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Cronaca | 30 gennaio 2019, 13:19

Operazione Barbarossa: 30 richieste di rinvio a giudizio per i presunti affiliati di una cosca della 'ndrangheta operante tra Astigiano e Albese

I pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino li ritengono responsabili di reati quali associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsioni, rapine e furti

Il Palazzo di Giustizia di Torino

Il Palazzo di Giustizia di Torino

Associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsioni, rapine e furti a danno di numerose imprese astigiane. Sono i pesantissimi capi d’accusa in relazione ai quali i pubblici ministeri Paolo Cappelli e Stefano Castellani, della Direzione distrettuale antimafia di Torino, hanno chiesto il rinvio a giudizio per 30 persone coinvolte nella ‘Operazione Barbarossa’ che, nel maggio scorso, portò i carabinieri del comando astigiano a sgominare – nel corso di un’operazione che vide impegnati oltre 300 militari dell’Arma oltre ad un elicottero, 4 unità cinofile e una squadra della Compagnia di Intervento Operativo (C.I.O.) del 3° Reggimento Carabinieri Lombardia – una ramificata associazione a delinquere di stampo mafioso (per la precisione, una “locale” ‘ndrina della ‘ndrangheta calabrese), operante in gran parte del nord Italia ma con basi ben salde tra Costigliole d’Asti e Alba.

E proprio nella ‘capitale delle Langhe’ risiedeva Rocco Zangrà, ritenuto dagli inquirenti l’elemento di collegamento tra la ‘ndrina costigliolese e le cosche calabresi del Vibonese. Un gradino sotto di lui nella “gerarchia” del sodalizio criminale stavano – sempre secondo quanto appurato dai carabinieri e dai magistrati della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Torino che hanno coordinato l’indagine non appena sono emersi inquietanti collegamenti con le “famiglie” cosche calabresi – i membri di tre famiglie residenti nell’Astigiano: i Catarisano (Giuseppe e suo figlio Ferdinando), gli Emma (Vincenzo, Enea Adriano e Giuseppe) e gli Strambè (Michele, Angelo, Salvatore e Daniele).

La vastità e complessità dell’indagine ha impegnato a lungo i militari astigiani – basti pensare che è iniziata nel maggio 2015, quando il Nucleo Investigativo dell’Arma, oggi coordinato dal maggiore Lorenzo Repetto, era guidato dal tenente colonnello Marco Pettinato, oggi al vertice del Nucleo Operativo di Cuneo – che, nel corso delle attività d’indagine, hanno complessivamente sequestrato 21 fucili di grosso calibro; 16 pistole, revolver e relativo munizionamento; 350 proiettili di vario calibro; 10 chili di marijuana; 100 grammi di cocaina e altrettanti di hashish.

Scendendo più nel dettaglio delle pesanti accuse mosse agli indagati, tutti destinatari di ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, rientrano reati che comprendono un omicidio (quello del 53enne Luigi Di Gianni, detto “Gino di Foggia”, ucciso a fucilate di fronte alla sua abitazione nel gennaio 2013 e per il quale sono stati rinviati a giudizio ad Asti Ferdinando Catarisano e suo cugino Ivan Commisso), che gli inquirenti ritengono commesso a titolo di “prova di forza” dell’organizzazione; due tentati omicidi non portati a termine per intercessione delle cosche calabresi; rapine; estorsioni a danno di decine di imprenditori della zona, con tanto di intimidazioni a colpi d’arma da fuoco a danno di un bar e di un’azienda vitivinicola di Costigliole d’Asti; furti in abitazioni; traffico di stupefacenti e di armi (queste ultime, destinate alla Calabria per esigenze locali dell’associazione).

Cui si aggiungono le presunte infiltrazioni del sodalizio criminale in diverse attività economiche locali operanti nel settore edile (aziende di Govone e di Castagnole delle Lanze), agricolo-commerciale (un ingrosso di frutta e verdura a Isola d’Asti) e società sportive (Asti Calcio, Pro Asti Sandamianese, Us Costigliole Calcio e Motta Piccola California) che gli inquirenti ritengono fossero controllate in toto dai membri sodalizio. Cui si accedeva, stando a quanto appurato in corso d’indagine, sottoponendosi a un rito arcaico: una cerimonia di affiliazione con tanto di bruciatura di un santino di San Michele Arcangelo e una “offerta di sangue” a suggello del patto.

Ma, tornado all'ambito giudiziario, ricordiamo infine che un fascicolo separato ma collegato all’inchiesta principale vede due imprenditori astigiani indagati per false dichiarazioni al pubblico ministeri. I due, secondo l’accusa loro mossa, avrebbero negato di fronte ai magistrati di aver subito pressioni ed intimidazioni da parte del sodalizio criminale. Contraddicendo nettamente quanto emerso grazie a delle intercettazioni e, almeno in un caso, perfino ammesso da alcuni degli indagati.

Gabriele Massaro

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