/ Solidarietà

Solidarietà | 09 dicembre 2018, 17:18

A tu per tu con don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani

“I giovani non sono un problema, ma un’opportunità, sempre”

A tu per tu con don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani

Padre, maestro ed amico, in marcia al fianco dei giovani, don Ángel Fernández Artime incarna la forza di don Bosco nell’idea di cittadinanza, ricostruita a partire dall’incontro con gli altri, in pace, per un cammino veramente liberatorio incontro ai più deboli.

È il pescatore che ha il profumo dei pesci, l’odore graffiante della profezia che si nutre della Parola di Dio e del gusto di essere Chiesa. Con un segno particolare: è il decimo successore di San Giovanni Bosco alla guida della Congregazione Salesiana. L’abbiamo incontrato e ci ha stupito per forza, determinazione e per nulla celata consapevolezza di voler lasciare il segno, fare la differenza nella vita delle nuove generazioni. Le caratteristiche dei personaggi migliori.

La sua carta d’identità dice che è nato il 21 agosto 1960 a Gozón-Luanco, nelle Asturie, un villaggio di pescatori affacciato sul golfo di Biscaglia. La sua vita è stata caratterizzata dagli anni trascorsi in una famiglia umile e dagli studi nella scuola salesiana di León, fino alla chiamata ad una missione più grande: dare il meglio di se stesso nel servizio agli altri. Quando è stato eletto, si stava preparando a prendere possesso dell’Ispettoria della Spagna Mediterranea di cui era stato nominato superiore il 23 dicembre 2013. “Essere Rettor Maggiore dei Salesiani, successore di don Bosco, è qualcosa che non avrei mai sognato né immaginato. Si tratta di una grandissima responsabilità ed un modo meraviglioso per vivere la mia vocazione salesiana al servizio dei giovani”. Un servizio che parte da lontano, dalla prima professione avvenuta il 3 settembre 1978, quindi i voti perpetui il 17 giugno 1984 a Santiago de Compostela ed infine l’ordinazione sacerdotale arrivata il 4 luglio 1987 a León. Dopo l’ordinazione ha insegnato religione nell’Istituto salesiano Santo Ángel ad Avilés per poi diventare direttore dell’Istituto salesiano di Ourense. Nel curriculum del sacerdote spagnolo troviamo anche gli incarichi di Delegato di Pastorale Giovanile, di Consigliere e di Vicario nel Consiglio dell’Ispettoria di León, della quale è stato Ispettore dal 2000 al 2006. Ma non finisce qui, dal 2009 è stato Ispettore dell’Argentina Sud a Buenos Aires, dove ha avuto modo di collaborare con l’allora arcivescovo, cardinale Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco. “Un padre ed un pastore, vero testimone dell’opzione preferenziale per i poveri”. L’amore e la fedeltà per il Papa sono la consegna che i Salesiani hanno ricevuto direttamente dal Santo di Castelnuovo. “Per don Bosco l’amore verso il Papa rappresenta l’espressione di comunione con la Chiesa, noi siamo sempre con il Papa”.

E anche con i giovani, che i Salesiani sono chiamati ogni giorno a difendere e rilanciare: “Crediamo nell’educazione che è il modo migliore di aiutare i giovani ad aprirsi alla vita con maggiori sicurezze, anche attraverso la formazione professionale. Come ci ha chiesto don Bosco, vogliamo formare buoni cristiani ed onesti cittadini”. Un impegno importante da affrontare quotidianamente alla luce della fede e della convinzione che non esiste nulla di più bello che dare la vita per i propri amici.

Il suo grazie va a Dio per una vita che è stata colmata di significato, pienezza ed un augurio: avere la forza e la salute per dare il meglio di se stesso nel servizio al prossimo. La laurea in teologia pastorale e le licenze in filosofia e in pedagogia conseguite presso l’Università di Valladolid, aggiungono spessore ad un uomo di notevole carisma e vivacità intellettuale oltre che spirituale. Numeri? Insieme a 15.000 salesiani, ha il compito di continuare a far conoscere il carisma di don Bosco in 133 Paesi di tutti i continenti. Numeri, stupefacenti, di un’opera caratterizzata da attività educative ed evangelizzatrici, portate avanti nelle scuole, nei Centri di Formazione Professionale, dando priorità ai giovani che rappresentano il futuro della società. “Come salesiani dobbiamo impegnarci ad essere sempre accanto ai giovani, ricercando le occasioni per incontrarli ed assisterli, proprio come faceva don Bosco”. In questo senso, l’oratorio ed il suo cortile per il Rettor Maggiore è fondamentale fino a ritenerlo la base del sistema educativo salesiano, incubatrice di una pedagogia basata sull’incontro personale:

L’insegnamento in cui l’educatore o l’educatrice si incontrano personalmente con il giovane, con la giovane. Li conosce per nome, valorizza le loro aspirazioni ed i loro sogni, li crede capaci di essere protagonisti delle loro vite e di riconoscere in loro quei “semi di bontà” che si nascondono nel cuore di ogni persona. È quello che rende il giovane amato, che lo rende capace di dare il meglio di sé, il meglio di quello che ha nel cuore”. Così aveva detto subito dopo la sua elezione come Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, avvenuta il 25 marzo 2014. E ce lo ha ribadito ancora oggi, con autorità e decisione. Sostantivi che vibrano fortemente quando si parla di quello che succede a tanti giovani ai quali vengono negati sogni, desideri e speranze. Ma i giovani, sono meglio o peggio di come vengono descritti? “Senza dubbio più buoni, siamo noi adulti che, a volte, vediamo i giovani come un problema. I giovani non sono un problema, i giovani sono un’opportunità, sempre. Siamo noi adulti che dobbiamo aiutare i giovani a trovare il loro posto. Non è giusto presentare una società con delle difficoltà e chiedere ai giovani che siano perfetti”. Nella Chiesa c’è tanta gioventù, come si annuncia il Vangelo alle nuove giovani generazioni e quanto è importante infondere tra i giovani modelli positivi e cristiani? “È stato papa Francesco a dirci: “I giovani hanno bisogno di adulti credibili”.

Noi siamo credibili? Cioè, la nostra testimonianza è valida per loro? E qual è la nostra testimonianza? Ecco, penso che questo sia molto importante. Io ho piena fiducia nei giovani e quando parliamo di giovani, parliamo di tantissimi giovani diversi. Alcuni di loro sono qui, poi ci sono quelli nella droga, alcuni lavorano ed altri no, ma i giovani hanno sempre un grande potenziale”. Partite complesse a cui don Ángel Fernández Artime guarda con una categoria teologica precisa: la speranza. “Vengo dal Brasile, sono stato in una Casa dove ci sono ragazzi inviati dai giudici e ho sentito ancora una volta che l’amore sana. L’amore, l’educazione, il voler bene ai ragazzi, come diceva sempre don Bosco, cambia la vita delle persone. Dobbiamo credere in questo”. Usa la schiettezza in maniera disinvolta, parole in bolla con il carisma di don Bosco, forse il suo vero segreto sta nella capacità di conservare un’anima giovane che non invecchia. E la domanda sorge spontanea: se oggi don Bosco fosse qui, che cosa ci direbbe? “Don Bosco oggi farebbe le stesse cose che ha fatto sempre, vorrebbe preparare i suoi ragazzi per la vita ed avvicinare i suoi ragazzi a Dio.

Ed ai giovani direbbe che devono continuare a credere che c’è tanto da fare, che sono i protagonisti della loro vita e che devono cercare di fare tutto il possibile per trovare il loro posto nel mondo, che non devono scoraggiarsi mai, che la vita ha senso e che lui li vuole felici qui e nell’eternità. Don Bosco direbbe questo, perché i giovani hanno un cuore capace di ricevere questi messaggi”. A proposito, nell’epoca di Facebook, Twitter, Instagram, quali sono le nuove sfide dei sacerdoti salesiani? “E anche dei laici! La sfida è che noi dobbiamo vivere in tali condizioni per cui quelli che ci vedono possano dire: “Ah! A me questo piace!”. E che quando i giovani mi sentono parlare, la forza non sta nelle mie parole, ma nel come scoprono che io vivo, che sono con loro, che i miei rapporti sono con gli altri. La grande sfida di noi preti e noi salesiani nella società è quella di fare dei giovani la prima opzione, veramente”. Parla correttamente l’italiano e la nostra chiacchierata si fa sempre più piacevole. Così, dopo il positivo bilancio sullo stato della fede e delle opere salesiane, focus sull’agenda politica e civile del nostro Paese. Storie strazianti di vite riacciuffate tra le onde, sofferenza e carità che si intrecciano e si fondono. Quando gli chiedo che cosa ne pensa sul flusso dei migranti, il Rettor Maggiore dei Salesiani risponde con parole cariche di energia e dolcezza.

È un tema che mi rattrista tanto. Quando noi chiudiamo le frontiere dimentichiamo che noi, italiani, spagnoli, tedeschi, ungheresi, polacchi e tutta l’Europa è stata migrante dopo la Prima Grande Guerra e dopo la Seconda. Cosa sarebbe stato se in Brasile, in Argentina, in tutta l’America latina avessero fatto come noi? Cosa sarebbe stato? Per me è inumano e la politica che abbiamo nei nostri Stati è inumana, più ancora quando troviamo coinvolti adolescenti come i vostri figli, ragazzi che arrivano da soli, senza genitori, senza adulti. Dico sempre questo: pensate ai vostri figli da soli, ad esempio, a Mosca, senza la conoscenza della lingua, senza nessuno, come si possono sentire? Per me è terribile, è un grande dolore. Ci dimentichiamo che siamo stati tutti migranti! E questi che oggi chiudono le frontiere è sicuro che hanno un nonno o un bisnonno che sono andati altrove. Pensate! Non te, ma loro!”. Affermazioni a tutto campo, per una mezz’ora indimenticabile, tra gesti cordiali, riflessioni profonde ed una confidenza preziosa: “A Bra nel 2019? Un auspicio”.

Silvia Gullino

MoreVideo: le immagini della giornata

Загрузка...

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium