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Overmovie | 12 ottobre 2019, 09:23

Joker: il trucco è meditazione

“All it takes is a bad day”, recita la locandina americana del Joker della DC, l’attesissimo stand alone che ha già incassato un leone d’oro a Venezia e che si prepara a trionfare agli oscar.

Joker: il trucco è meditazione

“All it takes is a bad day”, recita la locandina americana del Joker della DC, l’attesissimo stand alone che ha già incassato un leone d’oro a Venezia e che si prepara a trionfare agli oscar.

Todd Phillips e Scott Silver sceneggiano l’arcinemico di Batman nella genesi della sua follia, quando ancora non ci sono pipistrelli ma molti topi, in una Gotham City anni Ottanta invasa dalla spazzatura e dalla delinquenza, con un welfare praticamente inesistente e una disoccupazione alle stelle.

In questo scenario tutt’altro che patinato si muove Arthur Fleck, orfano di padre (forse) e con una madre disabile cui badare, clown da insegne pubblicitarie e corsie oncologiche, magro e affetto da una patologia psichiatrica che lo costringere ad assumere farmaci e a vedere periodicamente una coriacea terapeuta di colore.

La sua unica consolazione sono gli show televisivi di Murray Frank (Robert de Niro) attraverso i quali sogna di diventare un comico da stand-up comedy trasformando “in lazzi lo spasmo e i pianti”, come recita l’iconico “Ridi Pagliaccio” di Leoncavallo.

L’originalità di questo Joker non sta certo nella trama che potrebbe tranquillamente riassumersi nel tutorial d’una società post-consumista che schiaccia l’individuo demolendone ogni ambizione e obbligandolo a diventare una star o il suo contrario, ma pur sempre con una fitta selva di seguaci.

In uno zeitgeist cinematografico in cui dire biopic (reale o fittizio) significa narrare il vertice o il declino d’una celebrità, la DC decide di concentrarsi sull’educazione criminale di Fleck, sulla nascita d’una maschera che inizialmente è solo un ghigno e su un cattivo che ha le sembianze d’un vero loser kinghiano, ma senza bonomia.

Arthur non riesce a smettere di ridere, anche e soprattutto quando viene pestato o licenziato, perché il suo non è un ironico distacco dalla realtà ma una nevrosi che muta il riso in gutturale latrato, sotto questo punto di vista somiglia all’ “Uomo che ride” di Victor Hugo e la sua smania d’accettazione sociale, a volte tenera più spesso patetica, viene scambiata per provocazione e punita severamente accelerando il processo di corruzione morale che porterà alla nascita di Joker.

In base alle stesse affermazioni di Phillips la DC non avrebbe mai potuto battere la Marvel al suo stesso gioco quindi ha cercato di produrre “qualcosa di diverso”, ma questo non significa che il deuteragonista di Batman non sia un cinecomic perché lo stile di ripresa è così simile alle inquadrature fumettistiche, e il plot talmente fedele alle strisce originali, che si può evidenziare solo un’apprezzabilissima irregolarità di genere: Joaquin Phoenix.

Seguendo una tradizione attoriale che vede proprio in De Niro uno dei suoi maggiori interpreti, Phoenix ha stravolto il suo corpo per entrare negli sgargianti panni del clown, prima perdendo 26 chili quindi sagomando i propri lineamenti in dozzine d’espressioni diverse e danzando con se stesso, a volte rievocando in maniera filologicamente impeccabile Fred Astaire o Charlie Chpalin, fino al punto non di diventare Joker ma di essere Joker; il suo è stato un lavoro di perdita, fisica e metafisica, visto che ha letto molti testi sulla malattia mentale, e la magrezza spigolosa ha finito col riflettere, attraverso una frattura ossea alla clavicola destra, una caratteristica morfologica del regista stesso.

Un lavoro quasi letterario sul doppio quindi e nella crasi fra Phillips e Phoenix (assonanti persino nei cognomi) vibra l’omaggio a un cinema di regia che non c’è più e che vedeva gli Scorsese e i Ford Coppola rielaborare i copioni in itinere coi propri mattatori. Dice Todd: “ Joaquin è stato eccezionale, vulnerabile e a tratti molto coraggioso. Mi ha stupito.” Gli fa coro Joaquin: “Per ogni scena avevamo quindici tipi di approcci diversi. È stato estenuante.”

Si potrebbe riscrivere la storia del cinema americano attraverso la “body torture” delle sue star: De Niro in “Cape Fear”, “Toro Scatenato” e “Gli Intoccabili”, Christian Bale ne “L’uomo senza sonno”, Fassbender in “Hunger” e l’intera carriera di Daniel Day Lewis fino alla preziosa prova ne “Il Filo Nascosto”, e la cosa diverrebbe fluviale se estesa al genere femminile, ma qui non stiamo parlando di cultura fisica perché allora dovremmo tirare in ballo il cinema muscolare di Stallone and co, qui parliamo di totale adesione al personaggio.

L’elemento più interessante di questo Joker, da un punto di vista drammaturgico, è invece la lenta discesa nella follia di Arthur che ci permette non solo di comprendere la plausibile rabbia che monta dentro di lui fino ad esplodere, ma anche di empatizzare col suo destino fino all’inevitabile metamorfosi criminale. Il punto fin dove riusciamo a seguirlo, giustificando le sue (re)azioni, ci dice qualcosa della nostra morale ma anche di quali inesplosi serbatoi di rabbia potenziale siano le banlieux delle metropoli contemporanee in un’epoca in cui il mito della decrescita felice e degli smart job rischia di inoccupare (e isolare) larghe fette della popolazione.

Sotto questo aspetto “Joker” è un mosaico di citazioni, non solo di genere, dall’ovvio “Arancia Meccanica” al nostro Jeeg Robot; in un passaggio fondamentale del film viene persino omaggiata la ripida scala de “L’Esorcista” e la corsa sgangherata del clown ricorda un altro film di Friedkin e cioè “Il Braccio Violento della Legge”, ma la pellicola di riferimento assoluto è “Taxi Driver”; l’alienazione del giovane tassista, anche lui consumatore di psicofarmaci, è la stessa di Arthur che a differenza del suo alter ego non scrive lettere sgrammaticate ma corregge quelle di sua madre (personaggio che somiglia a quella di Jared Leto su “Requiem for a dream”), entrambi sono ingenui e dinamici, quindi corruttibili, ed hanno bisogno che il proprio oggetto-sé idealizzato (citando Kohut) deflagri trasformando il dolore in nichilismo.

In De Niro sono la politica e l’amore i tabù da distruggere, in Phoenix è il mito televisivo su cui proietta i suoi sogni prima a tradirlo poi a deluderlo, e a quel punto l’uno trasfigura i suoi capelli in un’assurda cresta da mohicano e l’altro li tinge d’un verde da scarico fognario, truccando il viso da pagliaccio stralunato (“pensavo che la mia vita fosse una tragedia, invece ora ho capito che è una farsa”).

L’unico modo per esistere, per un signor nessuno maltrattato gratuitamente da tutti, è invertire il masochismo in sadismo estirpando definitivamente il dolore da sé.

La colonna sonora di Hildur Gudnadottir è perfetta così come gli innesti musicali di Sinatra e il brano “Send in the clowns”, nel quale i clown sono i buffoni del mondo e non la nobile nemesi del pagliaccio, ma Joker è legato alla musica anche perché il suo è un personaggio essenzialmente punk, come quel J J Allin che Phillips  ha raccontato nel suo documentario “Hated …”, o post-punk come Kurt Cobain col sorriso a denti stretti e il cantato grunge che grattava la gola fino a sputar sangue.

Siamo lontani dalla complessità de “Il Cavaliere Oscuro” e non solo perché questo Joker non ha ancora il suo Batman ma perché Arthur non ha niente di strutturato, è un’energia seminale pronta a lievitare per acclamazione collettiva, e non per timore.

Heath Ledger era una sinfonia metal.

Joaquin Phoenix un riff dei Sex Pistols.

Mentre si teme il rischio emulazione, come avvenne nel 2012 nel massacro di Aurora (Colorado) quando un pazzo armato fino ai denti e vestito da pagliaccio scaricò prima gas lacrimogeno quindi il caricatore d’una calibro 12 sull’inerme folla d’una multisala al grido di “i’m joker!!”, si dà per scontata la nomination all’oscar per Joaquin Phoenix (e in molti pensano possa anche vincere) mentre critica e pubblico concordano sulla qualità d’un film indiscutibilmente magnetico.

“Joker” ha dimostrato che si può ibridare il cinema d’autore con l’intrattenimento mentre è impossibile il contrario, e nonostante alcuni luoghi comuni (gli operatori sociali della storia e l’unica donna che mostri ad Arthur un po’ di calore umano sono tutti di colore), funziona per le mostruose (nell’etimo) doti attoriali del protagonista e per la natura perturbante d’un’icona altrimenti ascrivibile al male più puro e che invece nasconde, dietro il trucco sgargiante, il sorriso forzato della vittima.

 

Germano Innocenti

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