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Ad occhi aperti | 23 novembre 2019, 10:23

Violenza domestica: rappresentare per ricordare - Doom Patrol

Da giovedì scorso è visitabile all'ospedale San Carlo di Milano la mostra (radio)fotografica incentrata sulla tematica

Violenza domestica: rappresentare per ricordare - Doom Patrol

“Doom Patrol” è un fumetto americano ideato negli anni ‘60 da Bob Harney e Arnold Drake, le cui storie a firma dell’autore scozzese Grant Morrison hanno raggiunto una grande popolarità tanto da diventare – nel 2018 – una serie tv.

Il perno della narrazione è un gruppo di “supereroi con superproblemi”, tutti emotivamente o psicologicamente molto turbati: Robotman (un cervello umano alla guida di un corpo robotico), Crazy Jane (oltre 60 personalità, ciascuna con un potere specifico), Rebis (fusione di un uomo, una donna e pura energia atomica) e Dorothy Spinner (giovanissima, capace di materializzare la propria immaginazione). Insieme, si troveranno a dover fronteggiare avversari particolari e pericolosi, come gli Uomini Fobrice e l’anarchica Confraternita del Dada.

Sì, anche questa settimana parliamo di cose belle e tranquille e non inquietanti un’altra volta. Forse l’avrete sentito o forse no, ma sin da giovedì 21 novembre (e fino all’8 dicembre) sarà possibile visitare la mostra “fotografica” allestita all’ospedale San Carlo di Milano: l’interessante soggetto delle opere proposte – tra cui si trovano anche alcune radiografie – sono le conseguenze fisiche della violenza sulle donne a cui assistono quotidianamente i medici e gli infermieri che lavorano al Pronto Soccorso dell’ospedale.

Un risvolto concreto di una piaga sociale vera e propria che più concreta di così non potrebbe essere ma che, allo stesso tempo, viene spesso sottovalutata o data per scontata. La violenza di ogni tipo è indubbiamente parte della produzione fumettistica mainstream della quale le serie della DC Comics – ma ovviamente anche quelle della “cugina” Marvel – sono ottimo rappresentante.

Insomma, lo diciamo spesso dei supereroi: gente turbata psicoemotivamente che decide di mascherarsi e prendere a cazzotti chi, sommariamente, decide essere un colpevole.

E i personaggi ritratti nella “Doom Patrol” - e specie quelli inventati dal grandissimo Morrison – si ascrivono perfettamente alla definizione. Crazy Jane ne è ulteriore esempio: una giovanissima bambina abusata da un padre violento che per affrontare la gigantesca realtà della sua mostruosa quotidianità si rifugia psicologicamente in un sistema di personalità multiple (oltre 60) ciascuna dotata non solo di un “compito” ma anche di un superpotere, gestito come una sorta di infinita metropolitana sotterranea.

E quindi abbiamo per esempio il conducente della metropolitana (Driver 8), dotato di superforza e impegnato a trasportare “in superficie” le singole personalità alla bisogna, abbiamo La Mangiapeccati, che assorbe il dolore fisico, e Flit, che ha il potere di teleportarsi.

L’ultima personalità ha tratti esageratamente mostruosi – veste una tunica stracciata e ha lunghi artigli e zanne – , è temuta da tutte le altre ed è a guardia dell’accesso alla zona più remota della psiche di Crazy Jane: una sorta di profondissimo pozzo dal quale spunta, gigantesco, il busto umanoide di un uomo adulto (chiaramente ricollegato alla figura del padre violento e, allo stesso tempo, al Lucifero dantesco).

Insomma un enorme spettro rabbioso e distruttivo “difeso” dalla summa degli istinti peggiori della stessa Crazy Jane: ecco come Morrison rappresenta - visivamente – le conseguenze di un rapporto incentrato sull’abuso.

simone giraudi

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