Torino, stazione di Porta Nuova. Tardo pomeriggio di un giorno lungo la settimana. Parte il treno diretto a Cuneo. Salgo. Lo scompartimento è quasi vuoto. Sul sedile accanto c’è già seduta una giovane donna. Avrà una ventina di anni. E’ bellissima: pelle nera, occhi grandi, sguardo intenso, capelli lunghi e sciolti. Senza trucco sul viso. Pantaloni e camicetta. Il treno si avvìa. Suona il cellulare della ragazza. Lei parla una lingua incomprensibile. Forse, dall’altro capo, ci sono un’amica o un famigliare. Ride. Contenta. Verso Racconigi qualcosa cambia. Un’altra telefonata le fa mutare umore. Le frasi continuano ad essere incomprensibili. Ma quello splendido viso si incupisce. Dalla borsetta tira fuori una trousse per il trucco. Farsi bella deve essere un piacere impagabile per una donna. Le mani impugnano l’ombretto per gli occhi. Azzurro. Intenso. Lo specchio davanti. Poi una crema leggera solo per far brillare di più la pelle. Stelline luccicanti. I gesti sono lenti, ma sicuri. Ormai una “routine”, di chi non lo fa una volta ogni tanto. Ancora lo specchio, per controllare l’effetto. Così va bene. Quindi, tocca alle ciglia. Infine il rossetto: rosso. Rosso fuoco.
Quel viso pulito e solare si trasforma quasi in un oggetto. Sempre da ammirare, però con occhi diversi. Maliziosi. Purtroppo. Intanto le telefonate si moltiplicano. Una dopo l’altra. A volte brevi. Brevissime. Altre di qualche minuto. Lei risponde una, due, dieci volte. Ma il tono della voce è sempre freddo. Solo in una caso torna a splendere quel sorriso iniziale. Luminoso. Raggiante. Di chi ha un sogno nel cassetto che vede scritto nel proprio futuro, ma che non riesce a raggiungere. Verso Centallo il rito della trasformazione è terminato. Dalla borsetta spunta una bottiglia di acqua. Due sorsate decise. Si toglie le scarpe. Adagia i piedi sul sedile di fronte. Si capisce che, dentro di lei, qualcosa sta cambiando. Non è più la ragazza giovane e bella che va a Cuneo magari per cercare quel sogno. A Cuneo, invece, quel sogno morirà. Ancora un’altra volta. Ancora un’altra sera. Ancora un’altra notte. Arriviamo in Stazione. Da sotto il sedile tira fuori una borsa di nylon dalla quale spuntano i lembi di un vestito bianco. Che indosserà di lì a poco. Si scende. Attraversa piazzale Libertà e si dirige verso uno dei viali cittadini. Vorremmo dirle tante cose o solo semplicemente che è bellissima e che meriterebbe un’altra vita. E salutarla con un caloroso in bocca al lupo, perché quel suo sogno possa avverarsi. Subito. Non domani, perché domani forse sarà già troppo tardi. Il buio la inghiotte, mentre cammina decisa verso il suo “posto”. Per un’altra notte senza sole dentro al cuore, spezzata dai fari delle automobili e da quei disgustosi “quanto vuoi?”.
Il fenomeno della prostituzione andrebbe combattuto su due fronti. Innanzitutto, la richiesta: cioè i “clienti”. Aspetto, però, difficile da sconfiggere perché non si riescono a limitare, per legge, le pulsioni umane. Forse si potrebbero introdurre delle multe salate per chi si intrattiene per strada con le “signorine” della notte. Ma, poi, servono i controlli. L’altra questione, decisamente più grave, è lo sfruttamento, spesso violento, di quelle ragazze ingannate alla partenza dal loro Paese di origine con promesse di lavoro, denaro e principi azzurri. Dopo, al contrario, sono costrette al più disumano degli atti: “vendersi” per non subire le botte, i maltrattamenti, l’umiliazione dello spirito, la perdita della dignità umana. Perciò non bisogna mollare la guardia e le Forze dell’Ordine e la Magistratura devono, in modo incessante, indagare e colpire le “bestie umane” degli sfruttatori che, senza pietà, diventano carnefici. Se, invece, la scelta di offrire il proprio corpo per denaro è consapevole - adesso chi lo fa, si chiama, spesso, in modo più elegante, “escort”, però il lavoro è sempre lo stesso - allora ben venga l’abolizione della legge Merlin del 1958. In questo caso, senza ipocrisie, il Parlamento preveda delle norme per regolamentare il mestiere - si dice - più “antico del mondo”.