gli effetti speciali di Nicholas Brooks sono volutamente esagerati al punto da diventare ridicoli.

Non si può non pensare a una scelta vista l’accuratezza del trucco di Bill Skarsgard o la geniale metamorfosi di Pennywise in un ragno le cui zampe sembrano protesi o trampoli da circo, ma l’effetto “Creepshow” che voleva omaggiare l’amore di King per l’esibizione d’una paura “non solo mentale”, scade in una dozzinale parodia degli anni Ottanta, perché non si può glossare la paura così come non si può spiegare la comicità.

Andy Muschietti tradisce il romanzo del re in più punti ma il re è muto (più che nudo) e approva silenziosamente questa (cuck)holding narrativa: Henry Bowers che nel libro ha un ruolo primario diviene un semplice gregario così come Audra, la moglie di Billl, l’epilogo è completamente diverso e Mike Hanlon partecipa allo scontro finale invece di starsene tranquillamente in ospedale, ma la divergenza che più ha fatto infuriare i fan è stata la presunta omosessualità di Richie, non per omofobia ma per eccesso di licenza autoriale.

“Non ho mai pensato a una relazione omosessuale tra Richie e Eddie nel libro”, commenta King, “ ma si tratta di un’altra di quelle cose geniali fatte nel film perché fa partire una sorta di eco. Si tratta di una sorta di “cerchio” (il riferimento è all’incipit con Adrian Mellon e il suo partner). Il regista di origini argentine ottiene l’imprimatur kinghiano perché fa delle scelte politicamente corrette o perché, a differenza della storica diatriba con Kubrick, non ha alcuna pretesa intellettuale?

La natura morale, e a tratti manichea,dell’opera del re farebbe pensare più alla prima ipotesi anche se negli ultimi anni Hollywood ci sta abituando a quella che potremmo definire una vera e propria “dittatura delle minoranze” (dal Will Smith protagonista di “Io sono leggenda” al Montag nero nel remake di Fahrenheit 451 per non parlare delle ridicole comparsate asiatiche e afroamericane nell’ultimo episodio della saga de “lo Hobbit”).

In ogni caso dalle atmosfere alla “Stand by me” del primo capitolo si passa a quelle alla “Grande freddo” del secondo con un eccesso di senso di colpa che sembra gravare sui losers come una pesante eredità cattolica. La scelta d’un Pennywise più giovane rispetto all’originale interpretato da Tim Curry, trasforma anche It in un perdente rafforzando la sua funzione ecolalica che ricorda agli uomini quanto le loro cicatrici adolescenziali siano tutt’altro che rimarginate; poco importa che il finale devi anche lui dalla matrice, in parte perché tradurre cinematograficamente il rito di Chud sarebbe impossibile e in parte perché Bill Skarsgard è perfetto col broncio mutuato dagli orsi dei documentari, e con uno strabismo naturale che ha sorpreso e inquietato gli altri attori.

In definitiva It 2 supera la prova perché la prova era impossibile da superare in quanto la scrittura di Stephen King vive del paradosso di venire dal cinema e di essere “cinematografica” ma di non poter essere trasposta per il grande schermo: come per alcuni grandi compositori le cui partiture contenevano già tutto al punto di rendere inutili scenografie e costumi, nei libri del re c’è già tutto e se si può tentare di rappresentare l’irrappresentabile non si può tentare di rappresentare il già rappresentato.

Una delle critiche più intelligenti all’opera di Muschietti è che sia una semplice sommatoria di scene ad effetto e che si dia più risalto alle singole perle orrorifiche  che alla trama che le lega: un greatest “It” insomma.

 

                                                                                                     

Germano Innocenti

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