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Cronaca | 10 ottobre 2019, 18:31

Mondovì, appiccarono il fuoco all’abitazione di un negoziante: condannati a tre anni per incendio doloso

I fatti risalgono al 5 novembre scorso. Il pm: “Persone senza scrupoli”

Immagine di repertorio

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Tre anni di reclusione per incendio doloso in concorso. E’ la pesante condanna che il tribunale di Cuneo ha inflitto agli egiziani A.A. e A.I. che, nella serata del 5 novembre 2018, avevano appiccato il fuoco all’abitazione del titolare di un esercizio commerciale, anch’egli di origine egiziana, da anni residente a Mondovì.

Per il pm Attilio Offman il rogo avrebbe potuto avere potenzialmente effetti più gravi di ciò che in effetti non avvenne, grazie al fatto che fu notato da una volante dei carabinieri che stava transitando sulla strada provinciale per Cuneo. “Ulteriore elemento di pericolosità”, ha aggiunto il sostituto procuratore, “che la casa fosse abitata anche se temporaneamente vuota. Chi ha agito ha accettato il rischio che qualcuno si trovasse all’interno, perché le luci erano accese e la stufa era in funzione. Gli imputati sono persone prive di scrupoli che hanno anche minacciato il commerciante il giorno seguente al rogo”.

Secondo quanto raccontato dall’imprenditore, costituito parte civile assistito dall’avvocato Fabrizio di Vito, il motivo per il quale gli imputati avrebbero dato fuoco alla sua abitazione sarebbero stati i contrasti nati dopo la compravendita di una kebabberia monregalese.

I militari avevano visto tre persone aggirarsi sotto i portici del villino. Scappati in auto, erano stati raggiunti e arrestati. Con A.A. e A.I. quella sera c’era anche K.H. che ha invece patteggiato: per l’accusa sarebbe stato lui a organizzare la spedizione punitiva.

K.H., che con il fratello fa parte di una grande famiglia egiziana con base a Torino, avrebbe organizzato una vendita fasulla di una kebabberia con un connazionale, che si sarebbe prestato a fare da prestanome. Subito dopo, però, l’acquirente aveva rivenduto il locale ad un altro gestore.

I fratelli H. avrebbero accusato la parte offesa di aver fatto da intermediario nella compravendita, incassando anche una certa somma.

L’incendio del villino aveva causato pochi danni strutturali ma provocato una perdita di una serie di rotoli di lana di roccia incellophanati, quantificabile in circa 110mila euro.

Le difese degli imputati hanno sostenuto che non si sarebbe trattato di incendio, così come definito dalla giurisprudenza: “Fu invece un rogo circoscritto e venne spento in pochi minuti”. Per A.A.: “Non si ricorda nulla. Davanti al gip aveva detto che quella sera era rimasto addormentato sul sedile posteriore dell’auto, in stato confusionale perché aveva fatto uso di sostanze stupefacenti”. Per A.I.: “Non conosceva né la persona offesa né il figlio”.

Gli imputati dovranno pagare una provvisionale di 10mila euro, mentre la quantificazione dei danni sarà decisa in separato giudizio.

Monica Bruna

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