Mio papà aveva uno strano concetto di 'bambino'. Le frequenti (chè negli anni Sessanta di tempo libero ce n'era assai di più di oggi) giornate padre-figlia assomigliavano di più a giornate 'padre -figlia che sta già facendo il liceo e che quindi ha un bagaglio culturale oltre che uno sviluppo intellettivo avanzato ' piuttosto che al 'porto la bambina a giocare al parco giochi e facciamo cose stupide '.
Infatti.
Mi portava a vedere le mostre, tutte, anche quelle di arte contemporanea che mi spaventano un po'. Non mi portava al circo perché gli faceva tristezza.
In compenso, mi aveva portato al cinema a vedere '2001 odissea nello spazio' di Stanley Kubrick e io non ci avevo capito niente, ma non glielo avevo detto. E anche se un po' me lo aveva spiegato, il significato che stava dietro il troglodita che scagliava l'osso e il computer Hal che parlava, ho il sospetto che neppure lui - come tanti del resto - quel film lo avesse compreso tanto bene.
Non giocavamo molto insieme. Lui quando era a casa disegnava sempre. Seduta sul tappeto accanto a lui inventavo storie per conto mio, facevo recitare i pupazzetti in una sorta di teatrino. Che fra di loro parlavano molto, mentre io ero una bambina taciturna.
Con lui chiacchieravo un po'. Trattavamo argomenti vari, ci confrontavano su temi d'attualità e di politica, anche. A sette anni. Ma poi finiva che si stufava pure lui e ci rotolavano per terra facendoci il solletico.
Mi faceva disegnini buffi, spacciandoli per personaggi che aveva incontrato per strada o conosciuti in mia assenza. Sapeva che essermi sempre persa quelle occasioni mi faceva imbestialire.
Insieme ascoltavamo i Beatles, quando John Lennon era ancora sposato con Cynthia, e cantavo le loro canzoni in un inglese inventato. Insieme ascoltavano i dischi con gli urli terrificanti di Yoko Ono, quando Cynthia era già stata sostituita da un pezzo e Paul, George e Ringo ormai cantavano ognuno con il proprio gruppo. Poi si commentava 'certo che non sono più la stessa cosa'.
Soprattutto, mi sbucciava le mele. Lo ha fatto finché ho convissuto con i miei, per un incalcolabile numero di frutti, a fine pasto. Rifiniva ogni spicchio alla perfezione come Collodi aveva ben spiegato, parlando però di pere. Geppetto voleva sfamare Pinocchio (un grande amore di mio padre, che conosceva a memoria il libro e lo aveva illustrato tante volte) ma aveva solo tre pere: “Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle” dice il burattino, cui le bucce però non piacciono, così come il torsolo, che difatti sta per buttare via dopo aver mangiato la prima pera. Geppetto invece tiene tutto, bucce e torsoli. Infatti, finite le pere Pinocchio ha ancora fame, ma Geppetto non ha più niente da potergli dare. Gli sono restate solo le bucce. Mangia prima una, poi tutte, poi anche i torsoli: Pinocchio e alla fine “è contento da fregarsi le mani”.
E' partito da poco per il mondo più fantastico che c'è. Con lui i personaggi altrettanto fantastici che inventava, ma anche quelli che amava e disegnava: Pinocchio, Alice (nel paese del meraviglie), Topolino e tutti gli altri. A tenergli compagnia, a raccontarsi storielle, a sorridere. Come ha fatto lui, fino all'ultimo istante.