La pioggia, minuta, ma fastidiosa, cade fino a un’ora e mezza prima dello spettacolo. Poi, compare il sole e il vento porta via le nuvole “cattive”. Così “RossinTesta”, terzo appuntamento della rassegna “Anima Festival”, organizzato nella splendida cornice naturale dell’Anfiteatro dell’Anima, sulla collina tra Cervere e Fossano, dagli infaticabili appassionati di bellezza artistica, i fratelli Ivan e Natascia Chiarlo, può iniziare.
Con le veloci prove, seguite, subito dopo, dalla performance. Protagonista della serata è lo straordinario ed eclettico Paolo Rossi, accompagnato da una band di talentuosi musicisti: Emanuele Dell’Aquila e i Virtuosi del Carso (Bika Blasko, Stefano Bembi, Alex Orciari e Roberto Paglieri). Il tutto voluto e prodotto da Fuorivia di Paola Farinetti, moglie dell’indimenticabile Gianmaria Testa scomparso tre mesi fa. Perché il cantautore cuneese e l’attore comico sono stati grandi amici e questo spettacolo lo avevano progettato insieme. Condividendo un viaggio comune di poesia unita alla voglia di divertirsi e di divertire il pubblico, ma facendolo riflettere sui problemi dell’attuale società. I testi delle canzoni di Gianmaria, scritte per alcuni lavori teatrali di Paolo, si intrecciano, magicamente, con le provocazioni “scomode”, sotto forma di monologhi, dell’artista originario di Monfalcone.
“Questa - esordisce Rossi - non vuol essere una celebrazione, ma una festa”. Poi, però, guardando il fossato con l’acqua attorno al palcoscenico non smentisce la sua verve comica, chiedendo se ci sono i coccodrilli. Emozioni, pensieri e risate si rincorrono, si incontrano, si allontano per, poi, ricongiungersi, si alzano verso il cielo, diventato, piano piano, un campo di stelle, mentre l’iniziale frusciare del vento va a dormire.
Parole e note leggere costruiscono un ricco giacimento di perle preziose per la mente e per lo spirito. Le canzoni di Testa, interpretate da Rossi con voce profonda e sorprendente, riempiono lo spazio e il correre del tempo. Trasformandosi in un cammino di idee. Splendide le versioni di “Arlecchino” e “La giostra”. Non manca anche un omaggio musicale a Enzo Jannacci: altro loro grande amico comune. Mentre le intrusioni comiche sbocciano come i fiori in primavera.
“Avevo freddo e mi hanno coperto con questa giacca in cui ci sto tre volte”.
“Il matrimonio è un valore fondamentale, ma è nato quando la speranza di vita delle persone era di trent’anni”.
“Ho fatto il militare a Torino. Indovinate dove? Nei carristi. Per quale motivo? Ero piccolo e stavo dentro al carro armato. Ho fatto anche carriera: comandavo sette sardi più bassi di me. A Rivarolo Canavese sono andato a sbattere contro una casa. Ricordo ancora la faccia incredula del proprietario. Sono sceso, l’ho salutato e gli ho chiesto: “Scusi, la strada per Torino? ”.
“Non mi occupo più di satira politica perché è impossibile fare parodia nella parodia. Immaginatevi - facciamo il caso - uno che sta con quelli della parte bianca, dove, però, capisce di non poter più vincere. Allora passa con i rossi che, invece, hanno successo. Ma lì non potrà mai fare carriera. Perciò cambia idea e diventa bianco. I rossi, che non sono furbissimi, anche loro si infiltrano tra i bianchi. E alla fine non si capisce più niente. Per risolvere la situazione si trova l’equilibrio chiamando Verdini”.
“Io e Gianmaria ci divertivamo a concludere gli spettacoli fatti insieme proponendo “I giardini di marzo” di Battisti. Lui la cantava, io la commentavo. Ci ha sempre colpito la frase “All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri”. Ma non erano libri se poi il testo diceva: “Che hanno è, che giorno è”.
Applausi. Calorosi. Uno spettacolo inconsueto, un impasto colorato di impagabile creatività che seduce il cuore e l’anima. Grazie Gianmaria. Grazie Paolo.