“Carlo Alberto” a Fenestrelle, in provincia di Torino; “Fenale” ad Albano Vercellese, in provincia di Vercelli; e “Gambarello” a Chiusa Pesio, in provincia di Cuneo. Sono i tre vivai forestali gestiti dalla Regione Piemonte.
Il “Gambarello”, con 18 ettari di superficie, è il più esteso e anche quello dotato del maggior numero di strutture fisse: due capannoni per la lavorazione e il rimessaggio delle attrezzature; quattro serre; quattro ombrai per le piante e due fabbricati per gli uffici. Nato nel 1911, è diventato regionale negli Anni Settanta, quando l’ex Corpo Forestale dello Stato ha ceduto una parte delle sue attività agli allora nuovi Enti. Il direttore è Marco Rocca.
Nel vivaio si coltivano soprattutto specie forestali, attraverso il percorso completo di filiera: la raccolta dei semi nei boschi di popolamento individuati dalla Regione; la loro lavorazione; la conservazione; l’interramento in primavera; poi, il controllo della crescita dei piccoli alberi, con tutti i trapianti e le cure del caso; e, infine, la vendita. Fanno parte della produzione la classiche piante forestali del Piemonte: frassini, faggi; betulle; tigli, querce e, in misura minore, anche i pini. Inoltre, gli arbusti di accompagnamento che si trovano nei boschi, come il biancospino, lo spincervino e la sanguinella.
LE SPECIALIZZAZIONI
Accanto alle attività “classiche” ce ne sono un paio più specialistiche. La prima è la cura del castagno. Il “Gambarello”, infatti, dall’inizio degli Anni Duemila è sede del Centro regionale di castanicoltura. “Purtroppo - afferma Rocca - abbiamo dovuto affrontare la malattia del cinipide che uccideva le piante. Adesso, è risolto. Anche nel caso del castagno attuiamo la filiera completa. Nell’attività siamo assistiti dall’Università di Torino, che si attiva sul fronte della ricerca e su nuove applicazioni non ancora diffuse sul nostro territorio”.
Come è strutturato questo settore? “All’interno del vivaio si trova un campo collezione con più di cento varietà di castagno italiane, europee e di altri Continenti. Questa parte occupa un paio di ettari. Inoltre, ci sono gli spazi riservati alle sperimentazioni”.
La seconda attività specialistica è la produzione di piante micorrizate: cioè la simbiosi tra una specie arborea e un fungo, fenomeno molto diffuso in natura. Nel caso del “Gambarello” in una serra si seminano il nocciolo, il carpino nero e la roverella (un tipo di quercia) e in contemporanea le stesse specie vengono inoculate con parti di tartufo nero. “Inseriamo le parti di tartufo nel vaso - sottolinea Rocca - in modo che germoglino insieme alle pianticelle. Se il procedimento è andato a buon fine otteniamo degli alberelli con il tartufo innestato sulle radici. Dopo averli messi a dimora, salvo problemi nella manutenzione della tartufaia, dopo tre-cinque anni inizieranno a produrre il tubero. Si tratta di una lavorazione molto interessante e innovativa”.
C’è richiesta da parte degli operatori del settore? “La domanda di esemplari è crescente nel Cuneese, dove ci sono territori vocati per il tartufo. In particolare, nelle zone della bassa Valle Grana e di Montemale: luoghi ormai famosi e all’avanguardia per questo percorso, in quanto le condizioni del terreno di quei luoghi si prestano bene al tipo di coltivazione”.