In un reparto di psichiatria, il cosiddetto 'repartino' o SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), capita di dover utilizzare le contenzioni. Parlo di contenzioni fisiche, cioè più chiaramente legare un paziente al letto, perché vi sono anche le contenzioni farmacologiche. Innanzitutto perché occorre 'contenere'?
Un malato psichiatrico, durante il suo ricovero, è affetto dalla sua patologia in forma acuta, per cui a volte può avere comportamenti difficili da gestire (non sempre violenti). Può anche essere 'solamente' irrequieto e confuso, per cui può compiere atti di cui non si rende completamente conto o voler comunicare la propria angoscia in modo anomalo. Per questo deve essere contenuto.
La prima contenzione che si mette (o si dovrebbe mettere) in atto è quella 'relazionale'; cercare di entrare in relazione con il malato per evitare comportamenti inopportuni. Se essa fallisce o non si è in grado di attuarla per problemi oggettivi (e cioè di organico, perché potrebbero esserci più di un paziente in quelle condizioni) o soggettivi (la relazione richiede empatia) si può optare per la contenzione farmacologica, e cioè praticare farmaci, o per la contenzione fisica o per entrambe. La contenzione farmacologica non è meno 'aggressiva della contenzione fisica. Ha solamente una veste più 'sanitaria'. Non voglio mettere in discussione la necessità delle terapie perché spesso i ricoveri nel SPDC avvengono a causa della cessazione delle stesse o per una loro non corretta assunzione o, ancora, per una troppo ottimistica riduzione da parte del curante. Le terapie sono non solo utili ma, spesso, necessarie per mantenere una condizione di normale relazione con il mondo socio-lavorativo e familiare. Parlo del possibile abuso di terapie sedative, anche se non è il caso del reparto psichiatrico di Cuneo.
La contenzione fisica rimanda in modo più immediato a vissuti manicomiali che, spero, nessuno rimpianga. Se, infatti, invece di scrivere sulla documentazione clinica che
“il paziente è stato contenuto ai quattro arti”, scrivessimo che
“il paziente è stato legato al letto”, ci sentiremmo più a disagio. Eppure è, nella sostanza, la stessa cosa. Perché allora? Perché, consciamente o inconsciamente, ci rendiamo conto di effettuare una pratica che non fa piacere (a meno di non avere una buona dose di sadismo), anche se, purtroppo, a volte si dimostra l’unica possibile, almeno per un breve periodo.
Due cose penso possano essere importanti.
La prima è di non optare immediatamente per la contenzione, farmacologica o fisica, ma di valutare il vissuto remoto e attuale del paziente. Di valutare che cosa sta cercando di dirci. A volte basta stargli vicino, magari coccolarlo (perché no?) anche se non sempre sono disposti al contatto fisico, attuare quelle tecniche di maternage o paternage (a seconda del sesso dell’operatore) per contenere la sua agitazione. Mi viene in mente l’aneddoto citato dallo psichiatra Vittorino Andreoli quando racconta che, entrato nella stanza di un paziente in crisi di agitazione 'pantoclastica' (stava distruggendo tutte le suppellettili della stanza), si mise anche lui a distruggere frammenti di oggetti già demoliti. Si mise cioè a 'parlare' come faceva il paziente. Questi, improvvisamente, si calmò. Che cosa era successo? Ce lo spiega lo stesso Andreoli:
“attraverso il mio comportamento si era stabilita con quel soggetto una relazione che aveva avuto il potere di toglierlo, di fatto, dal suo isolamento. Banalmente, a 'spaccare tutto' non era più lui solo, eravamo in due. Si confermava così che, pur attraverso le più strane vie e modalità, una relazione è sempre possibile, con immediati positivi effetti terapeutici”1.
È ovvio che, essendo gli operatori delle persone in carne ed ossa, hanno dei limiti e non sempre si riesce a vincere la naturale e sana paura di certi comportamenti. La seconda è di considerare la contenzione fisica, il legare al letto, come una sconfitta del proprio operare terapeutico, a cui porre rimedio il prima possibile.
Mi rendo conto che la realtà è spesso più difficile della teoria. Ma passi in avanti se ne sono fatti. Uno di questi è stato l’attuazione, nel SPDC di Cuneo, di un protocollo sulle contenzioni, che implica la monitorizzazione delle condizioni del paziente e la 'scontenzione' (se possibile) periodica per consentire al paziente di alzarsi, lavarsi e/o mangiare.
L’importante è sempre interrogarsi su quello che si sta facendo, perché lo stiamo facendo non a dei mostri ma a dei malati e, soprattutto, a degli individui che hanno il diritto di essere trattali come tali. Degli individui meno fortunati di noi.
Per ora.
1 – Andreoli, Vittorino, Istruzioni per essere normali, Rizzoli, Milano, 1999, pagg. 19-20;
Gianfranco Conforti, Associazione MenteInPace
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