Senza voler sposare a tutti i costi la decrescita felice “predicata” dal filosofo francese Serge Latouche, secondo il quale quel tipo di percorso rappresenta “l’unica strada a disposizione dell’umanità per salvare il pianeta e se stessa”, la terribile crisi economica attraversata negli ultimi anni e che, solo lentamente, sembra attenuarsi, ha posto comunque un freno, seppure non facile da digerire, al consumismo esasperato del periodo pre-recessione e fatto emergere l’esigenza, non più rinviabile, di vivere con maggiore sobrietà. Lo ha suggerito più volte, in passato, nei suoi discorsi pubblici, l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Ce lo ricorda continuamente, negli interventi domenicali all’Angelus e non solo, Papa Francesco. Sollecitando tutti a una maggiore sensibilità contro lo spreco “occidentale” di cibo, che potrebbe sfamare milioni di persone in condizioni di estremo bisogno nei Paesi più poveri del mondo. In Italia, però, si riesce sempre ad andare controcorrente e, attraverso il Decreto dell’allora presidente del Consiglio, Mario Monti, entrato in vigore a inizio 2012, sono stati totalmente liberalizzati gli orari e i giorni di apertura dei negozi, dei centri commerciali, dei bar e dei ristoranti. Suscitando le timide proteste di alcuni vescovi, che chiedevano il rispetto della domenica come giorno consacrato al riposo settimanale, delle organizzazioni sindacali, preoccupate da uno stravolgimento nell’applicazione dei contratti di lavoro, e delle associazioni di categoria dei piccoli negozi, allarmate dall’impossibilità per i loro tesserati di mantenere lo stesso ritmo di apertura.
Il provvedimento, infatti, ha favorito le strutture della grande distribuzione che hanno potuto alzare le serrande tutti i giorni festivi, pure in quei Comuni dove, prima della nuova Legge, esisteva una regolamentazione della vendita quotidiana. Ma non solo. Ci sono state le catene che hanno adottato la strada del sempre aperto: 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. E una di queste è presente in Cuneo città. O altri centri commerciali che, durante il periodo natalizio, si sono “limitati” all’apertura prolungata fino a mezzanotte.
La decisione del Governo Monti, in un momento particolarmente difficile per l’economia, avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di favorire di nuovo lo sviluppo del sistema: quindi, in sostanza, proprio un inno a quel consumismo divoratore di prodotti pagati, spesso, a rate, che aveva contribuito a creare lo stesso circolo “vizioso” della crisi. Però, anche negli anni dopo, i soldi da spendere in mano ai consumatori, nonostante i tentativi del Governo Renzi di aiutare la ripresa del Paese, hanno continuato a essere pochi. Inoltre, l’occupazione non è aumentata: anzi, sono cresciute le chiusure dei piccoli negozi tradizionali. Stritolati dai costi di gestione e dalla concorrenza non sostenibile della grande distribuzione. Quindi, oltre a un’inevitabile maggiore moderazione negli acquisti da parte delle persone, non è con le aperture selvagge dei punti vendita che si sono rilanciati i consumi. Il tutto, allora, si è tradotto e si traduce, spesso, nelle passeggiate domenicali all’interno delle nuove “chiese” consacrate dalla modernità: i grandi centri commerciali.
A volte con i carrelli pieni, in quanto si scelgono, per gli acquisti, i giorni festivi anziché i feriali: seppure questi ultimi siano già coperti da ampi orari di apertura. Altre volte con i carrelli vuoti. Mentre sarebbe di sicuro più salutare e naturale, e forse anche più divertente, visitare un museo o una città d’arte, seguire un appuntamento culturale o una manifestazione, camminare nel verde dei boschi, raggiungere le vette alpine o godere pienamente della bellezza del mare o del calore del sole.