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Overmovie | 15 dicembre 2019, 10:22

Parasite City

Come in un romanzo di Flaubert tutti i protagonisti di “Parasite” di Bong Joon-ho sono profondamente negativi senza l’alibi d’un carente approfondimento psicologico perché, al contrario, il regista coreano ne sfaccetta minuziosamente il carattere sfuggendo a qualsiasi cliché.

Parasite City

Come in un romanzo di Flaubert tutti i protagonisti di “Parasite” di Bong Joon-ho sono profondamente negativi senza l’alibi d’un carente approfondimento psicologico perché, al contrario, il regista coreano ne sfaccetta minuziosamente il carattere sfuggendo a qualsiasi cliché.

In una Seul che si erige a paradigma, non solo orientale, delle moderne metropoli rigidamente classiste, la famiglia Kim che vive in un seminterrato e sopravvive di espedienti sfrutta l’incredibile occasione offerta da un amico al primogenito (intelligente ma incapace di passare il test d’ammissione al college) di dare ripetizioni private d’inglese a una sua studentessa, di cui è segretamente innamorato. I ricchissimi Park aprono le porte della propria villa al giovane Ki-woo il quale con abilità manipolatorie degne d’un vero criminale prima legherà a sé la ragazza quindi introdurrà sua sorella ed entrambi i genitori come personale di servizio.

Già in “Snowpiercer”, megaproduzione distopica che qualcuno aveva osannato ed altri relegato al recinto di genere, il regista coreano aveva affrontato il dualismo ricchi/poveri, anche se in quel caso l’opposizione era dinamica e orizzontale, ma in Parasite ogni tipo di apriorismo è spazzato via da una sorta di vuoto morale di fondo: i coniugi Park, apparentemente colti e rispettosi, incarnano al contrario un rigore settario e un’esterofilia di maniera che non li rende solo antipatici ma anche incapaci degli istinti più barbari e genuini (in una scena emblematica i due si masturberanno eccitati da una prurigine del tutto dozzinale che rende il loro scandalo tristemente borghese).

Dall’opposto lato d’una barricata più che trasparente i Kim inseguono osmoticamente un potere che li seduce ma di cui hanno orrore perché la loro furbizia è figlia d’una pigrizia sociale che in realtà non hanno alcuna voglia di abbandonare.

“Anch’io  sarei gentile se avessi i soldi”, dice mamma-Kim e poi ancora: “i soldi stirano ogni piega”, e in questa seminale fenomenologia, figlia d’una sussistenza posticcia che alla fame sostituisce il wi-fi, si cela la vile fisiologia del parassita che in perfetta antitesi con le profezie pasoliniane non vuole sostituirsi al padrone ma limitarsi a suggerne il potere.

Elemento di riconoscimento e esclusione ma anche topos extracinematografico, l’odore traccia il limite invalicabile tra due concezioni di vita diametralmente opposte così il tanfo della povertà, latore dei sobborghi e dell’immobilismo sociale, impedirà ai due capofamiglia di vivere un autentico contatto umano e scatenerà un raptus d’indicibile violenza.

Maestro di genere (e di generi) Bong Joon-ho abbandona l’elemento soprannaturale ma non l’amore per il pastiche così “Parasite” alterna a momenti d’ironia surreale sprazzi di poesia e di aggressività splatter ottenendo il risultato di inchiodare lo spettatore alla poltrona nonostante le due ore abbondanti di film non lente ma immobili. D’altronde il maestro coreano non ha mai taciuto la sua passione per disaster movie e pellicole cult come la saga milleriana di Mad Max, anche se le sue recenti affermazioni sull’idiosincrasia per la recitazione in calzamaglia escludono eventuali progetti marveliani.

Affianco allo psicologismo dei bravissimi otto attori, la cui fisicità ricorda il senso del ridicolo dei personaggi di Kafka, soggetto determinante del film è la domotica perché la supervilla progettata dal genio di Nam Goong non è solo un’ambientazione ma una vera e propria cosmogonia dantesca: gli esterni sono rari e descrivono i suburbs di Seul  mentre la rarefatta ricchezza dei Park è fatta solo di interni, minimali e curatissimi.

Quando un elemento esterno arricchirà il doppio piano (narrativo e domestico) del film la cosmogonia si chiarirà e a un Paradiso mediocre e classista si opporrà un Inferno ipogeo fatto di Morlocks che non esigono un vero tributo di sangue, come nel romanzo di Wells, ma solo le briciole dei padroni assenti. Nel ventre della casa, come in un gioco di scatole cinesi (anzi coreane) si nasconde il “fantasma” che ha traumatizzato l’infante dei Park e che, coerentemente con l’immanenza della trama, non ha nulla di soprannaturale.

La città, che in un punto focale della pellicola verrà colpita da una biblica bomba d’acqua che annienterà o quasi il sottoscala dei Kim, è l’altra protagonista di Parasite perché la sua suddivisione a gironi, che ricorda l’immaginario di Moebius o la stratificazione visiva di film come “Blade Runner” o “Total Recall”, scandisce ancora una volta la verticalità inseguita da Bong Joon-ho.

I cessi esplodono e in un fiume di detriti i poveri cercano la salvezza come ratti su un asse mentre nella villa dei Park l’esondazione fognaria (ancora una volta l’odore segna il limite) viene percepita come un’apocalisse da divano.

Eppure questi mondi così diversi che spiano l’esterno dall’inquadratura fissa della finestra, panoramica e rassicurante quella della villa, sotterranea e decadente quella dei Kim costretti a subire le furtive minzioni d’un ubriaco, condividono l’avvilente funzione del voyerismo più passivo: nessuno degli otto personaggi sembra agire veramente sulla propria esistenza ma osservarla con la morbosa curiosità di spettatori che rallentano di fronte a un incidente stradale.

Il regista Bong Joon-ho, già vincitore a Cannnes e selezionato come rappresentante per la Corea agli oscar 2020, col suo stile che ricorda la fredda visionarietà d’un Lanthimos o la letteraria scabrosità d’un Haneke, sembra voler dire col suo affresco alla “Noi” di Jordan Peel o alla “Hollywood Party” di Blake Edwards, che nell’ultima incarnazione del Capitalismo esistono solo parassiti di diversa estrazione sociale, pronti a scambiarsi di posto in un macabro gioco delle parti, ma senza più alcun organismo sano da cannibalizzare.

Germano Innocenti

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