- 05 marzo 2017, 08:47

Trainspotting 2: choose (lust for) life

Mark Renton torna ad Edimburgo dopo aver rubato sedicimila sterline ai suoi vecchi amici e fa visita per primo a Sick Boy cui restituisce, dopo una rude lite, le quattromila che gli sarebbero spettate

Quando nell’ormai lontano1996 uscì “Trainspotting” nessuno poteva immaginare che la corsa d’un giovane  e patibolare Ewan McGregor avrebbe segnato più d’una generazione e ridisegnato i confini del cinema d’autore. Ora, ventun’anni dopo, Danny Boyle ci riprova affidando sempre a John Hodge la sceneggiatura della trasposizione filmica di “Porno”, romanzo di Irvine Welsh che chiude la sgangherata epopea dell’enclave di tossici più cool di sempre.

Mark Renton torna ad Edimburgo dopo aver rubato sedicimila sterline ai suoi vecchi amici e fa visita per primo a Sick Boy cui restituisce, dopo una rude lite, le quattromila che gli sarebbero spettate quindi, dopo aver praticamente salvato Spud dal suicidio, apprende sempre da Sick Boy della folle idea di trasformare il lacunoso pub ereditato da sua zia in un’equivoca sauna per clienti facoltosi sfruttando i soldi stanziati dal governo per la rivalutazione edilizia della zona.

Ma il buon Mark, che nel frattempo ha smesso di farsi trovando una moglie e un impiego da contabile ad Amsterdam, non ha fatto i conti con la nemesi alcolica di Begbie, fuggito di galera e ansioso di fargliela pagare per il brutto tiro subito, valsogli tralaltro vent’anni di prigione.

Al di là della considerazione metacinematografica che in “Porno” i quattro antieroi decidono di produrre un film hard e non di aprire la versione postmoderna d’un bordello, differenza più che comprensibile visto che fare del cinema col cinema è sempre rischioso, e al di là della reale esigenza di girare il seguito d’una pellicola così irripetibile da aver inventato uno stile, T2 è un’opera adrenalinica che fa della colonna sonora e delle soluzioni visive del regista i propri punti di forza.

Attraverso fermo-immagini e split-screen Danny Boyle costruisce una scatola cinese di citazioni coloratissime e mai ridondanti che funzionano sia per i cultori di Trainspotting che per i profani mettendo in scena l’ennesimo (patetico) tentativo da parte dei protagonisti di far soldi, con un’ironia meno nera dell’originale ma non meno intelligente.

La tentazione (ed il pericolo) più grande di T2 era quello di (s)cadere nell’operazione nostalgia, cosa che sarebbe risultata veramente grottesca sui quattro spaventapasseri tossici di Edimburgo ma i flashback sull’infanzia e sull’adolescenza sono così ben dosati che in più d’una scena ci si ritrova a pensare a “C’era una volta in America” tipo quando Sick Boy chiede a Mark cos’abbia fatto negli ultimi vent’anni e la frase di De Niro nel capolavoro di Leone :”sono andato a letto presto” ci formicola in bocca con tutto il suo potenziale evocativo.

La Scozia è cambiata in questi vent’anni (l’Europa è cambiata) e agli squallidi appartamenti di T1 Boyle sostituisce il degrado 2.0 fiorito dalla paranoia post 11 Settembre, al Betamax la Playstation e all’invettiva sociale del “choose life” l’autoironica invettiva social che Ewan McGregor latra in un locale strapieno (ri)facendo il verso al “Fuck You” di Edward Norton sulla 25 ora di Spike Lee.

A non essere cambiati sono invece i quattro moschettieri di Welsh (che appare anche in un cameo) visto che Mark rivela di essere ai ferri corti con sua moglie e vicino al licenziamento mentre Sick boy annaspa spillando birra in un pub alla deriva e ricattando i clienti della sua “partner” che ama, non ricambiato; su entrambi aleggia l’anima nera di Begbie ridotto alla protesi della sua stessa violenza e che, come uno squalo accecato dalla propria natura, non può smettere di mordere.

Alla mortale lentezza dell’eroina che si spalma sulle incolori moquette di Trainspotting ninnata dai rauchi versi del rettile Iggy Pop mentre all’ombra dello Space Needle il grunge di Seattle ne sincopa l’energia trattenuta, si sovrappone la velocità della cocaina e delle nuove droghe sintetiche ma Mark e Simon ricadranno nel vecchio buco fissati dall’unica figura in grado d’immaginare una vita diversa e cioè il dolcissimo e inerme Spud. E’ lui che proverà a sublimare un passato insostenibile attraverso la scrittura e sarà sempre lui a giocare un ruolo fondamentale sul finale del film ma il nucleo di questo caleidoscopico sequel (che somiglia all’epilogo di American Psycho) è che non c’è catarsi né redenzione per Mark e soci visto che nemmeno la paternità li ha resi uomini migliori e che, come scrive Spud, anche questa volta “si comincia con un’occasione e poi c’è un tradimento”.

Gli attori di T2 sono credibili e intensi, a tratti velati da quel romanticismo che intride tutti gli irriducibili, anche quelli posseduti dal demone della droga e ben rappresentano coi loro capelli ossigenati ed il tardivo anelito salutista che li spinge a correre verso quegli spazi aperti tanto vituperati nell’originale (“…siamo in una situazione di merda e tutta l’aria fresca del mondo non cambierà niente”) il crepuscolare rantolo della speranza nel malato ricircolo della propria identità.

In fila su un muricciolo di pietra di fronte alle Highlands con le lisergiche silhouette che sembrano incidere il turistico skyline con l’unghia rotta ereditata dalla working class, vent’anni fa i ragazzi di vita di Welsh pantografavano l’ultraviolenza di Arancia Meccanica (esplicitamente omaggiato nella scena del pub Volcano) con l’eroina e “scegliendo di non scegliere la vita” la rimandavano grazie all’alibi  d’una giovinezza spuntata e bellissima.

Ma ora che gli alibi sono caduti e ci si vede riflessi (coi propri sensi di colpa) sul volto degli amici con cui si divise la prima pera e non c’è più una società contro cui scagliarsi perché si è scelta la vita ma non ha funzionato, ecco che la denuncia diventa autodafé e ci si rincorre gli uni con gli altri fino al termine della notte senza più borghesi da scandalizzare né polizia da irridere.

In epigrafe a “Porno” Welsh cita Nietzsche (“senza crudeltà non c’è festa”) e la crudeltà di T2 è ben peggiore della crudezza di Trainspotting che era essenzialmente estetica e liricamente espressiva: la res(s)a di Sick Boy and co è la generazionale presa di coscienza d’un fallimento corale che si chiude su se stesso come la bara di velluto visualizzata da Mark in overdose sulle note di “Perfect day” di Lou Reed.

Se Ewan McGregor correva verso il mito e del mito aveva la leggerezza e l’irripetibilità il vicolo cieco contro cui sbattono le comparse di T2 è il trompe l’oeil della Storia che nella risacca di fine millennio non ha avuto pietà di nessuno, nemmeno dei sopravvissuti.

De Mazan