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Curiosità | 12 ottobre 2019, 09:32

Un ricordo di Barba Toni, poeta piemontese occitano a venti anni dalla scomparsa

Riceviamo e pubblichiamo

Un ricordo di Barba Toni, poeta piemontese occitano a venti anni dalla scomparsa

Barba Tòni alla piemontese, o Barbo Toni Boudrìe alla provenzale, era il poeta per eccellenza, il poeta col bërsach, con lo zaino, il poeta pellegrino. Già nel 1966 Vanni Scheiwiller, il raffinato e rabdomantico editore, nella sua «Antologia impopolare», si rammaricava di non aver più spazio per “quell’Antonio Bodrero il cui bel libro in provenzale di Frassino, «Fràisse e Mèel», (Frassini e miele) uscì nel 1965 nel «Diapason dialettale» di Mario Dell’Arco”.

Al pari di Bashô, il grande poeta del XVII secolo, l’inventore dell’haiku, che pellegrinava per il Giappone con fogli di appunti nella bisaccia e sostava in ripari naturali o in misere capanne, così Barba Tòni girava il Piemonte e l’Italia a difendere le culture naturali, l’òm montagnin, la cultura d’amont, l’originalità e il genius loci dell’uomo minacciato dalla massificazione, dall’omologazione globale. Alto, dinoccolato, passo da montanaro. La barba, che gli incorniciava il mento, s’era imbiancata con l’avanzare degli anni. Il naso aquilino e gli occhi da falco contribuivano a rendere metafisico il volto. Più che un professore sembrava un arrampicatore dell’Ottocento, uno scalatore di pendii rocciosi, di idee preconcette. Lo zaino per il poeta occitano-piemontese era tutto: come il guscio che la lumaca trascina con sé, la sua casa mobile. Palo Rumiz in «È oriente» scrive che ci teneva pane, salame e una grossa sveglia e racconta l’avventura occorsa al poeta durante un convegno a Bolzano, negli anni del terrorismo: “il ticchettio fece gridare alla bomba, la sala fu sgombrata, poi gli artificieri pescarono stupefatti l’innocuo marchingegno da sotto una toma piemontese.” A dire il vero dall’inventario che ne fa Rumiz mancano vari oggetti che mai Barba Tòni avrebbe dimenticato. L’aglio che profumava il sacco ed allontanava le masche, spicchi che lui mangiava come mentine e lo preservavano dalla comunanza con certi “intellettuali” dall’aria troppo linda e artefatta. Le bianche teste d’aglio che sospiravano nel buio del sacco, come lune argentee cadute nel pozzo, si trovavano accanto l’oro delle medaglie che il poeta aveva vinto in vari concorsi e che mai avrebbe lasciato in un cassetto di casa, come la cosa più preziosa da portare sempre con sé.

 

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Quando nell’estate del 1985 mi recai a Frassino, con Romolo Garavagno, con l’intento di fotografare Barba Tòni per la copertina di «Sust», il libro antologico che stavamo approntando per gli amici di Piazza, ero molto emozionato: sapevo di trovarmi di fronte ad un “maestro”, ormai consacrato. Avrei voluto cogliere con l’obiettivo non solo l'aspetto fisico di barba Tòni, ma catturare lo spirito del poeta, l’aura che irradiava intorno a sé. La casa era immersa nel verde, il giardino antistante si era trasformato in una piccola foresta inselvatichita. Barba Tòni lasciava crescere in libertà le piante, i cespugli, le erbacce. Cespi di ortiche altissime sfioravano le nostre mani, mentre procedevamo curvi lungo quello che doveva essere il sentiero di un tempo. Barba Tòni ci aspettava al di là delle ramaglie, lo si intravedeva stagliarsi nero sulla soglia invasa di sole, nella sua sgargiante livrea da Abbà. Entrammo nello studio, una stanza avvolta da una fitta penombra. Il poeta si sedette alla scrivania, con un’altissima montagna di libri. Attorno, la libreria, a scaffali di legno chiaro, era un bastimento di carte e di libri stipati nei ripiani.

Scattai alcune fotografie, poi uscimmo: Barba Tòni ci guidò ad una borgata abbandonata e solitaria. Mi vennero subito in mente i versi della sua bellissima poesia «Solitèr» (Solitario): “Ësquartoun sënço tëmp, cubèrt, pouhìn / blhanc-paradìs e, sout, i làouse, i péire, / i rounçe, i dësavèrs, gris, nie, dë deur. / Borgata senza tempo, tetti, neve / color bianco paradiso e sotto, le ardesie, le pietre, / i rovi, i ruderi, grigi, neri, di lutto.” Barba Tòni si aggirava come un folletto tra le rovine di quel mondo, tra muri diroccati, porte che sigillavano silenzi di interni desolati, finestre sbilenche con gli scuri semiaperti, e ortiche, un’orda barbarica che assediava le case e sembrava sfidarci con le verdi sciabole sguainate. Non fu difficile scegliere gli angoli più adatti. Un viottolo che si perdeva tra un’ala di baite sotto lo sguardo di carpini che affondavano le loro radici su un muro a secco, scalini in pietra che portavano a usci sprangati, dal legno tarlato e consumato dalle intemperie, tetti spioventi di lose che facevano da quinta al cielo che approntava il suo spettacolo di nuvole acrobate. Barba Tòni si appoggiò ad uno di quegli usci, chiusi per sempre dall’abbandono, e allungò un braccio lungo una scala a pioli che era sospesa sopra l’architrave sui cui ricadeva un ciuffo rinsecchito di alchechengi. La sua mano accarezzò il rustico legno della scala. C’era un’intensa luce riflessa che abbagliava il volto e incendiava la neve della barba. Fu un attimo: scattai la foto. E quello fu lo scatto che scegliemmo per la copertina di «Sust», la scelta antologica dei suoi versi, uscita nel dicembre del 1985, a cura degli Amici di Piazza di Mondovì.

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Mi chiedo, allora non ci avevo fatto caso, perché quel giorno Barba Tòni avesse voluto indossare l’elegante livrea degli Abbà, per camminare lungo i sentieri della borgata solitaria. Forse la risposta è racchiusa nei versi del poeta discepolo prediletto, Bep Ross dal Jouve, che lo ha preceduto nel regno delle ombre e forse lo ha atteso per accompagnarlo sulle montagne dell’aldilà:

“N’ai meq pur uno, de chamiso bioncho, / e ren la sortou per calar en villo. / Mi me la vestou per anar amount / entoun se larguen i caviàl di suco, / trempa de sàuvo chardo ente l’erbasso, / adièou despoutenta di questaniha /que mouéren quiét ent’al darréire bouosq!

Ne ho solo più una, di camicie bianche / e non la tiro fuori per scendere in città. / Io la indosso per andare lassù / ove s’allargano le mandrie dei ceppi, / fradici di linfa rossastra tra l’erbaccia, / addio impotente dei castagni / che muoiono silenziosi nell’ultimo bosco!”

Remigio Bertolino


Nota bio-bibliografica


Antonio Bodrero nacque a Frassino nel 1921 e si spense a Cuneo nel 1999; i genitori erano insegnanti elementari della Val Varaita. Si laureò a Torino, in Lettere, discutendo la tesi con Francesco Pastonchi. Fu direttore della Biblioteca Civica di Saluzzo e poi docente di storia dell’arte nei licei.

Profondo conoscitore della cultura occitana, si dedicò all’attività poetica fin dai primi anni Sessanta. Difese sempre l’ideale fratellanza fra Piemonte ed Occitania. Fondò il “Movimento Autonomista Occitano”, passò poi nelle fila di “Piemonte Autonomista” ed infine militò nella Lega Nord. Fu consigliere regionale dal 1992 al 1995.

Nel 1965 pubblicò la plaquette «Fràisse e Méel» (Frassino e Miele, ma anche Frassino e Melle) Poesie in patois di Frassino, Il Nuovo Cracas, Roma. Seguì nel 1971 il libro «Solestrehl òucitan» (Sole occitano), MAO, Cuneo.

La produzione in piemontese viene pubblicata nelle raccolte: «Val d’Inghildon» (Valle d’Inghildon) a cura di G.P. Clivio, Centro Studi Piemontesi, 1974; «Sust» (che si potrebbe tradurre con “senno”, “saggezza”, “buonsenso” ma anche “garbo”), Amici di Piazza, Mondovì, 1985; «Dal prim uch a l’aluch» (che si potrebbe tradurre «Dal primo grido (vagito) all’ultimo respiro»), Centro Studi Piemontesi, Torino, 2000.

Nel 2011 presso l’editore Bompiani esce il volume «Opera poetica occitana» a cura di Diego Anghilante.

Francesco Tomatis in «La via della montagna», gli dedica un lungo saggio, «Vallis lactea o l’estasi di Antonio Bodrero», Bompiani 2019.



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