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Saluzzese | 24 marzo 2017, 07:00

Negli “angoli bui” di Saluzzo, 30 anni fa, l’agguato che costò la vita ad Amedeo Damiano, presidente dell’Ussl 63

Una pagina di storia locale fortemente macchiata da atteggiamenti i cui stampi si avvicinano, non poco, a quelli di carattere mafioso. Una pagina i cui moventi da tanti vengono ricondotti alla sfera lavorativa del dottore

Amedeo Damiano

Amedeo Damiano

Saluzzo è piccola e pacifica. Apparentemente.

Saluzzo ha i suoi angoli bui. Probabilmente.

In un agguato, ammazzano il presidente dell’Ussl. Uno degli esponenti democristiani più in vista”.

Ma “Saluzzo continua a essere piccola e pacifica. Apparentemente”.

Usiamo le parole di Sergio Anelli, incipit del suo libro “Omicidio in danno del dottor A.” per ricordare una delle pagine più buie della storia saluzzese: quella dell’omicidio di Amedeo Damiano, all’epoca presidente dell’Unione Socio Sanitaria Locale numero 63.

Esattamente 30 anni fa, come oggi, l’agguato.

Damiano stava tornando a casa, al termine di una comune giornata di lavoro alla guida dell’Ussl. Aveva appena varcato la porta del palazzo, al civico 56 di corso Italia, dove viveva con la moglie Giuliana Testa e quattro figli. Ma a tavola con i suoi affetti, quella sera, Amedeo non ci arrivò.

Nascosti nell’androne del suo palazzo infatti vi erano due uomini che, sbucati di fronte al dottor Damiano, aprirono il fuoco.

Quello che doveva chiaramente essere una sorta di avvertimento, una “gambizzazione” finirà però in tragedia. I colpi di pistola, oltre a fratturargli il femore, lesionarono anche il midollo spinale, paralizzandolo.

Amedeo Damiano moriva, il 2 luglio 1987, all'Istituto Montecatone di Imola, dove era stato portato per un disperato, ma infausto, tentativo di riabilitazione.

Una pagina buia, abbiamo accennato, per la città, insieme ad una pagina di giustizia che non è mai stata in grado di fare luce sui mandanti del sanguinoso gesto.

Ciò sul quale tutti concordano, anche a trent’anni di distanza, è l’oculatezza con la quale Damiano voleva gestire l’Unione sanitaria. Un’oculatezza che ne faceva un amministratore integerrimo. Un’oculatezza che, forse, gli è costata cara, pagando il prezzo più alto.

L'omicidio di mio padre – ci esterna Giovanni Damiano, figlio di Amedeo – resta una pagina oscura della storia di Saluzzo. Alcuni hanno fatto di tutto per rimuovere il ricordo, poiché scomodo, ma credo sia giusto avere memoria di quei giorni, perché reputo che mio papà se lo meriti.

Ha dato la sua vita per una sanità pubblica, giusta e per tutti”.

La giustizia fece luce solo sugli esecutori materiali dell’agguato: Alessandro Pinti, Marco Sartorelli e Pancrazio Chiruzzi. I primi due condannati a 18 anni di reclusione (al terzo grado di giudizio) per omicidio preterintenzionale, mentre a Chiruzzi, nel 2004, furono assegnati 14 anni di reclusione, dopo un iter giudiziario burrascoso, fatto di condanne e assoluzioni.

Si ipotizzava infatti che proprio Chiruzzi fosse “la mente” pianificatrice dell’imboscata al dottor Damiano.

Un unico nome, invece, comparse nei fascicoli, nella sfera dei mandanti: quello di Pieluigi Ponte, medico ginecologo che aveva avuto aspri contrasti con il presidente Damiano, che gli aveva contestato le modalità con il quale usava la struttura sanitaria per l’attività “intramoenia” di libero professionista.

Ponte, però, dopo appena 40 giorni di carcere, fu scagionato per insussistenza delle prove: il suo nome fu l’unico ipotizzato dalla Magistratura, che da allora non ha più formulato nessun’altra ipotesi su chi possa aver commissionato il delitto.

Un caso sul quale nessuno potrà mai dire “Giustizia è fatta”.

Una pagina di storia locale fortemente macchiata da atteggiamenti i cui stampi si avvicinano, non poco, a quelli di carattere mafioso.

Una pagina i cui moventi, in città, in tanti riconducono alla sfera lavorativa di Damiano: quella Ussl 63 dove, in qualità di presidente, aveva avviato un’opera di moralizzazione (così come chiarito sin dalle prime sentenze) e dove, forse, voleva portare luce su aspetti che dovevano invece rimanere nell’oscuro. Così come all’oscuro sono rimasti i nomi di coloro che affidarono ai tre malviventi l’agguato in corso Italia.

Risalire ai mandanti sarà difficile” scrive Sergio Anelli nel suo libro, “al limite dell’impossibile. Come nei delitti di mafia. Appunto”.

 

 

 

Nicolò Bertola

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