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Cronaca | 14 ottobre 2019, 17:04

Saluzzese assolto dall’accusa di circonvenzione d’incapace

Era stata la sorella della presunta vittima a denunciare l’amico: “Ha dilapidato i nostri soldi di famiglia”

Immagine di repertorio

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Era accusato di circonvenzione d’incapace per essersi approfittato di un giovane con problemi di alcolismo, ma dall’istruttoria dibattimentale non sarebbero emerse prove sufficienti a dimostrare la sua colpevolezza, portando così il tribunale di Cuneo ad una sentenza di assoluzione.

M.A. era stato denunciato dalla sorella della presunta vittima perché il fratello, “una persona buona che si fa condizionare facilmente” dopo averlo conosciuto era cambiato: “Era il 2012, ha iniziato a isolarsi dalla famiglia e a trattarmi male”, aveva testimoniato la donna davanti al giudice. “M.A. gli aveva proposto di lavorare con lui nel recupero di ferraglie. E’ stato così che ha dilapidato i soldi di famiglia. Da quel momento si sono interrotti i nostri rapporti, non lo vedo da circa tre anni e non mi risponde nemmeno al telefono”.

La querelante aveva aggiunto che il fratello, quando viveva con i genitori, non aveva neppure un proprio conto e tutto quello che guadagnava lo gestiva la madre.

Il comandante della stazione dei carabinieri del paese nel Saluzzese dove abitava la presunta vittima aveva verificato che il giovane aveva trasferito il denaro dal conto cointestato con la sorella su un conto proprio, e poi fatto dei prelievi per acquistare alcuni automezzi: “Lo conoscevo personalmente perché aiutava nella Pro Loco con gli alpini, fino al 2012, quando è sparito”, aveva ricordato il carabiniere. “E’ sempre stato una persona rispettosa, poi è diventato più stizzoso. Era stato in cura al Sert, ma aveva smesso di andarci. In seguito l’ho visto insieme a M.A. con cui era stato denunciato perché smontavano veicoli rubati”.

Il consulente non si era sbilanciato sulla circonvenibilità del giovane presunta vittima, ma aveva riscontrato una personalità con deficit emotivi.

Il pm aveva chiesto la condanna a 2 anni di reclusione: “Non siamo riusciti a sentire la persona offesa in questo procedimento, ma abbiamo la certezza che vive una vita itinerante proprio in compagnia dell’A., con il quale ha un legame di dipendenza”.

Difficile capire che la persona offesa soffrisse di un deficit psichico”, ha sostenuto il difensore dell’imputato. “Dopo la morte del padre, i due avevano cercato di intraprendere un’attività di boscaioli con mezzi di scarso valore economico, senza che M.A. abbia voluto approfittarsi dell’amico”.

Monica Bruna

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