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Attualità | 13 ottobre 2019, 14:00

Diageo riparte da "Villa Ascenti": un ritorno ai fasti della gloriosa Cinzano nel futuro dello stabilimento di Santa Vittoria d’Alba

Vent’anni dopo l’addio a spumanti e vermouth il lancio di un gin a base Moscato che richiama il passato della storica cantina. L’ad Balestrini: "Due anni fa rischiavamo la chiusura: insieme a lavoratori, sindacati e istituzioni abbiamo convinto l’azienda che chiudere Alba sarebbe stato un grave errore"

Diageo riparte da "Villa Ascenti":  un ritorno ai fasti della gloriosa Cinzano nel futuro dello stabilimento di Santa Vittoria d’Alba

C’è un ritorno alle gloriose origini dello stabilimento di Santa Vittoria d’Alba dietro al progetto di "Villa Ascenti", il gin made in Roero che la multinazionale degli "spirit" Diageo ha appena lanciato sul mercato internazionale (nel maggio scorso l’annuncio, a luglio il via a una distribuzione in 14 Paesi i cui primi risultati fanno ben sperare).
Un progetto nato due anni addietro e che affonda le proprie radici nella complessa vicenda che tra le fine del 2016 e primi mesi dell’anno successivo tenne in apprensione gli oltre 400 dipendenti di quella che rimane una delle più prestigiose cantine italiane, rischiando di scrivere la parola fine alla plurisecolare storia dell’ex Cinzano.

A ripercorrerla è Mauro Balestrini, amministratore delegato di Diageo Italia, controllata della multinazionale con base a Edimburgo. Un colosso da 43 miliardi di dollari di fatturato, che conta 30mila dipendenti diretti e altri 15mila nella sua "supply chain", e 150 sedi produttive dalle quali escono ogni anno 3,5 miliardi di litri di bevande alcoliche. Una realtà industriale che, con 200 noti marchi distribuiti in oltre 180 Paesi del mondo (da Johnnie Walker a J&B, da Smirnoff a Guinnes, passando per altre decine di brand notissimi in tutto il pianeta), rappresenta il leader di mercato nell’intero mercato mondiale delle bevande alcoliche.

Il manager, accompagnato dai suoi collaboratori, lo ha fatto organizzando un partecipato pomeriggio di visita all’azienda e alle sue storiche cantine: 2,8 km di gallerie scavate nel tufo delle colline di Santa Vittoria. Un momento di dialogo col territorio che, andato in scena venerdì scorso, 11 ottobre, ha coinvolto le numerose aziende che per Diageo lavorano (60 milioni di euro l’anno l’ammontare degli acquisti fatti sul territorio ogni anno), le principali associazioni di categoria provinciali (in prima fila il Consorzio dell’Asti, presente col suo presidente Romano Dogliotti, e l’Unione Industriale, col direttore Giuliana Cirio), oltre a un ricco parterre di rappresentanti delle istituzioni: dal governatore piemontese Alberto Cirio agli onorevoli Mino Taricco, Giorgio Maria Bergesio e Silvia Fregolent, insieme al sindaco braidese Gianni Fogliato (col suo assessore Massimo Borrelli), agli assessori e consiglieri albesi Massimo Reggio, Leonardo Prunotto e Daniele Sobrero (con loro anche l’ex consigliere e candidato in Regione Mario Canova), a diversi sindaci e amministratori del territorio, con in prima fila il sindaco di Santa Vittoria d’Alba Giacomo Badellino.

Una visita iniziata con un tour nelle spettacolari cantine che tra la fine del '700 e tutto il secolo successivo accompagnarono la nascita dell’azienda vitivinicola creata dal re Carlo Alberto dall’adattamento dell’ex palazzina di caccia dei marchesi di Santa Vittoria. Passata ai Savoia dopo la disfatta napoleonica, la tenuta venne prima affittata e successivamente rilevata dai fratelli Francesco e Giovanni Carlo Cinzano. prima che, venuto meno anche l’ultimo discendente della nobile famiglia di distillatori – il conte Alberto Marone Cinzano, morto in Spagna in un incidente stradale nel 1989 – l’intero complesso passasse nelle mani (in mezzo un passaggio sotto le insegne Idv) della multinazionale nata dalla fusione tra l’irlandese Guinnes e la britannica GrandMet.

Partendo da quelle "cattedrali sotterranee" Balestrini ha raccontato la genesi di un progetto – quello di "Villa Ascenti" – la cui nascita si lega a doppio filo alla storia recente dello stabilimento ex Cinzano e alla graduale uscita della multinazionale scozzese dal mercato dei vini, considerati meno redditizi rispetto agli "spirit": un percorso che parte dalla cessione a Campari del celebre marchio di spumanti e vermouth (nel 1991, la produzione rimarrà nell’Albese ancora per cinque anni, prima di trasferirsi definitivamente nel nuovo stabilimento Campari di Novi Ligure) e che si completa nel 2016, con la decisione di Diageo di uscire completamente da questo comparto.

Una scelta, quella presa in Scozia che, insieme alla dismissione di tenute vinicole che andavano dalla californiana Napa Valley all’Argentina e all’Australia, portò con sé il venir meno, per lo stabilimento albese, di un’attività di imbottigliamento che allora valeva il 50% dei volumi qui realizzati. Qualcosa come 90 milioni di bottiglie solo per il californiano  "Glossom Hill": l’intera produzione annua di Asti Spumante e Moscato Docg – per fare un parallelo – 5 volte quella di Barolo e Barbaresco messe insieme.  

"Negli anni – ha spiegato Balestrini – avevamo sempre dimostrato grande capacità di adattamento alle mutate esigenze di mercato del gruppo. Venduta la Cinzano, avevamo sostituito quella lavorazione con l’imbottigliamento di Rtd (bevande miscelate a basso tenore alcolico, rivolte in particolare a un pubblico giovane, ndr), ma i vini rimanevano uno dei business senza i quali anche un’eventuale riduzione del personale rischiava di non essere sufficiente a mantenere la sostenibilità finanziaria dello stabilimento".

Quella vicenda, ricorderanno i lettori, si chiuse felicemente. "Fu utile il pressing messo in campo dalle istituzioni del territorio – ha ricordato ancora Balestrini, prima che lo stesso Cirio, allora europarlamentare, rammentasse i diversi incontri avuti in quei concitati mesi coi vertici Diageo tra Bruxelles, Londra e le Langhe, insieme al sindaco Badellino e all’onorevole Mino Taricco –. Come ebbe un ruolo il sopravvenire della Brexit, che rivalutò quella che per Diageo resta ancora oggi l’unica propria presenza sul continente. Ma soprattutto fu decisivo il comprendere, da parte del gruppo, che lo stabilimento albese non aveva pari in termini di affidabilità e indici di produttività".

"L’azienda aveva dichiarato 120 esuberi
– ha spiegato l’amministratore delegato –, che alla fine si tradussero in 60 dimissioni volontarie incentivate, un numero peraltro inferiore alle richieste di uscita avanzate dai dipendenti. Nonostante questo, nel plesso albese non venne fatta una sola ora di sciopero, mentre in Scozia le problematiche coi lavoratori, per ragioni decisamente meno gravi, si andavano moltiplicando. Anche i nostri sindacati si dimostrarono estremamente collaborativi e tutti insieme convincemmo l’azienda che abbandonare Alba sarebbe stato un grave errore. Ci vennero affidate nuove produzioni e confermammo ancora una volta quell’impressione, risultando più volte il miglior stabilimento per risultati di tutto il gruppo".

Salvata la fabbrica, Diageo ha ora deciso di ripartire da quelle produzioni locali abbandonate vent’anni fa con la vendita di Cinzano. "Da Edimburgo ci hanno chiesto di pensare a un prodotto che raccontasse la storia del sito italiano: per noi è stato un invito a nozze", racconta ancora Balestrini –. Abbiamo studiato un gin di categoria super premium prodotto mediante tre distillazioni successive a partire da una base di uva Moscato, messe in infusione con bacche di ginepro toscano, il migliore in circolazione".

"L’esperienza di Cinzano nei vermouth è stata fondamentale per arrivare a un prodotto che fosse 100% italiano e avesse un forte radicamento nella provincia di Cuneo – ha raccontato il mastro distillatore Lorenzo Rosso, vent’anni di esperienza in azienda -. Un distillato che coniuga la morbidezza e il floreale del moscato con le note balsamiche del ginepro, insieme a una selezione di menta, timo e altre erbe e spezie selezionate, quasi tutte provenienti da un raggio di 50-60 km da qui: un richiamo al passato di Cinzano compiuto anche tramite il recupero di un distillatore in rame Frilli che faceva parte dell’antica dotazione dell’azienda".

Scongiurato il rischio di chiusura, lo stabilimento di Cinzano è tornato a una produzione importante: 13,3 milioni di casse da 9 litri (12 bottiglie) per 25 grandi marchi internazionali che da qui partono per venire distribuiti e venduti in 39 Paesi del mondo. E i suoi 400 addetti possono guardare con ritrovato ottimismo a un presente che riguarda al passato del suo storico marchio.

Ezio Massucco

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