Attualità - 27 gennaio 2012, 13:25

Per un dolore che non si deve dimenticare: il contributo di Savigliano per mantenere viva la Memoria

Solo per oggi una mostra dedicata alla ghettizzazione degli ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale

L'assessore alla cultura Chiara Ravera insieme alla dott.ssa Silvia Olivero

C’è una piccola mostra a Savigliano, che dura per un tempo molto piccolo, solo oggi venerdì 27 gennaio. Si trova nella ex chiesa di Sant’Agostino, in piazza Arimondi, ed è dedicata alla Giornata della Memoria, in cui il pensiero di tutti è rivolto agli orrori e alle violenze subite dagli ebrei, non solo prima e durante la seconda guerra mondiale, ma anche nei secoli addietro.

La mostra è organizzata dalla dott.ssa Silvia Olivero, direttrice dell’archivio storico di Savigliano, che con passione e pazienza certosina ha scovato molti documenti riguardanti la presenza ebrea a Savigliano, già a partire dal Medioevo, con testimonianze scritte che attestano la loro ghettizzazione dal XVII secolo. Documenti originali, restaurati, nei quali i nomi degli ebrei sono però sempre al fondo, separati dagli altri, quasi a non volere una “contaminazione” nemmeno su carta. Dubbi sulla loro presenza (di poche decine) non ce ne sono, ma dubbi sulla loro ubicazione, sì: “Non sappiamo esattamente dove fosse la loro sinagoga, nemmeno quando furono rinchiusi nel ghetto di via Palestro a inizio ‘800, nonostante fossero stati obbligati a occupare solo un tratto della strada” dice la dott.ssa Olivero.

La Sinagoga, infatti, doveva essere nascosta agli occhi di tutti e probabilmente era situata all’interno di un’abitazione privata. La dottoressa Olivero spiega anche il perverso meccanismo d’inconsapevole delazione, messo in atto da fascisti e nazisti subito dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali nel 1938 e che veniva inconsapevolmente praticato dagli ebrei. La compilazione di un registro, nel quale si segnava la professione religiosa, l’indirizzo e i legami di parentela erano lo strumento per la persecuzione “a colpo sicuro”, anche perché gli ebrei pensavano fosse solo un metodo di censimento e non un modo per “stanarli” e rinchiuderli in lager, come quello di Borgo San Dalmazzo, se non peggio.

E così scopriamo che la signora Colombo, nata a Savigliano, ma residente a Roma, denuncia inconsapevolmente la sorella, che vive ancora a Savigliano e che verrà così uccisa dai fascisti. Storie di ordinaria follia, vaneggiamenti sulla necessità di non mischiarsi con altre razze (compresa quella di colore dei soldati alleati che arrivavano a liberare l’Italia), odio religioso: si ritrova tutto in questa piccola, ma significativa mostra, che aiuta a non dimenticare quello che è stato, perché gli errori (e gli orrori) del passato insegnino qualcosa, cioè a non permettere che la storia ripeta eternamente e insensatamente se stessa. 

Chiara Bosio