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Cronaca | 01 luglio 2019, 14:44

Processo contro il presidente di una Onlus pro disabili accusato di truffa e appropriazione indebita, parlano i testi della difesa

Alcuni commercianti: “Ci consegnava la merce ricevuta in donazione per i banchi di beneficenza”

Immagine di repertorio

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L’accusa contesta a R.D.S., presidente di una Onlus a favore di ragazzi disabili che abita in un paese del Saluzzese, di essersi intascato gli introiti dei capi d’abbigliamento che famose ditte donavano gratuitamente per scopi di beneficenza e che sarebbero stati invece venduti nel suo negozio.

A far partire le indagini che hanno portato l’uomo a processo con le accuse di truffa, appropriazione indebita e sostituzione di persona era stata una denuncia a fine 2017 da parte della presidente di una associazione no profit con sede a Busca, che si è costituita parte civile: “Nel mese di maggio un corriere mi aveva avvisato per telefono che doveva consegnare dei colli al nostro indirizzo, ma non aveva trovato nessuno. Non ne sapevo nulla e feci delle verifiche”.

La presidente scoprì che i pacchi erano stati spediti da una nota azienda veneta di abbigliamento intimo e che la richiesta era partita proprio dalla sua associazione: “Ma la documentazione non era stata firmata da me e comunque noi non avevamo richiesto proprio nulla. Poi venni a scoprire che c’erano state anche altre due spedizioni precedenti”. I sospetti erano ricaduti su R.D.S. con il quale l’associazione di Busca aveva collaborato nel passato.

Oggi in tribunale a Cuneo hanno parlato i testi della difesa, fra i quali molti commercianti compaesani dell’imputato. Dalle loro deposizioni è emerso che R.D.S., negli anni 2013 e 2014, aveva collaborato con il loro comitato offrendogli diversi scatoloni di merce ricevuta dall’azienda di abbigliamento intimo da esporre sui banchetti di beneficenza.

Il marito della presidentessa della onlus parte civile ha spiegato che c’era un accordo secondo il quale la richiesta di materiale poteva essere fatta anche da parte di altre associazioni no profit – e quindi anche quella di D.S. - che poi veniva recapitato direttamente presso il suo garage.

Vedevo la presidente dell’associazione di Busca andare nel garage settimanalmente, caricava la roba sulla sua auto e la portava via”, ha ricordato un’esercente, che guida un’associazione sportiva. “Mi è capitato di sentire lui che le chiedeva di firmare dei documenti e lei rispondere di farlo lui per conto suo. Anche noi gli avevamo fatto recapitare dei gadget di una squadra di calcio, autorizzandolo a richiederli a nostro nome”.

La sorella dell’ex deputata cuneese Daniela Santanché, che lavora nel settore trasporti, ha riferito che fino al 2015 gli scatoloni con la merce donata arrivavano presso i loro magazzini e lì andavano a ritirarli sia l’imputato che i presidenti di altre due onlus.

Circa la questione se invece l’abbigliamento intimo fosse anche venduto nel negozio di R.D.S., un emporio che commercializzava tutto a 1 euro, i testi hanno detto di non ricordare di averne visto.

L’udienza è stata rinviata a novembre per l’esame imputato.

Monica Bruna

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