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Politica | 30 marzo 2019, 07:45

#controcorrente: i minori figli di genitori stranieri, ma nati e residenti in Italia, non devono aspettare 18 anni per avere la cittadinanza del nostro Paese

Pur con i dovuti vincoli, è un provvedimento di giustizia e civiltà. Perché quei giovani si sentono italiani e rappresentano una ricchezza. Ed è proprio attraverso l’esclusione e non l’integrazione che si corre il rischio di farli diventare potenziali “nemici” della nostra cultura e delle nostre tradizioni

#controcorrente: i minori figli di genitori stranieri, ma nati e residenti in Italia, non devono aspettare 18 anni per avere la cittadinanza del nostro Paese

Crema, in provincia di Cremona. La storia è nota. I due ragazzi Rami e Adam, il primo di origine egiziana, il secondo figlio di immigrati marocchini, ma nati nel nostro Paese, sono stati coraggiosi. Con l’aiuto dei compagni di classe della scuola media, italiani, attraverso un cellulare, hanno avvertito i carabinieri che erano ostaggio dell’autista del bus sul quale stavano viaggiando. Le forze dell’ordine sono così intervenute tempestivamente salvandoli tutti.

Dopo la conclusione a buon fine della vicenda, che poteva diventare una strage, da più parti è stata avanzata la proposta di concedere la cittadinanza italiana ai due ragazzi per meriti speciali. Riconoscimento attualmente ottenibile, per via normale, da chi è nato, ha studiato e risiede nel nostro Paese, ma solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età e attraverso un cammino burocratico lungo e complicato.

Il vicepremier Di Maio ha detto subito di essere d’accordo sul provvedimento a favore di Rami e Adam. L’altro vicepremier, Salvini, inizialmente era contrario. In seguito, per le pressioni dell’opinione pubblica e, forse, anche per le insistenze di qualche collega di partito, si è espresso a favore.

Ma la storia dei ragazzi di Crema riapre  un dibattito che in Italia dura da molto tempo. E’ giusto, oppure no, riconoscere automaticamente, nel rispetto di alcuni vincoli legati ai genitori, la cittadinanza italiana ai nati nel nostro Paese da padre e madre stranieri? In termini tecnici quello che è stato chiamato lo “ius soli”?

L’attuale esecutivo Lega-5Stelle sulla questione ha svicolato. Salvini e il centrodestra sono contrari da sempre. Di Maio ha sottolineato che non faceva parte dell’accordo di governo.

Nella scorsa legislatura, il Partito Democratico era riuscito a far approvare alla Camera la Legge che concedeva il diritto. Ma a un passo dal sì definitivo al Senato, visto il clima politico sulla “paura dello straniero” che era salito in Italia, ha avuto il timore di perdere consensi alle elezioni previste poco dopo. Voti che, comunque, non si era accorto di aver già perso.

Ora, il nuovo segretario del Pd, Zingaretti, vuole rimettere l’argomento al centro del dibattito. Di sicuro potrebbe rappresentare uno dei temi, ma tanti altri ce ne sarebbero, sui quali costruire un percorso di opposizione concreto e alternativo all’attuale maggioranza.

In numerose nazioni europee, seppure sotto forme diverse, lo “ius soli” è Legge. Negli Stati Uniti la cittadinanza viene riconosciuta automaticamente alla nascita. In Italia si calcola siano quasi un milione i minori figli di genitori immigrati, ma nati e residenti nel nostro Paese.

Sono un milione di giovani persone che costringiamo a non avere un’identità, al non sentirsi totalmente parte della comunità nella quale vivono. Infatti, loro si sentono italiani in quanto studiano, si impegnano, si divertono con i loro coetanei italiani. Parlando correttamente la nostra lingua. Rappresentano una ricchezza. Però è proprio attraverso l’esclusione e non l’integrazione che si corre il rischio di farli diventare potenziali “nemici” della nostra cultura e delle nostre tradizioni.

I politici, dunque, abbiano il coraggio, che fino a ora non hanno mai avuto, di aprire le porte a un provvedimento di giustizia e di civiltà. Perché se spiegato bene lo capirebbero anche i cittadini meno favorevoli.               

#controcorrente

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