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Attualità | 03 dicembre 2010, 15:26

Il racconto di Giovanni Impastato: "Nati in famiglia mafiosa, Peppino ha pagato con la vita il suo dissociarsi"

Il toccante racconto fatto in occasione della consegna della Chiocciola della Solidarietà alla sua "Casa Memoria"

Il sindaco Varrone consegna la "Chiocciola della Solidarietà" a Giovanni Impastato

Il sindaco Varrone consegna la "Chiocciola della Solidarietà" a Giovanni Impastato

Perché possa continuare ad essere luogo vivo e palpitante della stessa passione per la giustizia, la libertà, la dignità delle persone che animò la lotta di Giuseppe Impastato, capace di parlare alle giovani generazioni tenendo viva la consapevolezza che solo dall’impegno di ciascuno può nascere e crescere una società diversa in cui vivere”. È questa la motivazione con cui il Comune di Borgo San Dalmazzo ha assegnato a “Casa Memoria Peppino Impastato” la chiocciola della solidarietà 2010, premio che da 8 anni viene consegnato in occasione della Fiera Fredda. Lo ha ritirato dalle mani del sindaco, Pierpaolo Varrone, Giovanni, il fratello del giornalista ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui fu ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro.

“Tre parole per motivare la scelta dell’Amministrazione – ha spiegato il primo cittadino -: la testimonianza di Peppino nella lotta per la legalità; l’indignazione per i fatti di mafia e per il silenzio con cui sono nascosti; l’impegno che deve essere dovere di tutti per continuare la lotta di Peppino Impastato. Per questo, perché sia un esempio per noi e per chi verrà dopo di noi, gli abbiamo intitolato una strada a Beguda”.

Il ricordo di Peppino Impastato è stato affidato, prima che al film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, all’assessore Luisa Giorda e a Giovanni Impastato. “Siamo nati in una famiglia mafiosa – ha raccontato il signor Giovanni -, ma Peppino ha scelto di staccarsi dalla mafia e ha pagato al sua scelta con la vita. Dopo la sua morte, la proposta mafiosa era una vendetta di sangue, ma mia madre ha avuto il coraggio di dire no, consegnando la storia di Peppino alla storia dell’antimafia. È un messaggio educativo forte per la giovani generazioni. La sua rivoluzione è stata quella di staccarsi radicalmente dalla mafia a tutti i costi, anche andando contro la propria famiglia. Attraverso la radio, il giornale, il circolo Musica e Cultura aveva trovato il modo di ironizzare sui mafiosi, deridendoli. Nel contesto del nostro paese difficilmente avrebbe potuto continuare a vivere, perché dava troppo fastidio”.

E ha continuato. “Casa memoria” è nata dalla volontà di mia madre di mantenere vivo il ricordo di Peppino e della sua lotta per la legalità; dopo la morte di mio fratello, abbiamo aperto la nostra casa, per far conoscere a tutti la sua storia. A cento passi di distanza dalla nostra c’era quella del boss Tano Badalamenti, che è sempre stata chiusa; quest’anno, in occasione dell’anniversario della morte di Peppino, anche quella casa, confiscata alla mafia, è stata consegnata alla nostra associazione. Ricevo con grande responsabilità la chiocciola della solidarietà; per noi è l’investitura per un impegno sempre più grande che vi prometto che sarà onorato”.

Barbara Reghezza

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