/ Overcooking

In Breve

domenica 15 dicembre
sabato 07 dicembre
sabato 30 novembre
domenica 24 novembre
sabato 16 novembre
domenica 03 novembre
domenica 20 ottobre
Ischia di pesce
(h. 06:00)
domenica 13 ottobre
Brand(i) new day
(h. 06:00)
domenica 22 settembre
domenica 15 settembre

Overcooking | 27 ottobre 2019, 11:52

Natura morta con funghi e tartufo

Mentre il nostro stomaco si lamenta del digiuno preventivo di due giorni...

Natura morta con funghi e tartufo

Il pomeriggio declina veloce sulla scuola-museo di Monterchi che ospita dai primi anni Novanta (prima si trovava nella chiesa silvestre di Santa Maria a Momentana) il celebre dipinto “La Madonna del Parto” di Piero della Francesca; nella minuta saletta audiovisivi facente funzione di cappella, a una distanza studiata per apprezzarne la sublime simmetria, la Vergine Maria ci osserva accigliata con la corona di metallo lucido che riflette il pavimento e che molto più probabilmente è solo il frutto del tempo che ne ha divorato la sfoglia d’oro.

Gli angeli (speculari) scostano la tenda in damasco di seta giallo e rosso ricamato a melograni, simbolo di fertilità, per mostrarci l’immacolata concezione su uno sfondo foderato di pelli di vaio ma la nostra attenzione è tutta per lei, la mamma di Gesù, che col busto inclinato e le dita espressionista à la Schiele, scopre l’orlo del vestito evidenziando il liturgico tabernacolo della Natalità; gli occhi socchiusi e asimmetrici e l’ovale perfetto del viso (che ricordano “L’imposizione del nome” del Beato Angelico) con l’attaccatura dei capelli bruciata a fiamma di candela sulle tempie, com’era d’uso nel Quattrocento, rappresentano l’eterno simbolo della maternità al punto che quando nel ’44 i repubblichini volevano spostare l’affresco per metterlo al riparo da eventuali razzie, gli abitanti di Monterchi si opposero perché la Madonna del Parto è la loro Madonna, quella cui le donne del borgo da sempre chiedono la grazia per i propri figli.

Mentre il nostro stomaco si lamenta del digiuno preventivo di due giorni, noi non possiamo non pensare al rispetto per i fedeli che da sempre accompagna la nostra mancanza di Fede e di quando a una cena di compleanno un dentista munito di vistoso crocefisso a pelle ci parlava del delirio orgiastico di Medjugorje e noi esclamammo: “con migliaia di persone in ginocchio ogni giorno il Miracolo è già avvenuto, anche senza apparizioni mariane.”

“L’affresco fu realizzato in soli sette giorni,” sussurra una voce alle nostre spalle, “anche se la parola affresco è troppo generica.” Il volto della ragazza della biglietteria che, col naso arrossato da un raffreddore di stagione e la fronte spaziosa tirata da un cerchietto, sembra la versione post-moderna della Madonna di Piero, fa capolino dal sipario scuro della stanza senza angeli né sospetti ritardi all’addome ma con la stessa espressione corrucciata del capolavoro quattrocentesco.

“Le pitture preistoriche erano realizzate a secco con polveri colorate derivate da pietre e carbone mescolate a sangue o grasso animale, ai tempi dei romani si usava la tecnica dell’encausto e cioè l’uso dei colori su un sottile strato di cera come legante, poi vennero i graffiti e nel Medioevo e Rinascimento “l’affresco”, così chiamato perché si usavano dei pigmenti diluiti in acqua su un intonaco ancora fresco. Anche se poi molti affreschi venivano ultimati con la pittura a secco o con il “mezzo fresco”.

“Lei studia Storia dell’Arte?”

“No ma sono nata qui e amo Piero. Datemi pure del tu.”

La commovente informalità con cui toscani e umbri danno del tu ai propri geni o santi: Piero (della Francesca), (San) Francesco d’Assisi e via dicendo, un po’ come i romani dalle mani non sporche di sangue chiamavano Pier Pà, Pier Paolo Pasolini.

“Perché soli sette giorni?”

“Per consolidare il colore si doveva stenderlo sull’intonaco ancora fresco e la tecnica non ammetteva ripensamenti perché l’assorbimento era immediato; si potevano fare dei ritocchi a secco con la tempera ma la resa era approssimativa, così i pittori stabilivano delle giornate in cui dipingere determinate porzioni del soggetto.”

“E i colori? Li fabbricavano loro?”

“No, gli apprendisti da poco in bottega”.

“Già esistevano i contratti a progetto”.

“Gli azzurri provenivano dalla polverizzazione del lapislazzulo e dell’azzurrite, il bianco dalla calce spenta essiccata all’aria, i neri dalla grafite o da elementi vegetali carbonizzati …”

“Come la pizza al carbone vegetale.”

Occhiata di diniego con soffiata di naso.

“Scusi. Scusa.”

“I pigmenti erano sciolti in acqua e stesi sull’intonaco umido. Attraverso un processo chimico le particelle colorate venivano inglobate nell’intonaco rendendo la pellicola pittorica lucente e resistente all’usura del tempo. Se li osservate bene gli angeli sono in un motivo a chiasma.”

“Cioè respiravano male?”

Seconda occhiata di diniego. Altra soffiata di naso.

“Sono stati realizzati con colori incrociati, uno vestito di rosa ha ali e calze verdi, l’altro vestito di verde ha ali e calze rosse. Praticamente Piero è partito dallo stesso cartone ma ribaltato.”

“Esistevano già i cartoni animati?”

“Il cartone era un foglio di carta che riportava a grandezza naturale  il disegno preparatorio che veniva trasferito sull’intonaco con lo spolvero o attraverso un’incisione indiretta. Sopra il disegno veniva poi steso il tonachino. Ovviamente prima del cartone il muro veniva trattato con una malta chiamata rinzaffo che ne eliminava le irregolarità e con un composto umido a base di calce spenta e di sabbia di fiume setacciata chiamata arriccio.”

“Sei preparatissima. Sei pagata dal Comune per esporre queste cose ai visitatori?”

“Macchè. Solo stipendiata, poco e male, da una cooperativa. Difatti a giorni mi scade il contratto e andrò a fare la commessa.”

Povera Patria, cantava Battiato.

“Posso fare un’ultima domanda?”

“Se non è una battuta si.”

“Com’è il rapporto dei Monterchini, ani, anesi … degli abitanti di Monterchi con questo affresco?”

“Monterchiesi. Gli si vuol bene ma sovente ci si dimentica di quanto sia importante, ce lo ricordano i tanti turisti stranieri che fanno migliaia di chilometri per venirlo a vedere.”

“E gli italiani?”

“Sono una percentuale trascurabile.”

Schiacciata dagli abusi del potere, sempre Battiato.

Scoprire, usciti dalla scuola-museo, che a Citerna c’è la sagra del tartufo quindi sostare lì per un breve aperitivo fra gazebo d’eccelsa enogastronomia e stand che smerciano Sagrantino, ciaccia fritta, castagne e bruschette allo scorzone, quindi guidare fra i tornanti addolciti dalla luna attenti a eventuali file intergenerazionali di cinghiali o a fulve epifanie volpesche.

La sonnolenza boschiva di Caprese Michelangelo (che ha dato i natali all’omonimo scultore) e l’ingresso bollato in rosso dalla Guida Michelin de “Il Rifugio” ci aspettano mentre i borborigmi allo stomaco sono ormai ululati e il nostro desiderio di funghi è pari ormai solo a quello di Frodo e soci nel capitolo della trilogia intitolato “una scorciatoia che porta ai funghi”.

Optare per un menu turistico “funghi e tartufi” commuovendoci alla scritta “bevande incluse” come un ebreo sopravvissuto ad Auschwitz.

Dopo una breve attesa, con carrellata grandangolare alla sala gremita trasversalmente di sofisticate coppie, famiglie pittoresche e clienti abituali, soffermarsi su un espositore con l’incongruo accoppiamento di porcini giganti su un letto di felci con una bottiglia di Sambuca Molinari, quindi osservare un numero imbarazzante di antipasti zavorrare la tavola ricordandoci che quello che stiamo osservando è soltanto il menu per una persona.

“Ci deve essere un errore”, mormorare estasiati e intimoriti alla cameriera.

“Ha ragione”, sentirle rispondere infilandosi in cucina e ritornando poco dopo con un altro piatto.

“Ne mancava uno.”

Bruschette al patè di fegato toscano ricco di verdure, acqua cotta ai porcini, bruschettone formaggio e tartufi e vellutata di scamorza e granchio (incoerente ma buonissima), il tutto annaffiato da un Chianti della casa a quattordici gradi e mezzo: l’atmosfera di silenzioso raccoglimento interrotta qua e là da qualche goliardico coro d’entusiasmo è una peculiarità de “Il Rifugio”, perché le macro-porzioni hanno sfrattato tablet e smartphone dai tavoli.

Nel sottobosco di Caprese Michelangelo, fra funghi e tartufi, si è tutti forestieri digitali.

Tortellini florimorfi compattati da scaglie di tartufo nero grosse come more e tagliatelle di castagne ai porcini planano sulla waterloo di antipasti facendo l’inchino come la Concordia ma la vera apoteosi si ha col filetto di manzo (sempre ai porcini) e la tagliata al tartufo, separate da un muro di lattuga e annunciate dalla cospiratoria (e meritevole di proposta nuziale) voce della cameriera: “ sulla tagliata ho aggiunto un po’ di tartufo bianco ma non lo dica a nessuno”.

Crostatine e cantucci, scortati da un sifone di vin santo artigianale, presenziano alla nostra veglia funebre mentre una gamella di grappa ghiacciata dà l’estrema unzione alla nostra salma barellata all’auto da invisibili cherubini e dall’effige allucinatoria de “La Madonna dei Funghi”.

 

Germano Innocenti

Ti potrebbero interessare anche:

Загрузка...
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium