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Ad occhi aperti | 01 febbraio 2020, 15:33

Fascismo e nazismo, eterni ritorni: una risata li seppellirà (di nuovo) - Jojo Rabbit

Come sosteneva anche Lenny Bruce, ripetere più volte una parola fino a farle perdere qualunque senso, per sempre, è l’unico modo per annullarne davvero lo spettro negativo

Fascismo e nazismo, eterni ritorni: una risata li seppellirà (di nuovo) - Jojo Rabbit

“Jojo Rabbit” è un film del 2019 la cui produzione ha coinvolto i paesi della Nuova Zelanda, Repubblica Ceca e Stati Uniti d’America, diretto dal regista Taika Waititi e dallo stesso sceneggiato a partire dal libro “Caging Skies” (“Come semi d’autunno”) di Christine Leunens.

Il piccolo Johannes Betzler vive nella Vienna nazista del 1945 ed è molto legato all’ideologia nazista, pur vivendo con la sola madre, di idee invece diametralmente opposte. Dopo un serio incidente, “Jojo” scopre che la madre nasconde in casa una ragazzina ebrea; a quel punto il giovanotto si troverà, costretto dalla convivenza con un membro della tanto vituperata “razza inferiore”, a rivedere tutte le proprie convinzioni.

Quest’anno si è verificato un curioso caso di collective delusion, avete notato? E non solo nella nostra provincia ma in tutta Italia: in diversi, chissà per quale motivo nello specifico, hanno cominciato a considerare la Giornata della Memoria una rievocazione e non una commemorazione.

Mi riferisco evidentemente ai tanti, e francamente insopportabili, casi che hanno visto comparire in tutta Italia scritte inneggianti al nazismo e al fascismo, “citazioni” di dubbio gusto e memori del Reich e del Ventennio, e più in generale al fiorire di episodi violenti di razzismo e oppressione di stampo nazifascista.

Episodi che hanno ovviamente scatenato l’indignazione di tutta la società civile e dei suoi stimati membri, e che – opinione personale – hanno raggiunto il culmine assoluto con alcune dichiarazioni si invitava Liliana Segre al silenzio (o alla moderazione, che in molti casi hanno lo stesso valore) rispetto alle proprie dichiarazioni sul fascismo, così da non alimentare pregiudizi e odio verso il fascismo stesso.

Sì, esatto, avete capito bene: una donna sopravvissuta ai campi di sterminio è stata invitata a smetterla di parlar male di chi, nei campi di sterminio, ce l’ha mandata. Non ho ancora trent’anni ma sono abbastanza sicuro di non aver MAI assistito a un quadretto così assurdo e insensato e terribilmente degradante per l’intera civiltà.

Fortunatamente, però, in tutto questo edificante panorama arriva una pellicola come “Jojo Rabbit” a squarciare un po’ le nubi.

Che Taika Waititi fosse un mezzo genio – almeno dal punto di vista della scrittura comica – era già abbastanza chiaro dopo la horror-comedy “What we do in the shadows” (dove metteva alla berlina l’intero universo culturale legato al mondo dei vampiri), e la parentesi hollywoodiana con “Thor: Ragnarok” non ha fatto che confermarlo ulteriormente. Ma con “Jojo Rabbit” - candidato al premio Oscar come miglior film oltre che per le performance del piccolo Roman Griffin Davis e di Scarlet Johansson – , a parer mio si è davvero superato.

È riuscito a produrre un film quadrato e, a conti fatti, strutturalmente semplice, in cui l’apparato nazista viene dipinto per l’insieme di bugie, stupidaggini e falsità che negli ultimi giorni della sua esistenza è effettivamente stato. Una macchina puramente propagandistica e completamente priva di ogni attaccamento alla realtà, insidiata esternamente dal terrore dell’arrivo degli Alleati e internamente da quello di essere smascherata.

Ne scaturisce una pellicola in cui si ride molto – e in modo non convenzionale - , in cui si riflette il giusto e in cui si piange parecchio. Semplice ma assolutamente efficace la reiterazione del saluto “Heil Hitler”: come sosteneva anche Lenny Bruce, ripetere più volte una parola fino a farle perdere qualunque senso, per sempre, è l’unico modo per annullarne davvero lo spettro negativo.

Insomma, cosa ne traiamo da tutto questo? Che uno dei modi più efficaci per trattare il nazismo e il fascismo e tutto quello che sono stati, credo, sia quello di ridicolizzarli, smascherarli, spogliarli dell’aria di “villain da fumetto” che bene o male li accompagna da sempre e riportarli alla dimensione che in realtà hanno sempre avuto: fenomeni umani. Terribili, orribili, tristi, banali. Giudicati e perfettamente giudicabili e, proprio perché sono già stati, da non dimenticare. Mai.

simone giraudi

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