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#controcorrente | 09 ottobre 2019, 10:17

#controcorrente: il Cuneese e l’intero Piemonte Sud rischiano di restare senza rappresentanza parlamentare

La terra di Giolitti ed Einaudi, così come tante aree periferiche del Paese, condannate all’irrilevanza istituzionale dal taglio dei parlamentari. Più che uno schiaffo alla “casta” la sensazione è che i deputati cuneesi si siano autoschiaffeggiati

#controcorrente: il Cuneese e l’intero Piemonte Sud rischiano di restare senza rappresentanza parlamentare

Non sappiamo quale siano state le motivazioni – se si esclude la disciplina di partito - con cui i cinque deputati cuneesi, Fabiana Dadone (M5S oggi ministro della Pubblica amministrazione), Chiara Gribaudo (Pd), Enrico Costa (FI), Flavio Gastaldi (Lega) e Monica Ciaburro (FdI), hanno affrontato ieri alla Camera la votazione sul taglio dei 345 parlamentari. 

Certo è che la rappresentanza territoriale di un’area periferica del Paese, qual è la Granda, difficilmente è stata messa in cima alle loro preoccupazioni.

Nell’elezione per la Camera il Piemonte 2, la circoscrizione elettorale di cui fa attualmente parte la nostra provincia, passerà infatti da 22 a 14 deputati; la rappresentanza senatoriale (interessa l'intera regione) da 22 a 14.

Dopo il voto di ieri (solo 14 i contrari), il numero degli abitanti per deputato aumenta da 96.006 a 151.210; quello per ciascun senatore da 188.424 a 302.420.

Dalle prossime elezioni, dunque, il Piemonte perderà 16 deputati e 8 senatori.

Si obietterà che questo val bene uno schiaffo alla “casta”, e che in questo modo si riducono le spese dello Stato (l’equivalente di due caffè all’anno per ogni italiano).

Sarà pure vero.

E’ innegabile che a dettare l’agenda sia stato il Movimento 5 Stelle che può, a buon diritto, intestarsi la “vittoria” avendo costretto tutti i partiti, a partire dal Pd, oggi suo alleato di governo, ad adeguarsi.

Ma non è tanto questo l’aspetto su cui si vuole porre l’accento, quanto piuttosto il fatto che se già oggi il Cuneese conta poco a Roma – il caso dell’autostrada Asti-Cuneo ne è la plastica rappresentazione – da domani conterà ancora meno.

Ci si obietterà che non è la quantità, ma la qualità dei parlamentari che conta. Obiezione accolta, se non fosse che ormai da troppo tempo non sono i cittadini-elettori a scegliere i loro rappresentanti, bensì le oligarchie dei rispettivi partiti.

Siamo passati dal “Porcellum” al “Rosatellum”, cadendo dalla padella nella brace, ed ora ci toccherà affrontare l’ennesimo cambio di sistema elettorale.

E già, perché ora, come prevede l’articolo 138 della Costituzione, entro tre mesi, dal momento che la legge ha ottenuto la maggioranza assoluta dei due terzi alla seconda votazione soltanto alla Camera e non al Senato, il testo può essere sottoposto a referendum.

Referendum – lo ricordiamo – che può essere richiesto da un quinto dei membri di una Camera, da 500 mila elettori o da cinque Consigli regionali. Se questo dovesse avvenire, la consultazione popolare si svolgerebbe nella prossima tarda primavera. Nel caso di una conferma, entro 60 giorni il governo dovrà ridisegnare i collegi elettorali.

L’impressione che si ha – disposti ad essere smentiti dai fatti – è che ci troviamo in presenza di un provvedimento adottato, ancora una volta, con lo spirito della gatta frettolosa che fa i gattini ciechi.

Così è successo per le Comunità Montane, così è avvenuto per le Province, così rischia di essere per il Parlamento: si apportano modifiche (anche draconiane) senza tenere nel debito conto gli effetti e le ricadute.

Un dato, per quel concerne il contingente, è certo: gli attuali deputati e senatori (quindi anche i nostri) possono tirare un respiro di sollievo.

Il governo e la legislatura, in virtù degli effetti tratteggiati, vengono blindati.

Chi invocava il voto si rassegni: tra possibile referendum, riforma elettorale e conseguente ridefinizione dei collegi, le urne si allontanano e la legislatura, che sembrava effimera, “rischia” di arrivare a scadenza naturale.

Poco importa, a questo punto, se la terra di Giolitti ed Einaudi resterà senza rappresentanti a Roma.

La Granda dovrà ancora una volta – come in fondo ha sempre fatto – fare da sè.   

 

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