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Cronaca | 28 febbraio 2020, 18:57

Truffa dei bengalesi, dopo 23 udienze arriva l’assoluzione per imprenditore di Ceresole d’Alba

Daniele Olivero scagionato dall’accusa di aver ordito il raggiro compiuto ai danni dei 130 lavoratori asiatici indotti a pagare 2mila euro a testa per lavorare in un’azienda che sarebbe fallita pochi mesi dopo

Il Palazzo di Giustizia di Asti (immagine d'archivio)

Il Palazzo di Giustizia di Asti (immagine d'archivio)

Assolto per non aver commesso il fatto. Dopo ventitré udienze e un procedimento parallelo già archiviato nel giugno scorso a Bergamo, si è concluso oggi il processo di primo grado che presso il Tribunale di Asti vedeva come imputato il 45enne Daniele Olivero, accusato della truffa commessa nel 2013 a carico di 130 cittadini bengalesi chiamati a lavorare presso la Sio Automotive di frazione Cappelli a Ceresole d’Alba dopo che lo stesso imprenditore ne aveva ceduto la proprietà alla Cooperativa Rubina, società con sede della città lombarda.

La sentenza di assoluzione è arrivata al termine dell’udienza tenutasi nella mattinata di oggi, venerdì 28 febbraio, pronunciata dal giudice Fabio Liuzzi, dopo che nella sua requisitoria il pubblico ministero Donato Lepore aveva sostenuto come secondo l’accusa mancassero prove sufficienti ad affermare la colpevolezza dell’imputato.

Diverso il parere delle parti civili – la Fiom Cgil di Torino e due cittadini bengalesi – che rappresentati dagli avvocati del foro di Torino Laura Martinelli e Gianluca Vitale hanno invece sostenuto l’ipotesi del concorso di reato.

L’azienda di Olivero – è stata in sostanza la tesi avanzata dalle parti offese – non navigava in buone acque e l’imprenditore avrebbe dovuto sospettare che qualcosa di poco chiaro sarebbe presto emerso dall’operazione di acquisizione della sua società messa in piedi da Pietro Ciotti, come dall’arrivo sul territorio al confine tra le province di Cuneo e Torino degli oltre cento lavoratori asiatici, da quest’ultimo arruolati come soci della cooperativa.

Rilievi che le parti civili hanno anche ripreso in una memoria depositata agli atti, rimarcando anche, sempre a loro giudizio, Olivero non potesse non sapere che la Rubina non avrebbe potuto adempiere ai pagamenti necessari a garantire la continuità aziendale se non raccogliendo liquidità da parte dei lavoratori, ognuno dei quali aveva pagato 2mila euro per poter ottenere un posto di lavoro che sarebbe poi venuto meno nel giro di pochi mesi.

Una manovalanza che peraltro era giunta in zona già nel mese di aprile, e quindi un mese prima che l’azienda divenisse l’oggetto del preliminare di vendita con cui lo stesso Olivero l’avrebbe effettivamente ceduta alla cooperativa bergamasca.

Tesi ovviamente non condivise dalla difesa, rappresentata dall’avvocato albese Roberto Ponzio, al cui intervento è seguita la pronuncia della sentenza con la quale il giudice ha anche ordinato la trasmissione degli atti al pubblico ministero, affinché questi valuti la posizione di Pietro Ciotti, che nel procedimento ora concluso non risultava indagato.

"Il processo è arrivato a una giusta conclusione – è il commento dell’avvocato Roberto Ponzio –. Il fatto effettivamente sussiste, ma è stato commesso da altri, e non dal mio assistito. Se fossero state fatte indagini approfondite, l’incensurato Olivero vi sarebbe dovuto entrare come parte offesa e non come imputato".

"Le parti civili –
prosegue il legale – hanno insistito sul coinvolgimento concorsuale del mio assistito, ritenendo che non potesse non accorgersi di questa situazione. Ma è ovvio che non si è accorto di nulla, perché altrimenti avrebbe evitato di sottoscrivere un accordo che per lui si è sarebbe rivelato disastroso. L’Olivero si era invece illuso della possibilità di trasferire la propria azienda a una persona che appariva come un facoltoso imprenditore e che sarebbe invece risultato un pregiudicato con alle spalle condanne per reati contro il patrimonio e un precedente per bancarotta fraudolenta. Il contratto prevedeva il trasferimento dei 40 lavoratori fino ad allora impiegati nello stabilimento: Ciotti li ha portati a oltre 150, coinvolgendo maestranze che non avevano una specifica esperienza, la cui opera ha portato al danneggiamento dei macchinari, ritardi nelle consegue e alle conseguenti penali da parte dei clienti, danneggiando in modo irreversibile l’azienda, che infatti è poi fallita nel volgere di poco tempo".

"L’estraneità di Olivero a questa vicenda –
conclude l’avvocato Ponzio – era già stata appurata con la sentenza di assoluzione pronunciata l’11 giugno scorso dal Tribunale di Bergamo al processo per bancarotta documentale aperto sul fallimento della Rubina, senonché il Gip ha mandato assolto l’imprenditore roerino scrivendo appunto specificatamente che egli era 'assolutamente e totalmente estraneo a quella situazione'. Un unico dato poteva rilevare dove stavano le responsabilità di questa truffa: in che tasche sono finiti i 260mila euro pagati dai quei poveri lavoratori? Le testimonianze hanno chiarito che quei soldi sono finiti nelle tasche di Ciotti e non in quelle di Olivero".

Ezio Massucco

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