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Attualità | 25 ottobre 2019, 10:45

Livio Berardo ricorda il saluzzese Sergio Calosso e la “sua” eredità profonda della Resistenza

Berardo, professore ed già presidente dell’Istituto storico della Resistenza, scrive: “Sergio Calosso ha raccontato la storia di quella drammatica primavera del ’45, foriera di lutto per la sua famiglia, ma anche di libertà e di entusiasmi”

A sinistra, in verticale, Sergio Calosso. A destra, in orizzontale, i funerali di Giulio Calosso e Giuseppe Giordana, 28 aprile 1945

A sinistra, in verticale, Sergio Calosso. A destra, in orizzontale, i funerali di Giulio Calosso e Giuseppe Giordana, 28 aprile 1945

I necrologi di Sergio Calosso hanno posto l’accento sul suo contributo dato all’economia cittadina, come artigiano e imprenditore nel settore dei mobili e in quello dei servizi funerari, e sulla sua dedizione al volontariato cattolico e sociale.

Un manifesto della sezione saluzzese dell’Anpi ne ha ricordato la sensibilità antifascista e l’attaccamento ai valori della Resistenza.

Sergio Calosso era infatti fratello di Giulio, il quale nel dicembre del 1944, a poco più di 18 anni, si era unito ai partigiani della 13esima Brigata Matteotti. La formazione era nata per volontà della direzione regionale del Psi che aveva deciso di rafforzare il proprio peso nella lotta armata, affiancando alla brigata che operava fra valle Belbo, astigiano, provincia di Torino e alla 21esima, attiva nell’albese, una nuova banda, da insediare sulle colline fra Saluzzo, Manta e Verzuolo.

Le fu dato il nome di Liderico Vineis (arrestato il 3 marzo 1944 e deportato in Germania, il leader dei socialisti saluzzesi era morto ad Hartheim il 9 settembre). La brigata arriverà a contare 248 aderenti, dei quali però più di un centinaio non diverrà operativo per carenza di armi.

Nata con questi ritardi e difficoltà, la formazione partecipa ai combattimenti del ‘45 che da febbraio portano all’insurrezione di aprile. Non avrà alla fine una lista di caduti paragonabile a quella dei garibaldini (111 della “Morbiducci” e 64 della valle Po) o anche dei GL (18 della “Besana” e 3 della “Saluzzo”).

Il contributo di sangue dei matteottini ammonta a quattro unità: Calosso e l’amico Giuseppe Giordana sono due di essi. Muoiono a liberazione ormai quasi compiuta. I tedeschi hanno lasciato la valle Po e i repubblichini del battaglione Bassano, di stanza in valle Varaita, si sono in parte arresi, in parte hanno tentato la fuga in Francia.

Le centrali elettriche sono salve. Lo stabilimento più importante da difendere resta la cartiera Burgo. La SAP garibaldina e la 2a banda della Brigata GL “Saluzzo” ne assumono la custodia. Nel pomeriggio del 25 il presidio germanico di Costigliole si consegna agli uomini della Matteotti e viene accompagnato a Manta, dove i prigionieri sono distribuiti fra le scuole elementari e la Bicocca.

A guardia della caserma di Costigliole restano due garibaldini, il verzuolese Giuseppe Sasia e Silvio Barbagelata, un vecchio antifascista genovese, liberato due settimane prima dalla Castiglia. Il biroccio, su cui sono stati trasportati i tedeschi, riparte per ritirare il materiale rimasto nella caserma abbandonata.

Salgono sul quel rustico mezzo di trasporto Pierino Rivoira, il maestro Antonio Martino di Manta, Giordana e Calosso. A cassetta siede il proprietario Lorenzo Davico, precede in bicicletta il villanovettese Cesare Tranchero. È ormai notte quando a Costigliole sopraggiunge una colonna tedesca in ritirata dalla Liguria. Un’autoblinda in avanguardia apre il fuoco, uccidendo Sasia e Barbagelata; i colpi sparati disordinatamente tranciano anche un filo dell’alta tensione che, cadendo, colpisce un soldato, folgorandolo. A questo punto i tedeschi, prima di proseguire, danno fuoco alla caserma.

Cesare Tranchero intanto è arrivato a Madonna della Neve. Nel buio viene bloccato, disarmato e condotto in una casa che si trova nei paraggi. Esplode uno sparo, Tranchero cade con un polmone trapassato e sviene.

Fuori, i tedeschi rivolgono la loro attenzione al biroccio che sta sopraggiungendo e lo accolgono a raffiche di mitra: il cavallo cade fulminato, Calosso e Giordana sono feriti gravemente, ma riescono ad allontanarsi attraverso i campi. Gli altri partigiani che seguono a piedi si disperdono.

Alle 4-5 del giovedì 26 aprile la colonna della Wehrmacht si rimette in marcia. Alle sue spalle cominciano le ricerche di quanti sono stati colpiti nello scontro della sera precedente.

Giordana è già deceduto, Calosso viene ritrovato ancora in vita ma in gravissime condizioni per il sangue versato. Una suora dell’asilo di Villanovetta lo deterge sommariamente e il priore don Perrone gli impartisce l'estrema unzione. Alle nove il ferito esala l’ultimo respiro.

Tranchero viene raccolto e trasportato all'ospedale di Saluzzo, dove il dottor Roccavilla lo opera e gli salva la vita. Mentre per Sasia e Barbagelata si allestisce una camera ardente nella portineria della Burgo, le salme di Calosso e Giordana sono ricomposte presso l'asilo Keller, visitate da una popolazione commossa, e quindi trasportate a Saluzzo. Il 28 aprile in duomo si svolgono solenni funerali: vi partecipa una folla di cittadini, partigiani, esponenti del CLN cittadino.

Sergio Calosso ha vissuto fino in fondo quei tragici giorni: il 27 aprile ha accompagnato il padre a Villanovetta a recuperare il corpo del fratello, al quale era molto legato. Aveva 18 mesi in meno di Giulio e frequentava la stessa scuola, l’istituto per il commercio “Carlo Denina”, anche se in una classe diversa. Giulio era alla conclusione degli studi e, per non perdere l’anno e potersi diplomare ragioniere, prima di entrare in clandestinità, si era fatto interrogare in tutte le materie. I professori avevano così conosciuto le sue intenzioni, ma nessuna voce uscì dalla scuola.

Anche Sergio conseguirà il diploma al “Denina”, non senza aver intercalato la frequenza con l’insegnamento pratico di Amleto Bertoni. Ha custodito la memoria del fratello con fedeltà e senza ostentazione. Nessun cenno compare nel volume affidato dal Comitato saluzzese per il ventennale della liberazione alle cure di Mario Giovana, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca, basato essenzialmente su testimonianze di ex partigiani e di qualche civile. Solo nel marzo del 2015, intervistato da un gruppo di studenti del “Soleri-Bertoni”, Sergio Calosso ha raccontato la storia di quella drammatica primavera del ’45, foriera di lutto per la sua famiglia, ma anche di libertà e di entusiasmi.

L’ha ripetuta davanti al pubblico nella caserma Musso durante le manifestazioni di aprile, organizzate da Comune, Anpi, Amici di W. Botto e E. Rossi (ricorreva il 70esimo Anniversario della Liberazione).

La sua adesione ai valori della resistenza si manifestava in forma discreta nel sostegno morale e materiale che prestava all’ANPI, di cui era socio onorario, e, se è lecita la suggestione, nell’apertura che portava nelle opere di carità, dove non lasciava spazio a meschinità localistiche o xenofobe, incompatibili con i principi della Costituzione italiana, nata, vale la pena ricordarlo, dal sangue dei martiri della resistenza.

Livio Berardo

Al direttore

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