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Ad occhi aperti | 15 febbraio 2020, 16:30

Storie d'amore, costruzioni fragili - Marriage Story

Penso che non ci sia modo migliore per festeggiare l’amore che ricordarsi con quanta facilità e con quale violenza può esplodere per portare via con sé le intere vite delle persone coinvolte

Una scena del film

Una scena del film

“Marriage Story” (“Storia di un matrimonio”) è un film del 2019 di produzione anglo-americana, scritto e diretto da Noa Baumbach.

La pellicola racconta la fine della storia d’amore – e del matrimonio – tra Charlie (famoso regista teatrale di New York) e Nicole (sua attrice principale, e figlia di una famiglia losangelina ben immischiata nel mondo di Hollywood), e le successive contese legali, specialmente per la custodia del figlio Henry. Uno spaccato sincero e limpido della complessità dei rapporti, e di come i rimpianti e gli errori possano rovinare qualunque cosa.

Non ha fatto incetta di premi a praticamente nessuno dei grandi festival cinematografici della stagione 2019/2020 ma “Marriage Story” rimane, per me (e sono sicuro anche per tanti, tantissimi, ben più titolati a parlarne del sottoscritto), uno dei migliori film dell’anno scorso. E in assoluto una visione che, in questo San Valentino 2020, non posso esimermi dal consigliare in modo spassionato.

Sì, me ne rendo conto. San Valentino è la festa degli innamorati: quale mostro proporrebbe alle coppiette della provincia Granda un film drammatico sul divorzio?

Perché, personalmente, penso che non ci sia modo migliore per festeggiare l’amore che ricordarsi con quanta facilità e con quale violenza può esplodere per portare via con sé le intere vite delle persone coinvolte.

Il punto di forza più grande di “Marriage Story” - oltre a una sceneggiatura probabilmente tra le migliori tra quelle candidate nell’edizione 2020 degli Oscar – è il riuscire a rappresentare in modo totalmente sincero, quasi documentaristico, la quotidianità di una coppia normale, sballottata tra sogni egoistici perduti e allo stesso tempo accecanti.

Contrariamente a quanto farebbe pensare la trama non è un film su un divorzio, ma un racconto sulla fine dell’amore. E la fine di qualunque storia è parte integrante della storia stessa: se c’è un inizio, inevitabilmente, c’è una fine.

Ed è un po’ questo, credo, il messaggio che Baumbach consegna assieme alla pellicola.

Che “i matrimoni” (e in generale i rapporti tra persone) sono costruzioni incredibilmente fragili, esageratamente soggette a scosse improvvise e assestamenti mai del tutto stabilizzatisi. Sono cose che possono finire prima che ce ne si possa rendere conto, senza lasciarsi nulla alle spalle se non la presa di coscienza che “alone is alone”: commovente, in questo senso, lo spezzone in cui Adam Driver canta “Being Alive”, improvvisandola, in un bar.

Insomma guardatevi il film, perché difficilmente ne troverete tanti altri così (che vi piaccia o meno). E riflettete sulla vostra storia, e su quanto sia precaria anche se non sembra: è il modo migliore per apprezzarla davvero.

Buon San Valentino.

simone giraudi

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