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Ad occhi aperti | 19 ottobre 2019, 15:30

Spugne che creano spugne: Chappie

Quattro milioni di foto, 672mila persone tra cui anche minori: sembrerebbe esser questo il “database segreto” portato alla luce dall’operazione MegaFace e svelato dal New York Times

Spugne che creano spugne: Chappie

“Chappie” (“Humandroid”) è un film del 2015 di produzione messicano-statunitense scritto da Neill Blomkamp e Terri Tatchell, e diretto dallo stesso Blomkamp (anche autore di un precedente cortometraggio incentrato sullo stesso soggetto).

Il film è ambientato in una Johannesburg alternativa in cui la multinazionale Tetravaal ha dotato le forze dell’ordine di una serie di agenti robot per far fronte all’altissimo tasso di criminalità. Il loro progettista riesce anche a creare un’intelligenza artificiale identica a quella umana, che carica su uno dei robot poco prima di venire rapito da un gruppo di teppisti. Il robot, chiamato amichevolmente Chappie, viene quindi “educato” dai criminali… trovandosi poi a doversela vedere con il piano di un collega del proprio creatore, intenzionato a mandare in pensione la sua linea di produzione.

Quattro milioni di foto, 672mila persone tra cui anche minori: sembrerebbe esser questo il “database segreto” portato alla luce dall’operazione MegaFace e svelato dal New York Times.

Detto in parole (molto) povere queste fotografie venivano raccolte e utilizzate – ovviamente senza il consenso dei ritratti e/o di chi le aveva inserite sulla rete – per far allenare gli algoritmi di riconoscimento facciale e tracciamento di alcuni “big” tra cui anche Google e Amazon.

Uno scandalo le cui specifiche sono ancora da determinare, soprattutto quelle riguardanti le possibili conseguenze per gli utilizzatori del servizio MegaFace. Ugualmente fumose e gravi, com’è ovvio, anche i rischi potenzialmente corsi dagli ignari fotografati: l’attività di raccolta del database è iniziata nell’ormai lontano 2005.

Quel che è certo è il fatto: alcuni dati sensibili sono stati accumulati senza il consenso preventivo e utilizzati per “far allenare” un algoritmo.

La narrazione di genere fantascientifico (in ognuna delle sue diverse sotto declinazioni e a prescindere dal media scelto per esprimerla) è piena di riflessioni sul ruolo presente e futuro dell’intelligenza artificiale.

“Chappie” di Neill Blomkamp ne è sicuramente un buon esempio, donando allo spettatore una pellicola sostanzialmente d’azione – e nella quale spiccano le interpretazioni ben al di sopra delle righe del duo di rapper e produttori sudafricani Die Antwoord - con risvolti filosofici particolarmente profondi.

La parte più interessante credo sia lo sviluppo del personaggio di “Chappie”, la sua perdita dell’innocenza vista più come destino ineluttabile visto il contesto in cui si trova a dover vivere e crescere che come accidente ingiustificato.

Il protagonista della pellicola è un robot, sì, ma talmente avanzato nella propria intelligenza artificiale da essere del tutto indistinguibile da un essere umano. E quindi necessita di imparare, di evolversi, di cambiare, di adattarsi. Di affrancarsi dal proprio creatore.

Blomkamp tratteggia un mondo simile a quello in cui aveva ambientato il proprio primo lungometraggio – quella piccola, grande, perla fantascientifica che è “District 9” - in cui nessuno è pienamente esente da difetti, da critiche, totalmente innocente. Alla lunga, nemmeno lo stesso protagonista.

È chiaro, o dovrebbe esserlo, che la società che circonda un essere umano è uno tra i maggiori responsabili del tipo di essere umano che diventerà; siamo spugne, noi, diventiamo a immagine e somiglianza di ciò che viviamo. E così fanno anche le nostre “creazioni”, di qualunque tipo.

simone giraudi

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