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Ad occhi aperti | 08 febbraio 2020, 15:33

Kobe Bryant: il fascino dei villain, e perché hanno fondamentalmente (sempre) ragione - "Dear Basketball"

Era una personalità affascinante, Bryant, che lascia al mondo più dei meriti sportivi. Lascia l'idea che i sognisiano facili solo per chi non ne ha davvero; per tutti gli altri sono divinità capricciose e crudeli, capaci però, se trattate in modo giusto, di regalarti tesori inestimabili

Un fotogramma dal cortometraggio animato

Un fotogramma dal cortometraggio animato

“Dear Basketball” è un cortometraggio animato del 2017 di produzione americana, scritto da Kobe Bryant e diretto da Glen Keane, vincitore agli Oscar nel 2018 nella categoria “miglior cortometraggio d'animazione”.
Il corto si propone come una summa delle lettere che lo stesso Kobe Bryant ha fatto pubblicare il 29 novembre 2015 su The Player's Tribune, nell'anno del suo addio al mondo del basket.

È indubbio come nella storia del genere umano accadano eventi capaci di rimanere impressi nella memoria collettiva. Capaci di farci ricordare, dopo decenni, l'esatto momento e luogo in cui ci trovavamo non appena abbiamo saputo del loro accadere.

Sono passate quasi due settimane da quando il mondo – quello della pallacanestro, di sicuro, ma anche quello con la “m” maiuscola – ha perso, in un tragico incidente aereo in cui sono scomparsi anche sua figlia maggiore Gianna e altre sette persone, Kobe Bryant. E io mi trovavo a casa, sul divano con la mia compagna, a (ri)guardare un film. Un bel film, “Zodiac” di David Fincher: appunto, non credo me lo scorderò mai.

Non posso dire che la notizia mi abbia sconvolto e lacerato allo stesso modo di come ha fatto con molti altri. Non sono mai stato un grande fan dei Los Angeles Lakers (per i tre di voi che non lo sapessero, la squadra in cui Bryant ha militato per la sua intera carriera e che, oggettivamente, ha aiutato a rendere grande e indimenticabile), un po' perché il giallo-oro non è di sicuro il mio colore preferito, un po' perché non ho mai amato in modo particolare il mondo senza freni di Hollywwod, un po' perché anche a distanza di anni da quando ho guardato la mia prima partita di NBA, di cuore, tifo sempre agli underdogs e mai i vincenti già scritti.

Ma la storia personale di Bryant è tanto straordinaria da non poter essere ignorata. E tanto lunga e complessa da non poter ricevere il sufficiente rispetto se sciorinata in un articolo come questo.

Bryant è nato in una famiglia benestante, in cui il basket era già “roba sua”, a differenza di una buona parte dei suoi colleghi. E nonostante questo (o, forse, proprio per questo) si è sempre sentito in dovere di dimostrare qualcosa di più: la sua non era voglia di vincere, era “ossessione per la vittoria”, l'idea di dover essere, SEMPRE, il migliore sulla piazza. Punto e basta.

E un'ossessione, lo saprete anche voi, è per definizione qualcosa di disturbante. Tanto che Federico Buffa – celebre giornalista e storyteller – ha spesso paragonato Bryant a un “cattivo dei film di James Bond”, senza sbagliare poi troppo e senza arrecargli alcuna offesa; ogni “supercattivo” è l'eroe della propria storia, e per quanto potremmo sostenere che Lex Luthor sia un criminale terribile non possiamo allo stesso tempo non riconoscergli un'intelligenza e un coraggio fuori dal comune.

Era una personalità affascinante, Bryant, che lascia al mondo più dei meriti sportivi. Lascia il monito a non arrendersi mai, a non accontentarsi mai, e l'idea che i sogni (quelle cose grandi e apparentemente irraggiungibili che stanno contemporaneamente dietro e davanti alle nostre vite) siano facili solo per chi non ne ha davvero; per tutti gli altri sono divinità capricciose e crudeli, capaci però, se trattate in modo giusto, di regalarti tesori inestimabili.

Kobe Bryant era molte cose. Era anche il giocatore preferito di  una persona la cui perdita mi ha, questa sì, davvero devastato, tanti anni fa. E il sapere che, anche se ritirato, Bryant fosse ancora in circolazione mi dava l'idea che quella perdita fosse definitiva soltanto al 99,9%: il mio amico, ora, mi manca ancora di più.

Guardate “Dear Basketball”, che siate appassionati di basket o meno non ha nessuna importanza. Siete uomini, e donne, esseri umani. E meritate di sentirvi raccontare la vita da qualcuno che l'ha vissuta davvero.

Mamba out.

simone giraudi

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