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Agricoltura | 03 dicembre 2019, 07:30

Vignolo: Matteo, 23 anni, coltiva verdure solo bio tra cui antiche varietà di patate, batata e aglio di Caraglio (FOTO)

Quest’anno ha anche sperimentato, con successo, la produzione di curcuma. L’azienda è stata aperta, a Narbona Sottana, nel 2017. L’ha chiamata “Speranza”, perché fosse di buon auspicio per il futuro. Dopo tre anni è soddisfatto della strada percorsa. I genitori, Elvira e Guido Domenico, nello stesso luogo hanno la sede di una loro attività agricola. Così possono aiutarsi a vicenda. Matteo si occupa di cinque ettari di terreno, dei quali 3000 metri quadrati coperti dalle serre. Dice: “Credo nel biologico perché produci sano e tuteli l’ambiente”

Matteo con alcune antiche varietà di patate prodotte nell'azienda "Speranza" di Vignolo

Matteo con alcune antiche varietà di patate prodotte nell'azienda "Speranza" di Vignolo

Di fronte alle colline sul territorio del Comune di Vignolo, in via Narbona, 3/A, c’è l’azienda agricola “Speranza” di Matteo Chesta, 23 anni, diplomato all’Istituto Agrario “Virginio-Donadio” di Cuneo. Nello stesso luogo ha sede anche l’attività rurale condotta dalla mamma Elvira e dal papà Guido Domenico, 51 e 48 anni. Si danno una mano a vicenda anche se le due imprese, entrambe ortofrutticole, si distinguono per le diverse coltivazioni e, soprattutto, per la differente filosofia produttiva: Matteo ha la certificazione biologica; i genitori, pur seguendo alcuni dei metodi bio, adottano anche una parte del sistema convenzionale.

L’azienda di Matteo è nata nel 2017: un anno dopo quella dei genitori. “Prima - spiega il giovane agricoltore - mio padre ha sempre avuto un’attività edile e mia madre faceva la casalinga. Essendo quattro in famiglia, non poteva impegnarsi in altri lavori. Infatti, oltre a me, ci sono Giacomo, 20 anni, che studia Tecnologie Alimentari all’Università; Anna, 15 anni, anche lei iscritta all’Agrario di Cuneo, ed Elia, 12 anni, studente alla Media dell’obbligo. Quando siamo diventati tutti più grandi e indipendenti mamma e papà hanno deciso di dedicarsi all’attività agricola: in particolare alle quindici giornate piemontesi di castagneto. In più coltivano ortofrutta nelle altre otto”.

Matteo si occupa di cinque ettari di terreno nei Comuni di Vignolo, Bernezzo e Caraglio. La maggior parte sono in affitto. Perché questa scelta? Afferma: “Terminata la scuola ho lavorato da dipendente: come giardiniere e in una cooperativa di frutta e verdura. Però non mi piaceva perché dovevo sempre rispondere a decisioni di altri. Allora, visto che anche i miei genitori avevano iniziato da poco, mi sono detto: proviamoci. Se non lo faccio adesso da giovane, non lo farò mai più. E a tre anni di distanza sono molto contento di aver imboccato questa strada”.

Ma non solo. “C’è anche una passione per questo mestiere che mi hanno trasmesso i nonni paterni, Cesare e Teresina. Da piccolo andavo spesso ad aiutarli e ricordo ancora la gioia delle merende nei campi”.  

BRICIOLE DI STORIA

Siamo all’inizio degli Anni Novanta. Dove ci sono adesso le due aziende, a Narbona Sottana di Vignolo, abitano i nonni materni di Matteo: Maria e Bartolomeo. Anche Bartolomeo si occupa di edilizia e, nel tempo libero, lui e la moglie coltivano poche giornate di terreno e allevano pulcini. Nel frattempo costruiscono una casa nuova accanto alla cascina del 1700. Nel 1994 i genitori di Matteo si sposano e vanno ad abitare lì. Dopo qualche tempo Bartolomeo raggiunge i cieli dell’infinito. Però mamma Elvira e papà Guido Domenico decidono di non occuparsi dell’attività agricola. Fino al 2016, quando iniziano l’avventura seguiti, l’anno dopo, dal loro primogenito.  

LA PRODUZIONE

Matteo coltiva cinque ettari di terreno, dei quali 3000 metri quadrati con pomodori e fragole sotto serra. Usando l’irrigazione a goccia. Nelle restanti superfici in pieno campo trovano posto diversi tipi di verdure, tra le quali alcune piuttosto di nicchia. A partire dall’aglio di Caraglio. Ma anche le antiche varietà di patate: molte già presenti un tempo nella Valle Grana. “In tutto - spiega Matteo - ne produco una quindicina di tipi. Tra le più conosciute ci sono la piatlina leggermente piatta e la ciarda dalla buccia rossa. Poi ne ho con la pasta colorata e quelle dalle forme bizzarre. Alcune sono di origine francese, altre le ho cercate in Valle d’Aosta”.

Inoltre, si occupa di coltivare la batata o patata americana. “E’ un paio di anni che, insieme ad altre aziende, abbiamo introdotto la coltura. I risultati sono molto buoni e, adesso, siamo intenzionati a trovare una strada che ci consenta di venderla meglio. Per avere maggiori notizie sulla sua coltivazione è stata creata la pagina Facebook “Progetto batata buona”.  

Produzioni particolari, cresciute anche grazie al caragliese, appassionato di agricoltura, Lucio Alciati?  “Certamente. Devo ringraziarlo per la straordinaria e paziente opera che ha portato avanti, consentendo di riscoprire e promuovere numerosi prodotti di nicchia in passato coltivati nella nostra zona e non solo. Lui ne ha sperimentato la lavorazione con alcune aziende e ha contribuito a far nascere i Consorzi di Tutela. In questo modo siamo riusciti a riportare alla ribalta un patrimonio agricolo dimenticato, che rappresenta anche un modo per identificare e rilanciare l’intero territorio”.  

LA GRANDE NOVITA’ DELLA CURCUMA

Quest’anno, sempre grazie all’impegno e alla collaborazione di Alciati, Matteo ha provato la coltivazione della curcuma: la pianta erbacea, con radice, originaria dell'Asia sud-orientale e largamente impiegata, in polvere, come lo zenzero, per insaporire cibi e bevande. Inoltre,  ha proprietà antinfiammatorie ed epatoprotettive utili nella cura dei disturbi gastrici ed epatici.

Come è andata? “In questo momento - sottolinea Matteo - in Italia non esistono aziende che la producano. Con Alciati abbiamo fatto una prova in campo usando diversi tipi di radice, cambiando il tipo di irrigazione e la differente esposizione al sole. Adesso stiamo valutando quale scelta ha ottenuto i risultati migliori. In ogni caso la verifica è andata bene. Sul nostro territorio la curcuma può essere coltivata. Dal prossimo anno, trovando i giusti accorgimenti, l’obiettivo è di ampliare la superficie utilizzata per la coltura. Cercando di creare una buona filiera anche per rivalutare, con un nuovo prodotto, la nostra agricoltura e il nostro territorio”.      

LA VENDITA

Matteo conferisce quasi tutte le produzioni “classiche” alla Cooperativa Agrifrutta di Peveragno. Per quanto riguarda quelle “particolari” partecipa soprattutto  alle fiere. E poi c’è il punto vendita in azienda.

Ci sono difficoltà per lo smercio dei prodotti biologici? “C’è molta richiesta, però te li vorrebbero pagare al prezzo del convenzionale. La loro coltivazione, invece, per dare qualità e sicurezza, richiede più lavoro e hai dei costi decisamente maggiori rispetto al convenzionale. Di conseguenza, bisognerebbe ottenere un prezzo di vendita adeguato all’impegno richiesto. Al contrario molti consumatori non sono sempre disponibili a farlo. Quando vedi una patata a 30 centesimi al chilo e la biologica a 1 euro in apparenza ti paiono uguali, ma nessuno pensa al diverso lavoro e alla diversa storia produttiva che ci sta alle spalle. Vendere a 30 centesimi vuol dire solo rivoltare il terreno e produrre tanto. A basso costo. Senza minimamente prendere in considerazione i danni provocati all’ambiente. Occorre cambiare questa mentalità nelle persone. E giorno dopo giorno ci stiamo provando”.  

Il BIOLOGICO: UNA SCELTA DI VITA

Matteo: “Ci sono molte ragioni che mi hanno spinto a scegliere il biologico. Innanzitutto perché volevo dare ai consumatori un prodotto sano, di qualità e sicuro dal punto di vista alimentare. Ma evitare i trattamenti con sostanze di sintesi è un bene anche per chi lavora in agricoltura. Perché se usi prodotti pericolosi per la salute il primo a patirne sei tu che li utilizzi e li respiri. Inoltre, ma non per ultimo, dai una mano all’ambiente. Si parla ormai ogni giorno di cambiamenti climatici e di riscaldamento globale. Però, per tentare di risolvere i due problemi dobbiamo fare tutti una piccola parte. Nel nostro settore evitando l’uso della chimica. Anche se portare avanti la tecnica bio è molto difficile e richiede tanto impegno”.

In quale modo ottiene la sicurezza alimentare? “Come prevede il disciplinare del bio non uso diserbanti: l’erba, dove si può la taglio con le attrezzature meccaniche oppure vicino alle colture a mano. Utilizzo anche i teli biodegradabili lungo le file delle coltivazioni per evitare la crescita delle piante infestanti, ma il costo di questa tecnica è molto elevato. Per cui la impiego solo in alcuni casi. Parecchi interventi li faccio preventivi, come il lancio degli insetti utili per combattere quelli dannosi. Infatti, se la malattia ha già preso piede non esistono praticamente sostanze ammesse dal bio capaci di combatterla. A quel punto raccogli quel poco che rimane oppure togli del tutto la coltura. Adopero la pianta officinale del tanaceto come insetticida naturale. Poi adotto la rotazione triennale dei terreni perché, oltre a essere una regola da seguire, è anche una questione di buon senso: i campi in questo modo, ospitando sempre diversi tipi di frutta o di verdura, si rivitalizzano e gli agenti patogeni legati a qualcuna di queste coltivazioni, se presenti, scompaiono”.

La qualità? “Nel nostro territorio pedemontano, con gli appezzamenti spesso frammentati, dobbiamo solo puntare sulla qualità perché a livello di quantità non potremmo mai competere con la pianura”.

I controlli? “Da parte dell’Ente certificatore del bio ci sono e anche severi. Poi i tecnici dell’Agrifrutta mi seguono costantemente e mi danno i consigli sul come gestire ogni specifica situazione. Nel mio caso devo ringraziare, soprattutto, Ezio Giraudo. A volte basta mandargli una foto via WhatsApp del problema e, vista la sua lunga esperienza,  ti spiega subito come può essere risolto”.

Quindi, perché dovrebbero comprare i prodotti della sua azienda? “Perché posso garantire qualità e sicurezza alimentare. E questo al di là dei controlli, in quanto io nel biologico ci credo e non utilizzerei mai i prodotti chimici nei campi o nelle serre”.  

I PROBLEMI

“Devi fare i conti - afferma Matteo - con tanta burocrazia. Però impari a gestirla, dedicandole una parte del tuo tempo. Ogni tanto, la sera, al posto di uscire ti metti al computer e cerchi di tenere in ordine le pratiche e i documenti. Un altro problema è la gestione delle risorse europee. Ad esempio sulla Pac e sull’indennità compensativa per le aree montane vengono assegnati gli stessi contributi all’imprenditore rurale che dell’attività ci vive e al coltivatore già in pensione o a chi si occupa di terreni agricoli solo per investire i soldi. Non ho mai capito perché vengono messi tutti sullo stesso piano. Infine, ci sono i cambiamenti climatici. Ogni anno si aggiungono eventi estremi: ad esempio, quest’estate, i 40 gradi sono stati fatali per i fiori delle piante così come, nelle ultime settimane, le piogge scroscianti hanno provocato danni. Fenomeni meteo che fanno aumentare alle stelle i costi di produzione”.  

LE SODDISFAZIONI

Matteo: “Quella maggiore è stata sicuramente realizzare il sogno di produrre colture di nicchia che, dalle nostre parti, si vedono poco. Inoltre, ogni giorno il lavoro è diverso e c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”.           

LE PROSPETTIVE FUTURE DELL'AZIENDA

“Mi piacerebbe - conclude Matteo - incrementare la parte di ortaggi particolari e la loro vendita diretta: in azienda, ma soprattutto attraverso una rete di smercio ai negozi e ai ristoranti della Valle e non solo”.       

Al termine della chiacchierata chiediamo a Matteo, che è anche consigliere comunale a Vignolo,  il motivo per cui ha chiamato “Speranza” la sua azienda. Risponde: “Sono partito convinto di quanto facevo, ma avevo anche la paura di non riuscire. Di conseguenza mi è parso un nome che fosse di buon auspicio per gli anni a venire”.

In effetti, gli ha portato fortuna. A volte bisogna essere coraggiosi, avendo nel cuore la consapevolezza di camminare un passo alla volta. Matteo ha intrapreso questo percorso e dall’inizio dell’avventura è entusiasta del mestiere. Con un futuro davanti che non sarà solo più speranza, ma realtà concreta di fare bene il proprio lavoro. Superando difficoltà e ostacoli.     

Sergio Peirone

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