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Overcooking | 20 ottobre 2019, 06:00

Ischia di pesce

I pescatori sembrano tollerare quell’ornitologico accattonaggio col silenzioso stoicismo con cui sopportano un paio di (finti) inservienti che attaccano bottone cogli automobilisti in sosta

Ischia di pesce

Sul molo di Pozzuoli una carovana d’auto aspetta d’imbarcarsi per Ischia mentre noi, come tutti i geni o i disadattati, mettiamo in correlazione fattori apparentemente disgiunti: anziani pescatori, alcuni bolsi come Buddha altri magri come lignei Cristi, vendono pesce al dettaglio direttamente sulla banchina o dalle barche ormeggiate, impartendo rapidi ordini ai subalterni che puliscono orate e branzini gettandone in mare le interiora.

I gabbiani, animali che nell’immaginario comune simboleggiano libertà e che  invece nella realtà sono assidui frequentatori di discariche, scendono in picchiata beccando le frattaglie con una ferocia inaudita a volte lottando gli uni con gli altri, a volte arrivando al punto di sfidare il coltello dell’uomo che li nutre.

I pescatori sembrano tollerare quell’ornitologico accattonaggio col silenzioso stoicismo con cui sopportano un paio di (finti) inservienti che attaccano bottone cogli automobilisti in sosta al solo scopo di questuare un caffè: a fine giornata, forse, il rosario di caffè potrà comporre un pasto.

L’abilità con cui i volatili rubano le frattaglie dal becco dell’antagonista è seconda solo all’elasticità dialogica dei finti inservienti in grado di sapere (forse grazie ad anni di ascolto selettivo dei turisti) praticamente tutto sulla geografia italiana ricreando nell’interlocutore quell’artificiale sensazione di familiarità che si ha quando in un libro di viaggio il Bruce Chatwin di turno racconta le proprie impressioni sul posto in cui viviamo: cioè, noi lo sappiamo che chiunque leggerà quel libro, se figurerà fra le mete lambite dall’autore, proverà la stessa ruffiana sensazione (e l’autore lo sa benissimo), ma non possiamo impedire ai nostri occhi di bagnarsi.

Fra spettatori la condivisione ha sostituito l’esperienza.

Lo scalo al diorama di Procida ci consente una meditazione sulla fragilità esistenziale di chiunque viva su un’isola: una realtà chiusa ai quattro punti cardinali e fortemente dipendente dalla terraferma per il proprio fabbisogno interno aumenta il senso di responsabilità civile e sfuma quello di delega triplicando il segno d’appartenenza.

Su un’isola gli orizzonti si moltiplicano e le prospettive si annullano come in un quadro del Trecento.

Sbarcare a Casamicciola nella luce rotonda del tardo mattino, accolti dai villini terrazzati che sembrano la versione Lego della Florida, significa mantenere l’Estate in coma farmacologico pantografando Settembre all’infinito.

La baia di Sorgeto, cui si accede da una ripida scalinata in pietra simile a una mulattiera dell’Estremadura, è una frana di rocce levigate con un pontile per le barche e uno per i bagnanti che ospita dozzine di persone d’ogni nazionalità aggrappate agli scogli come capre marine.

L’acqua blu come gelato al Puffo può essere raggiunta solo rotolando sui massi insidiosi per evitare violente distorsioni alla caviglia, così l’effetto d’insieme è quello d’una colonia di camole in costume da bagno che striscia verso lo scarico del mare la cui superficie è dentellata di barche a vela con modelle minorenni e armatori bruciati dal sole.

Adeso alla scogliera come un candido granchio il ristorante sulla baia è un abuso edilizio su zampe di legno, un enogasteropode che illustra i suoi menu in carta colorata a una fila indiana di turisti col fango in faccia; il fango terapeutico, venduto in comode ciotole aviotrasportabili (nell’era dei low-cost ogni progetto di marketing tende alla miniaturizzazione dell’oggetto di consumo) serve per crogiolarsi al sole del meriggio in delle vasche artificiali ricavate fra i pontili.

Osservare incuriositi dei miasmi infernali (flegrei) aleggiare sulle vasche come una tardiva bruma e avvicinarsi per dondolare i piedi in una porzione d’acqua sgombra ma poi ricordarsi di essere intelligenti e sbirciando la roccia verderamata dal calore infilare un dito a mò di termometro e ritrarlo urlando consapevoli dei novanta gradi di bollore.

“Ischia è radioattiva!”, la voce dell’affittacamere di Pozzuoli ci raggiunge in un flashback seppiato mentre, risalendo la scalinata andina, osserviamo lo sciame natante come una bolgia dantesca sulle trasparenti efelidi del mare: ci sono bellezze in Italia fondate sul disastro, l’imminenza di una possibile caduta ne trasforma la rarità in unicità, respingendo il turismo di massa e assottigliando la filigrana della fine fino a farla aderire come una sindone al bassorilievo della grazia.

L’ “insalata cafona” (fave, cipolla, pomodori, patate, fagioli, lattuga e basilico) e una “macro-caprese” ci aspettano sul tavolo del ristorante soppalcato sul Tirreno accompagnati da una brocca di bianco locale e da una pane campano a fetta larga che varrebbe da solo (insieme al belvedere) il prezzo dei duecento, penitenziali, gradini.

Le mozzarelle sembrano seni d’una partoriente appena morsi da un feroce neonato e i pomodori, grossi come benauguranti pigne di gesso su un cancello salentino, riposano su lenzuola di basilico verdi come la sezione d’una felce tropicale; il suolo vulcanico, ricco di minerali, rende l’agricoltura ischitana un’eccellenza che dilata ogni prodotto ammantando il settore ortofrutticolo d’un favolistico gigantismo.

Mentre la temperatura del sole spiove dalla matita del cielo sull’ocra a carati dei costoni rocciosi bere una “premuta” d’arancia (che ha perso la s dalla dominazione borbonica) aspettando il tramonto sul porticciolo di Sant’Angelo con la sua bigiotteria navale commentata dall’araldica di papere e germani reali come in un manieristico arazzo.

Guidare alla volta di Forio dove il ristorante “Umberto a mare” (infelice nome per una location a dir poco paradisiaca) ci aspetta per una cena gourmet: la corsa al parcheggio con le colonnine rotte e l’affannosa ricerca d’un foglio di carta su cui segnare l’ora e sottolineare il guasto è tutta per gustare il tirrenico privilegio del tramonto che si depone all’occhiello dell’isola di Ponza.

Prenotati sulla terrazza ad angolo col vento in faccia come polene d’una nave in muratura assaggiamo un’elegante zucchina arrotolata come entrée con un calice di Champagne, mentre la notte ridisegna le traiettorie del faro gonfiando lo spessore del mare che ad Ischia aumenta di volume.

Mentre una tartare di tonno con emulsione all’arancia atterra sul tavolo su un piatto rettangolare di vetro smerigliato, osserviamo l’interessante fenomeno prospettico attraverso una lampada a stelo wireless che si accende premendone la sommità come la proverbiale pelata Banfiana (valore di mercato su e.bay 170 sesterzi): isola montuosa che affaccia sul mare da continui saliscendi (un mare suddiviso in lingotti di granito blu) Ischia arruffa l’orizzonte verso l’onda compatta dell’acqua come il pelo del felino più grande del mondo dando la vertigine d’una colossale cascata orizzontale.

Le polpettine di pesce azzurro con uva passa e pinoli (a Testaccio si fanno col macinato di carne) adagiate su uno scalpo spettinato di indivia batavia brasata chiamano un secondo calice di bianco mentre il vento sembra essersi calmato assecondando il respiro dello sciabordio.

Alle nostre spalle la sala sfumata cinquanta volte in bianco come uno strascico nuziale si gremisce di silenziose coppie ansiose di cibo fotografato e colte spiegazioni sulle pietanze mentre i riccioli di Gragnano con tocchetti di pesce azzurro amalgamati a pomodorini freschi e peperoncini verdi con extravergine del Cilento ci seducono come il crine bruno d’un’ancella romana.

I paccheri al sugo rosso di pesce ugualmente maculati di pinoli consentono il terzo calice serale ma il piatto clou della degustazione è un trancio di pesce d’amo con patate all’olio, verdure ripassate e capperi di Salina che crea il giusto grado di sapidità in bocca arricchito da un bianco fruttato il cui prezzo (ignoto) rivellica le nostre mai sopite ansie sottoproletarie.

Al terzo cestino di pane richiesto (e il pane campano è l’anello di congiunzione fra la manna e l’ambrosia) la cameriera autoctona che pochi minuti prima ci ha intrattenuto sulla preparazione del tipico coniglio all’ischitana ci lancia una materna smorfia di rimprovero che introduce il doppio dessert: uno shuriken di pasta sfoglia con vaniglia e segatura di pistacchio dal suggestivo nome di Scilla (che deriva da un giovanile amore dello chef) e un grande classico della pasticceria partenopea,  e cioè un tondo a strati di cioccolato e melanzane (si, melanzane!).

Il doppio limoncello ghiacciato (artigianale come tutto il resto) ci riappacifica col mondo e mentre riguadagniamo l’auto orba di multa al tergicristallo la lentezza sincopata dei marosi si coniuga alla piacevole digestione d’una cena a chilometro zen, più che zero.

Addormentarsi sapendo che dal giorno seguente abbandoneremo i Campi Flegrei che dall’alto sembrano il castone d’un cameo privato del rubino dello sguardo dal pugnale d’un borseggiatore; chi vede in queste zone solo fumanti bocche di vulcano dovrebbe ricordare che i diamanti più preziosi si trovano sui camini dei giacimenti primari.

 

Germano Innocenti

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