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Overcooking | 26 gennaio 2020, 10:17

L’avocado del diavolo (parte seconda)

“Sta cercando di compensare la penuria calorica della cena con l’alcol?”, sentir dire al gestore del “Green is the color” che ci osserva perplesso mentre dimezziamo la terza bottiglia di vino veg dopo aver gustato un ottimo hamburger di tonno crudo e avocado.

L’avocado del diavolo (parte seconda)

“Sta cercando di compensare la penuria calorica della cena con l’alcol?”, sentir dire al gestore del “Green is the color” che ci osserva perplesso mentre dimezziamo la terza bottiglia di vino veg dopo aver gustato un ottimo hamburger di tonno crudo e avocado.

“La vita va corretta”.

“Se la corregge un altro po’ prenderà fuoco”.

“Cos’ha lì?”

“Due sandwich: uno di avocado con tranci di salmone affumicato e l’altro di guacamole con code di mazzancolle”.

“Ma non ho ordinato queste cose”.

“Sono assaggi offerti dalla casa”.

“Grazie. Anche se non capisco la differenza fra avocado … spalmato, credo, e guacamole.”

“Bè, il guacamole è una salsa a base di avocado, scalogno, olio extravergine, pomodoro e limone, mentre l’avocado … è avocado e basta.”

“La prova ontologica dell’esistenza dell’avocado”.

“Lei è ubriaco”.

“Forse. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.”

“Ha il diritto di rivolgersi al suo avocado.”

“Ah ah. Posso fare due domande? Anzi tre?”

“Se non ineriscono alla mia vita sessuale o alla mia situazione fiscale …”

“Perché fra stampe e foto del suo amato frutto c’è un alligatore? O almeno credo sia un alligatore perché dopo due litri di vino potrebbe benissimo trattarsi d’una locandina di Avatar per daltonici.”

“L’avocado viene chiamato da alcuni “la pera dell’alligatore”. Per quanto riguarda la pera ci si riferisce intuitivamente alla morfologia del frutto mentre la similitudine col rettile è data dalla somiglianza della buccia con le scaglie del predatore anfibio. Senza considerare il fatto che il nocciolo della sezione ne ricorda l’occhio.”

“Cos’è la “natività verde”? È l’unica portata inserita nel menu che non ha didascalia.”

“Si tratta di una mia rivisitazione in chiave artistica, o dovrei dire religiosa, di una delle ricette più conosciute in materia di avocado.”

“Potrei averne una? Mi incuriosisce.”

“Certamente. I sandwich come sono?”

“Quello al guacamole è fenomenale. Ma come si conservano? Guacamole e avocado intendo. È la mia terza domanda.”

“Il guacamole va spruzzato con succo di limone che ne rallenta l’ossidazione. L’avocado in frigo all’interno d’una busta di mele”. Osservare l’uomo riguadagnare la cucina per assistere alla gestazione della sua natività mentre la sala ristorante, scalata in verde come un terrazzamento asiatico, si è nel frattempo riempita di coppie dai venti ai novant’anni che affondano i denti nella polpa di avocado sussurrando come in chiesa.

In fin dei conti la lobby vegana condivide col cattolicesimo il vero senso di colpa: quello degli altri.

“Natività verde” declama lo chef deponendo sul tavolo una sezione d’avocado di notevoli dimensioni.

“Cosa c’è dentro?” chiedere studiando la pietanza in punta di stoviglie come nell’ultima sessione de “L’allegro chirurgo”.

“Ha presente quelle sculture di gesso o calce (anche alabastro) che sintetizzano in un blocco la natività? Come se il materiale che ospita le figure fosse lui stesso un ventre materno in attesa del miracolo?”

“Temo di no. La mia idea di arte sacra è un bassorilievo di compensato con un rum agricolo imbottito di pluriball”

“Eretico. Comunque ho scavato nella polpa del frutto fino a riprodurre la silhouette della natività e poi l’ho riempita d’uova farcite d’erba cipollina, pepe e peperoncino.”

“Quindi non è un piatto veg ma confina con quell’immaginario. Sarebbe curioso se a richiederlo fossero dei musulmani, si creerebbe un interessante scontro fra minoranze. Sarebbe costretto a trasformare la sua natività in una (laica) allegoria della maternità.”

“Non tutti i musulmani sono integralisti.”

“Certo. Lei provi a entrare in una moschea saudita con un crocefisso.”

“Comunque le piace?”

“È la cosa più buona che ho assaggiato stasera. Il “green is the color” contempla la possibilità d’un dessert?”

“Abbiamo cheesecake, macedonia e gelato.”

“Tutti rigorosamente d’avocado”.

“Ovviamente.”

“Inclusi i distillati?”

“No, ma ci sto lavorando.”

“Posso farle un’ultima domanda?”

“Se non inerisce alla mia ex o alla mia squadra del cuore …”

“All’inizio della cena ha parlato del lato oscuro dell’ecologismo di maniera, l’avocado del diavolo. A cosa si riferiva?”

“Le porto i digestivi e ne parliamo.”

“Questo plurale le è valso la mia eterna stima.”

“E lei sa di avere un problema, vero?”

“Questo singolare ribadisce la mia stima.”

L’occhio dell’alligatore come una pietra preziosa su una corteccia di castagno vigila una coppia di ottuagenari che si scambiano sguardi d’amore ecosostenibili condividendo una macedonia. E l’osteoporosi.

“Sa quanti litri d’acqua servono per coltivare un avocado?” Il proprietario del “Green is the color” si siede al nostro fianco servendoci una cheesecake e una coppetta di gelato dondolando di fronte ai nostri occhi incantati due grappe barricate.

“Non so. 5? Sparo numeri a caso.”

“70. Tre volte più d’un’arancia e quattordici più d’un pomodoro. Nel 2011 in Cile furono scoperti ben 65 canali illegali che convogliavano l’acqua dei fiumi in pozzi privati, negando ai locali contadini una preziosa risorsa e creando seri problemi di siccità. La stessa cosa in Messico ( che produce il 40 % di avocado al mondo) e nei paesi limitrofi, per non parlare della contaminazione delle falde acquifere ad opera dei pesticidi e della deforestazione.”

“Deforestazione?”

“Si. Per far posto alle coltivazioni di avocado stanno sparendo ampie porzioni di foreste di conifere; inizialmente si abbattono gli alberi per dare spazio alle colture e poi per impedire ai rami di filtrare la luce del sole.”

“L’opposto del cacao.”

“?”

“Per crescere bene la pianta di cacao ha bisogno di alberi ad alto fusto che le facciano ombra. Le chiamano le grandi madri.”

“Sta di fatto che questa deforestazione selvaggia sta mettendo a rischio la sopravvivenza di varie specie tra cui la farfalla monarca. Per non parlare dell’eventualità d’una bolla economica, come per la quinoa in Bolivia.”

“Sarebbe a dire?”

“La Bolivia è uno dei paesi più poveri al mondo (il 45% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà) e quando l’ingente richiesta di quinoa da parte del Nord del mondo, se possiamo definirlo tale, ne fece salire vertiginosamente la domanda il governo incrementò la monocultura e i prezzi s’impennarono ma questo provocò un aumento di ricchezza solo a breve termine poiché la grande concorrenza di altri paesi e la creazione d’una quinoa meno pregiata portarono a una stabilizzazione degli incassi e a un’altra, surreale, conseguenza.”

“ …?”

“I contadini che producevano quinoa da secoli, considerandolo un alimento base della propria tradizione gastronomica, furono costretti a rinunciarvi destinandola esclusivamente al commercio. E iniziarono a nutrirsi di cibo spazzatura.”

“L’aumento di vegani euro-yankee contribuì allo sviluppo dei fast food in Sudamerica. Sembra paradossale.”

“L’avocado rischia di fare la stessa fine. Nonostante una pianta maturi in sette anni e produca solo 100 frutti l’anno la malavita ha messo le mani sull’oro verde, con lo sfruttamento agricolo e il pericoloso intreccio con altre attività criminali che ne conseguono.”

“Sudamerica e Africa sono i continenti più ricchi di risorse e al tempo stesso i più poveri al mondo. Se immaginassimo la terra come un corpo umano avremmo due esili gambe costrette a sorreggere un’incipiente obesità. È insostenibile.”

“È il rovescio della cultura veg. Non solo la coltivazione intensiva dell’avocado non rispetta l’ambiente (e consideri che 1 kg di avocado messicani per arrivare in Italia percorrono 10200 km emettendo nell’atmosfera 18,5 kg di anidride carbonica) ma non rispetta neanche gli animali. Lei ha mai sentito parlare di apicoltura migratoria?”

“A meno che non si tratti di raduni di cultori della Piaggio, no.”

“L’avocado (come kiwi, meloni, zucche e mandorli) ha bisogno di insetti per ultimare il suo ciclo vitale e ci sono veri e propri professionisti che girano per il mondo con le loro api per impollinare gli alberi da frutto in modo forzato e non stagionale. Questo porta a malattie e morte per i poveri insetti che come saprà sono fondamentali per il nostro ecosistema.”

“Qual è la soluzione?” chiedere centellinando un’ottima grappa d’amarone.

“Si ricorda quando mi ha chiesto se gli avocado che le ho servito fossero cileni?”

“Si, e allora?”

“Sono siciliani. Negli ultimi anni in Sicilia e Basilicata si stanno producendo avocado di alta qualità a prezzi competitivi. Come ci riescono? Una delle principali filiere si trova sul versante orientale dell’Etna, nelle zone vulcaniche dove da sempre si coltivano i limoni, lì gli alberi non sono attaccati come in Messico ma distano sette metri l’uno dalla’altro, si fertilizza con leguminose e letame di pecora, senza alcun bisogno di pesticidi, e l’acqua necessaria per un frutto scende dai pornografici 70 litri di cui sopra a 20 circa.”

“Ma si trovano sempre?”

“Da ottobre fino a Maggio.”

“Quindi lei si rifornisce in Sicilia in quei mesi e poi ricorre al Messico?”

“Si.”

“Quindi potremmo dire che l’avocado è un frutto veg se rispetta la stagionalità in un’economia sostenibile?”

“Io non penso che la moralità alimentare sia un imperativo categorico vegano. Tutti noi, vegani o meno, dovremmo cominciare a chiederci da dove viene ciò che mangiamo perché l’economia di mercato è un virus troppo veloce ed è impossibile tracciarne la filiera. Il vero politicamente corretto non dipende da cosa esce dalla nostra bocca ma da quello che ci entra.”

“Altrimenti si rischia di affidare la nostra dieta a un avocado “delle cause perse”.

Germano Innocenti

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