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Cronaca | 07 ottobre 2019, 20:02

Operaio cadde dall’impalcatura al secondo giorno di lavoro: l’accusa chiede la condanna per un imprenditore edile a processo per lesioni colpose

Il fatto avvenne in un cantiere a Moretta nel 2017. la presunta vittima: “Da quel giorno non ho più potuto lavorare nell’edilizia”

Foto di repertorio

Foto di repertorio

Il 15 febbraio 2017 era caduto dall’impalcatura mobile fratturandosi una caviglia. Aveva iniziato a lavorare soltanto il giorno prima presso un cantiere di ristrutturazione di un’abitazione a Moretta.

A rispondere di lesioni personali colpose davanti al tribunale di Cuneo è A.G. imprenditore edile di Chieri, di origine rumena, per il quale la presunta vittima, un operaio chierese, doveva tinteggiare il perlinato a copertura del soffitto.

Per l’imputato il pm Attilio Offman ha chiesto oggi la condanna a 4 mesi di reclusione per lesioni colpose: “E’ la classica situazione in cui c’è un lavoratore fantasma che nessuno ha visto, perché essendo stato assunto in modo irregolare non ci sono elementi su cui lo Spresal possa basarsi. E non solo non c’è stato risarcimento, ma anche una condotta contraria al testo sull’assicurazione obbligatoria in materia di infortuni”.

La presunta vittima, costituito parte civile, doveva tinteggiare il perlinato a copertura del soffitto: “Dopo essere rimasto disoccupato facevo lavoretti a chiamata. Mi aveva dato il suo numero di telefono un conoscente, dicendo che aveva bisogno di una mano. Al momento della caduta ero da solo nella stanza. Arrivò A.G. da un cantiere vicino”, aveva raccontato davanti al giudice. “Disse di aspettare che gli altri operai andassero a pranzo, poi mi caricò in auto per riaccompagnarmi a Chieri. Mi pagò 100 euro per il giorno e mezzo di lavoro. A casa la caviglia iniziò a gonfiare e mi feci accompagnare all’ospedale. Il giorno dopo fui operato, con l’applicazione di una placca con le viti. Ho portato il gesso per 45 giorni. Da quel giorno non ho più potuto lavorare nell’edilizia”.

La difesa, chiedendo l’assoluzione, ha obiettato che A.G., il giorno del presunto infortunio, aveva incontrato l’operaio e lo aveva notato già zoppicante: “Il preventivo non l’ha mai visto e ha scoperto giorni dopo di aver ricevuto una denuncia. L’imprenditore non avrebbe mai potuto avere lavoratori in nero perché la sua ditta ha un nome a Chieri”. E ha rimarcato varie contraddizioni nelle deposizioni dell’operaio e della moglie.

Il giudice nella precedente udienza aveva ammonito dal prestare falsa testimonianza un altro operaio, che all’epoca lavorava per l’imputato, caduto in numerose contraddizioni. Il teste il giorno dell’incidente aveva accompagnato la presunta vittima in cantiere, e stando alle dichiarazioni di quest’ultimo, era stato lui a dargli istruzioni sul lavoro da fare. Il pm: “Non è più dipendente, ma lavora su chiamata: il suo timore è quello di non essere più reclutato, non solo dall’imputato ma da anche da tutti gli altri”.

L’udienza è stata rinviata il 17 ottobre per sentenza.

Monica Bruna

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