Non è stata la mia maestra. Ma anch’io, come tanti, la chiamo maestra. Così infatti era universalmente conosciuta, stimata, benvoluta, amata. Una figura che, con la sua decorosa presenza, richiamava immediatamente alla dignità, sempre fatta di modestia e di sobria eleganza, di portamento pacato e signorile. Una viso ornato costantemente da un sorriso franco e pulito, lo sguardo buono, sereno e penetrante. Mi è sempre sembrata l’icona vivente della schiettezza e della trasparenza, sulle quali, all’occorrenza, sapeva fondare una ammirevole e dolce fermezza. E’ riuscita ad avvicinarsi ai cento anni, senza sentirsi mai anziana o vecchia dentro. E sapeva confidarlo a chi la avvicinava, dicendo qualcosa della sua esperienza: piccole tracce, brevi flash per non darsi troppe arie. Vorrei riportare uno di questi flash avuto confidenzialmente. Nei difficili anni trenta del secolo scorso, in piena epoca fascista, Lei, giovanissima maestra nel pinerolese, nella sua classe mista di bambine e bambini cattolici e valdesi, si era trovata un po’ clandestinamente a fare le prime prove di ecumenismo. Anticipava nel suo piccolo un evento epocale, che si sarebbe poi verificato con Papa Giovanni XXIII, oggi santo, e con il Concilio Vaticano II. Le poche cose che diceva raramente di sé erano, in sostanza, la chiave di lettura dei suoi impegni e del servizio, che con gioia e discrezione continuava a prestare alla comunità e alla Parrocchia, che considerava come una seconda casa, aperta ed allargata. Aperto ed allargato sarà di sicuro il posto in cui ora si trova ad aspettarci, tutti, come fossimo suoi alunni.
Raimondo Testa