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Politica | 21 marzo 2020, 07:02

L’emergenza Coronavirus sta mettendo a dura prova le istituzioni e la stessa democrazia

Dal Parlamento ai Consigli comunali è tutto bloccato. Le decisioni, in questa fase emergenziale, sono demandate al solo livello esecutivo, da Roma a Torino fino ai piccoli paesi. Gli esperti di Diritto Costituzionale stanno valutando che fare, con la preoccupazione che far saltare la catena di comando oggi sarebbe esiziale

L’emergenza Coronavirus sta mettendo a dura prova le istituzioni e la stessa democrazia

L’inedita e mai sperimentata emergenza che il Paese vive (ma potremmo estendere la considerazione a tutti gli Stati europei) ha determinato una situazione che la nostra Costituzione non aveva previsto. Del resto, neanche la più fervida fantasia del più accorto dei Padri Costituenti avrebbe potuto ipotizzarla.

Se il Parlamento fosse impossibilitato a riunirsi per lungo tempo che cosa succederebbe? Può il Governo, in una fase così delicata, accollarsi l’assunzione dell’intera gestione senza che uno dei poteri dello Stato – quello Legislativo - venga coinvolto? 

Già il Terzo Potere, la Magistratura, funziona in questo momento a ritmo ridotto essendo sospese larga parte delle attività degli Uffici giudiziari. È un problema che si stanno ponendo i presidenti di Camera e Senato e che è all’esame, da qualche giorno a questa parte, degli esperti di Diritto Costituzionale. 

Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di ricorrere allo strumento della videoconferenza, altri di utilizzare ambienti più spaziosi rispetto a Montecitorio o Palazzo Madama, ma il nodo finora non è stato sciolto. La stessa problematica che riguarda il Parlamento vale, a discendere, per tutti gli altri livelli istituzionali, dalla Regione ai Comuni.

Per gli Enti locali le scelte, sovente difficili e impopolari perché restrittive e limitative delle libertà individuali, gravano quasi esclusivamente sulle spalle dei sindaci. Laddove sono stati convocati i Consigli comunali (per quanto a porte chiuse),  l’opposizione non ha gradito evidenziando il rischio di contagio e, in taluni casi, rimarcando il “cattivo esempio” dato alla popolazione, trattandosi di riunioni assembleari.

Nel decreto “Cura Italia”, all’articolo 73, si fa espressamente riferimento alla possibilità per Consigli comunali e regionali di potersi svolgere in videoconferenza “nel rispetto dei criteri di trasparenza fissati dal presidente del consiglio comunale o dal sindaco”, ma questa non trova tutti d’accordo. Non è tanto lo slittamento del turno elettorale di maggio a preoccupare quanto piuttosto la situazione nel suo complesso, specie se dovessero essere assunti provvedimenti ancor più draconiani.

Finora la “sospensione” temporanea della democrazia è stata accolta più o meno da tutti con senso di responsabilità, ma ora che l’emergenza sembra destinata a protrarsi, giuristi come Marcello Pera e giudici costituzionali come Giuliano Amato, si stanno ponendo il problema senza peraltro che sia stata trovata una via d’uscita condivisa.

Da un lato c’è l’esigenza di salvaguardare le prerogative democratiche a tutti i livelli, da quello locale a quello centrale; dall’altra, la constatazione che, ai fini pratici, questo percorso si rivela di difficile attuazione. Tutti sono cauti dal momento che hanno piena consapevolezza che in una congiuntura così emergenziale il dibattito potrebbe apparire “bizantino” agli occhi di un’opinione pubblica in affanno e stremata.

Che cosa succederebbe, infatti, se dovese saltare la catena di comando in un momento in cui l’intero Paese, nelle sue articolazioni sociali ed economiche oltre che istituzionali, è messo a così dura prova?

Giampaolo Testa

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