- 11 marzo 2015, 08:02

Quando è vero se dico che è falso

Secondo la Coldiretti nel 2014 la produzione dei falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano nel mondo ha superato per la prima volta quella dei formaggi originali. Il “parmesan” ormai lo fanno un po' tutti: gli australiani, i brasiliani, i russi, ma soprattutto gli americani. Laggiù persino la comunità Amish ha un suo simil-parmigiano (che, a questo punto, sarei veramente curiosa di assaggiare).

Il cibo è uno dei tanti prodotti di eccellenza italiani che vengono imitati nel mondo a discapito, oltre che per l'economia, anche per la salute del consumatore. Però la qualità comporta spese di produzione più alte, e non tutti possono permettersi un marchio, alimentare o altro che sia, di prestigio. Si potrebbe datare la nascita del fenomeno del falso nella moda con gli anni Ottanta, il periodo dell' ”edonismo reaganiano”, quando gli stilisti, soprattutto italiani, diventano famosissimi e imitatissimi. Le griffe falsificate diventano a loro volta un'industria concorrente, che dà lavoro a milioni di persone, sottopagate, con orari massacranti, in luoghi pericolosi. Ma la domanda è tale che la fabbricazione dei “tarocchi” non possa essere arginata. Lasciano il tempo che trovano i sequestri ai venditori di borse, occhiali, indumenti repliche di quelli firmati, braccati e cacciati dalle spiagge e dai centri cittadini. Che a volte sono proprio brutti, imitati approssimativamente per aggirare il plagio, che comunque resta, anche con il nome del marchio storpiato o carente di qualche lettera dell'alfabeto.

Tuttavia queste cose, scadenti oltre che nell'aspetto anche nei materiali, sono comunque acquistati, perché sono meglio che niente. Meglio indossare una Licoste, tanto per dire, piuttosto di una anonima maglietta polo comprata al supermercato, che ha comunque una sua dignità ed un tessuto sicuramente più di qualità. L'imitazione triste, eppure, porta ad essere felici, rende reale l'illusione, destinata a rimanere tale senza alcuna possibilità di concretizzarsi, di appartenere a quel mondo che si vede in tv, nelle pagine delle riviste patinate, con i divi – i quali sovente non hanno alcun gusto nel vestirsi e sono più cafoni dei genuini cafoni – che indossano capi firmati non solo perché gli piacciono, ma anche perché sono pagati per farlo.

E non stiamo a parlare qui troppo a lungo del falso nell'arte. L'originalità è ciò che dona veramente il valore economico, una copia non vale nulla. Eppure da sempre gli artisti di maggior pregio sono stati replicati. Alcuni di loro erano addirittura “falsari” di se stessi, come si dice di Giorgio De Chirico, mentre altri, come Pieter Bruegel il Giovane, capito l'enorme business che si trovava fra le mani, passò la vita a ricopiare i quadri del padre Bruegel il Vecchio. Né si può dimenticare la famosa burla delle teste attribuite a Modigliani, bruttine assai, ma nonostante ciò ingannarono quasi tutti gli esperti d'arte, tranne Federico Zeri, che smascherò tre giovani livornesi.

Molto più inquietanti di abiti, scarpe, borse, orologi repliche di griffe, qualche volta talmente ben fatti che gli stessi produttori del marchio imitato stentano a distinguere dagli originali, è la gente che tarocca se stessa pur di assomigliare ad un cantante o un attore, in generale gente dello spettacolo. Finché si tratta di imitarne il trucco, l'acconciatura o il modo di vestire può ancora andare bene. Ho visto “Pavarotti” in una focacceria nei pressi del teatro Ariston a Sanremo mentre si comprava un trancio di pizza , e ritrovata “Orietta Berti” come commensale durante una cena a Fossano. In giro per il mondo migliaia di Elvis, Marilyn, Madonna, quasi sempre patetici, vivono una vita che non è la loro. Fino ad arrivare al punto, nei casi più estremi, di sottoporsi ad invasivi interventi chirurgici che deformano i tratti somatici per farli diventare come quelli del loro modello. Come il ragazzo brasiliano che voleva tanto sembrare a Ken, il fidanzato di Barbie. Dopo una lunga serie di plastiche è riuscito ad assomigliare al bambolotto di plastica, un mostro. Ma contento lui...

monica bruna